venerdì 30 settembre 2011

Sport ed identità

Lo sport mi dona vita. Forza. Sorriso. Splendore. Anche se, a pensarci bene, a splendere sono le goccioline di sudore che imperlano il mio volto a brillare sotto la luce riflessa dagli specchi.

Non mi importa essere disordinata, apparire stupida, sudaticcia, appiccicosa, maldestra, goffa, impcciata. Importa solo il fatto che lì sono io, solo io con il mio attrezzo, con i pesi, con la faccia che si accartoccia come un vecchio foglio per lo sforzo. Io e solo io, mentre la mente, finalmente, si svuota.

Non credo che ci sia nulla di più bello di questi piccoli ritagli di essenza: lì non conta far felice qualcuno - di solito - ma conta solo essere. Essere così come si è.

Per il resto c'è sempre tempo: tempo per essere la seria e compunta professionista, la stupida fintamente svampita - perché diciamolo, la gente ha già i suoi problemi, quindi meglio accoglierle con i sorrisi che non con le proprie frustrazioni - , la irrisolta infantile, la rompiscatole ingombrante, la sexy che ti vuoi solo "fare".

La scelta più sana che avessi potuto fare, in questo periodo di deserto, è stata proprio regalrmi una pausa da tutti i ruoli, da tutte le maschere che si sovrappongono alla mia identità.

Energie disperse

Ho mangiato troppo ieri: mi piacerebbe dire che è colpa degli ormoni, del tempo, della bontà di una cena che alla fine non era poi così buona o diversa da migliaia di altre cene consumate sul tavolo della cucina di casa mia, con quella orrenda luce fredda del neon che mi è sempre saputa di grande magazzino.

Ho mangiato troppo perché so che ho bisogno di qualcosa o di qualcuno. Si forse è giusto dire qualcuno. Quando hai qualcuno per la testa, non hai fame, non hai freddo, non hai sete, cammini come sospeso. Galleggi sulle scale di marmo bianco, sull'asfalto ruvido e puzzoso di frizione bruciata, segnato da tracce pesanti di battistrada. Non hai peso, non hai spessore, non hai ombra. Sei luce etere, effimera, intensa, impalpabile. Sei un'esplosione: come quelle che a milioni di anni luce sicuramente avvengono, trasformando materia incandescente in scintille di stelle. Galassie lontane.

L'unica esplosione che ho ottenuto, io, è stata quella della cintola dei pantaloni, dentro i quali, un tempo, nuotavo. Sarà che non ho mai imparato a nuotarci bene nella vita. Ho sempre avuto così paura di non deludere nessuno, che senza braccioli e ciambellone, senza conferme che a tutti stesse bene così come stavo facendo, alla fine, al massimo, ho appreso ad annaspare a pelo d'acqua.

Temo che sia così: il timore di non essere all'altezza e la responsabilità di essere come tu mi vuoi.

giovedì 29 settembre 2011

"Googlando"

Mi si è aperta una pagina del motore di ricerca. Dovevo ricercare qualcosa, ma ho digitato un'altra cosa.

Sotto gli occhi, luminoso su questo dannato schermo, mi è apparsa la relazione di un lavoro così simile al mio di tanti anni fa, quando andavo in reparto, respiravo quell'aria di disinfettante e malattia, quell'aria pesante più di brutti pensieri che di scarso riciclo...

Nostalgia, rimpianto, rimorso. Possibile che non riesca a liberarmi di questi sentimenti?

29 settembre

Oggi mi sto sulle scatole. Capita.
Più che altro è l'apatia del mio fluddo di pensiero, che rincorre sempre gli stessi discorsi, u po' come un cane stupido che gira su se stesso per prendersi la coda.

E' una pacificazione dei sensi ammettere che sono stanca.

Istinto no? che farei se potessi dare ascolto all'istinto e non al dovere, alla ragione, al raziocino?

Una scelta diversa, anche se solo immaginata, mi induce a pensare che sia un po' come rifocillare sogni troppo deboli per ergersi da soli in piedi, come quegli steli troppo sottili e flaccidi per poter reggere corolle variopinte e rigogliose.

Ecco... se potessi dare ascolto al mio istinto mi piacerebbe ora, oggi, essere nel bel mezzo di una lezione universitaria o di un corso: un corso di scrittura creativa, un corso di ... di qualunque cosa che appaghi la mia curiosità ed inclinazione, circondata da gente propositiva e ricca. Ricca d'idee e di voglia di fare, s'intende.

Che bello l'istinto: forse è un nome diverso che ho dato al coraggio di ammettere che, in fondo, la mia fantasia non è andata perdeuta.

mercoledì 28 settembre 2011

Divagazioni

Esistono pagine e pagine già scritte, raccontate, presenti magari solo nella nostra mente eppure vivide e reali come se sul serio profumassero di carta, quella ruvida porosa, su cui la grafite della matita rilascerebbe minuscole particelle nere.

Esistono pagine scritte bellissime, che fanno parte di noi, senza che di nostro ci sia davvero una come una sola parola.

Esistono pagine bianche tutte da riempire.

La sfida è questa: riempire nuove pagine di qualcosa che abbia un senso, un senso condiviso per lo meno con la parte più gelosamente custodita di noi stessi.

Welcome

Benvenuta, mi direi.
Benvenuto coraggio di cambiare.
Benvenuta voglia di dire, fare, baciare...
Benvenuto sole, che ti nascondi ma sei sempre dentro me. Unica costante.
Benvenuta, luce negli occhi, che bandisci ogni lacrima.

Se potessi, oggi, in questo momento scegliere, sceglierei di dire addio a ciò che è stato e che mi ha fatto male, ma mi ha resa come sono - nel bene e nel male - e darei il benvenuto all'istinto, quello che ho sempre rifuggito, quello che mi è sempre stato detto condurrà sempre a sofferenze, ad errori, a un senso diffuso di rammarico. Eppure, dall'alto e dal basso della mia microscopica esperienza del mondo, posso dire che solo seguendo l'istinto, esattamente in quelle poche pochissime occasioni in cui l'ho seguito, di base sono stata felice...

Il resto è un'altra storia