venerdì 28 ottobre 2011

Qualcosa per cui dire grazie

Il braccio ha ripreso a "funzionare" dopo l'intorpidimento di mercolegì ed ora, a darmi noia, è il ginocchio destro. Poco male, così imparo a usare male i tacchi alti. Sono una delle mie manie, quel tocco - non sempre gentile verso le mie appendici e la mia schiena - che mi fa sentire più "me".
Ancora una volta il mio allenamento non mi ha procurato sodd
isfazione, non mi sono sentita col respiro libero, con la mente vuota, con i muscoli che pulsano energia e buttano fuori rabbia e cattivi pensieri. Mi piace tanto l'idea di queste vene cariche di sangue ossigenato che spazzano via le sozzure della mia mente, i miei pensieri rovinosi e spesso tristi, le mie lacrime non piante che diventano perle di sudore. Non mi importa, non mi importa davvero di apparire in disordine, di essere goffa nei movimenti, impacciata, appiccicaticcia, scarmigliata, con le guanciotte "flush"... No, non c'è nulla di più vivificante per me raggiungere quel "climax", quel fatidico punto di non ritorno in cui mi sembra davero di volare. Dentro si intende, perché le mie scarpette restano ben salde sul pavimento o sull'attrezzo che sto usando.

Per fortuna c'è stato molto altro a darmi soddisfazione. C'è stato un tentativo di riappacificazione con quella amica che mi manca tanto, a cui non troppo tempo fa ho dedicato parole sprezzanti. Mi ha confidato qualcosa, mi ha fatta sentire per un attimo di nuovo parte di sé e lei, a sua volta, è tornata ad essere - sebbene per pochi istanti - parte di me. Mi sono messa a piangere, sul serio, pensando a noi, a ciò che era e a ciò che non sarà più ma che magari...
La mia parte cerco di farla. Mi sono pure sorbita la dimostrazione del famoso elettrodomestico che ogni massaia vorrebbe in casa... solo per lei, per vederla felice, per essere partecipe di queste sue piccole conquiste che so bene essere in realtà, per lei, grandi sogni che giorno dopo giorno si consolidano. Un po' come succede con la neve: esiste quella che si appoggia sull'asfalto e in meno di un battito di ciglia diventa acqua, si dissolve come nulla, muore. Ci sono altri fiocchi, più corposi, più densi che invece resistono, si stringono fra loro la mano, come ad intessere una candida coperta, che avvolge tetti, alberi e superfici di ogni sorta. Ecco i suoi fiocchi si son stretti la mano e stanno per avvolgere i suoi giorni di quel calore di camino e di quella purezza che nel mio immaginario associo alle sere invernali più bianche.

Eh si, soddisfazione è anche sapere che certi clienti, nonostante ti facciano arrabbiare e magari non richiedano più i miei servizi, alla fine riconoscono che io sono stata per loro migliore degli altri o per lo meno gentile e capace di offrire informazioni e delucidazioni come parlassi ad un padre, ad un fratello, ad un amico fidato e non ad uno sconosciuto. Per carità, fa male vedere che il tuo tempo e le tue enrgie siano alla fine stati sprecati, che i contratti non li chiudi tu, che la gloria economica è ad appannaggio di altri... ma fa parte del gioco qualche volta. Meglio essere considerata valida professionista che non arraffona e capace di chiudere ma con il dubbio che ci sia qualcosa di non detto.

Eh così, anche se io non ho comprato il mitico elettrodomestico, se non ho chiuso un bel contratto, se ho mangiato male in questi ultimi tempi e lo specchio non mi rimanda "al meglio" di me, anche se il mio allenamento non è stato una high performance e se ho dolori sparsi da vecchia decrepita... posso dire che qualcosa per cui dire grazie l'ho trovata.

Mi mancano - come sempre - i fiocchi di neve che imbastiscano anche solo un lenzuolo di sogni, non troppo caldo e non necessariamente troppo spesso e soffice. un piccolo tessuto di sogni per me, da tessere e filare con paziesa e soddisfazione.

mercoledì 26 ottobre 2011

Inseguire la felicità

 


La felicità è come una farfalla: se l'insegui non riesci mai a prenderla, ma se ti siedi tranquillo, può anche posarsi su di te.

(N. Hawthorne)

Buio in sala e applausi

La nausea da ieri non mi abbandona. Maledetta "guida sportiva" e pranzo pessimo.
La mio giornata nebbiosa e fredda è iniziata esattametne come era finita la precedente: lentamente e con la sensazione di voler rimettere fuori non solo del cibo che evidentemente mi ha distrutto l'esofago, ma anche pensieri.

Ah questi pensieri.

Qualche tempo fa, con un amico molto ma molto creativo, si "giocava" ad immaginare scene, storie, facendo galoppare la fantasia tra sale antiche, profumi, tende spesse come veli di confetti o come pesanti cortine da teatro, velluti, volte, rovi, musiche applausi.
Nel nostro gioco di fantasia immaginavamo di storie a metà tra la spudorata letteratura fantasy e i gialli post moderni che ormai siamo abituati a sbocconcellare anche solo sfogliando le pagine dei più accreditati siti di libri e letteratura o facendo zapping alla tivvù.

E' bellissimo per me questo gioco. Descrivere meticolosamente scene e costruire dinamiche insieme ad altre persone, così che ogni racconto, ogni traccia ha qualcosa di speciale, di imprevedibile ed imprevisto, disegnato da menti differenti e per tanti versi sconosciute. Descrivere vite e sognarle mentre interagiscono con altre, in spazi e tempi nuovi e sempre diversi.

"Buio in sala ed applausi" mi ripeteva quella sera il mio amico: "mai vista una fantasia così galoppante ed incontenibile", mi scriveva e ridevamo di nulla.

Leggendo l'articolo di oggi della mia cara Paola, qui, ho pensato proprio questo: si è vero sono una perfezionista che si rovina la vita e che non è mai soddisfatta di sé (basta leggere le mie parole di ieri, dove neppure un mezzo "brava" detto davanti a tutti i colleghi è stato sufficiente a quietare la mia bramosia di evoluzione emotiva e professionale) ma sarò pur brava a far qualcosa, a dire qualcosa, a realizzare qualcosa.

Buio in sala ed applausi a me, illuminata a giorno da un occhio di bue che domina la scena, focalizzando gli sguardi. Buio in sala e profumo di agrumi, di vento fresco e di frutta, di argentina leggerezza che accarezza le guance degli spettatori attenti e ipercritici, pronti a storcere il naso davanti ad una rappresentazione tanto assurda e diversa.

Applausi a me che se anche dico no, poi faccio comunque ciò che la coscienza mi suggerisce.
Applausi a me che amo pasticciare in cucina e non importa se - ogni tanto, per fortuna - il pasticcio non è proprio ottimo.
Applausi a me che cerco di fare tutto e di non lasciare deluso nessuno.
Applausi a me che resisto sempre, davanti al dolore più intenso, alla speranza che manca, alla fatica insopportabile, alla pazienza esaurita.
Applausi a me che trovo sempre qualcosa per dire "grazie" al Signore per un giorno vissuto, per quanto schifoso possa essere stato.
Applausi a me che mi emoziono con nulla.
Applausi a me che anche se perdo la pazienza, ho imparato a non urlare più come un tempo.
Applausi a me che sono la miglior cantante dell'abitacolo della mia auto quando la sera torno a casa.
Applausi a me, che sono il miglior sottoprodotto nello scaffale delle mie esistenze possibili.

Applausi a me, che sono io, così come sono. Anche se il tempo mi sta inacidendo.
Diventerò un formaggino scaduto, me lo sento, ma sarò il miglior formaggino mai custodito in un angolo dimenticato del mio frigo.

martedì 25 ottobre 2011

Potrei raccontare di come ho corso - malamente-  in palestra, di come mi sono allenata le braccia e le spalle corrugando il viso in tali smorfie di dolore e di fatica da dubitare io stessa che quello che vedevo riflesso allo specchio fosse proprio il mio.
Potrei raccontare del senso di benessere, di calore, di rinascita emotiva e fisica che vivo ogni volta che esco dalla porta a vetri per dirigermi sotto la doccia, con un'espressione inebetita e finalmente appagata.
Di appagamento, purtroppo, mi resta solo questo... e non credo sia poco.

Oggi all'incontro formativo con i colleghi, ho avuto la soddisfazione di sentirmi dire che sono stata brava, ma - come sempre- si può fare di più.
Di più, di più, di più.
Spesso quando si parla di obiettivi da conseguire, di mete, di sogni, di risultati da focalizzare, mi chiedo davvero quanto di autentico ci sia in tutto ciò, di davvero sentito, di meritato o di sudato. Mi chiedo quanto ci si creda nelle cose.
Si, è questione di credere, me ne convinco ogni giorno di più. Un atto di fede verso i nostri pensieri.
Credere di poter fare di più, crederci così tanto di farlo davvero quel di più.
Credere di poter guadagnare di più, sforzandosi il più possibile di giocare secondo le regole del mercato e conquistarsene sul serio una piccola fetta.
Credere di poter essere più brava in casa o in cucina, più brava a stirare a non trascurare i piaceri.
Credere di poter avere ancora un sogno, uno solo.

Ecco, è tutto lì: crederci.
Devo poter credere che quei sogni, anche se appartengono al mio ieri, non sono avulsi dalla mia storia, decontestualizzati, bensì presenti, in modi e forme diverse. Credere che esiste ancora un progetto, minuscolo, che vale la pena accarezzare, per quanto faccia paura e per quanto sia piccolo, per quanto sia più semplice fingere di dimenticarsene così farà meno male se non si dovesse realizzare.

Ecco, vorrei, dovrei, anzi, voglio, devo convincermi che può esistere una me migliore che non coincide con ciò che sognavo di essere, ma che le somiglia, che può e merita di avere una energia diversa nel dare il buongiorno al mattino, che non sia solo dovuta all'aver corso a perdifiato sul tapis roulant o zompettato senza sosta come una cavalletta impazzita.
Non può essere che sia destinata solo a questo mio presente (anche se oggi mi hanno detto che - almeno professionalmente- sono brava).

lunedì 24 ottobre 2011

L'oroscopo lo diceva, ad inizio anno, che avrei concluso questo 2011 con un senso di irritabilità e instabilità che sarebbe iniziato a settembre. Non ci ho mai creduto a queste frottole, le ho considerate come fiocchi di zucchero filato che servono solo ad ingentilirti le giornate ma che non ti portano nulla di significativo. Un modo come un altro per ingannarsi, rassicurarsi, convincersi, collocare un po' fuori da noi stessi meccanismi di responsabilità o per torvare conferme rispetto alle proprie incertezze.
Oggi mi viene da dire che magari quelle quattro righe lette a gennaio, forse forse, un po' ci hanno preso.
Non è bello aprire gli occhi ascoltando in sottofondo i danni dell'ennesima calamità naturale che colpisce l'umanità.
Non è bello sentire ovunque segni di dolore per un giovane atleta che corre via da questa vita.
Non è bello aprire gli occhi e vedere tutto grigio per la nebbia e per il cielo gonfio di sbuffi di nuvole tristi.
Non è bello vedere dominare il colore dell'asfalto dentro te.
Non è bello addormentarsi chiedendosi cosa si può mai ricordare di una giornata che identica alle altre, di volti che non ti parlano, di silenzi che sono solo sordità.

E' che proprio non ce la faccio a carburare così. Tra gente che si lamenta, tra vite spezzate o spazzate via, tra fiducia in qualcosa che porti cambiamento e la constatazione che tutto resta identico.
Odio l'immobilità che mi soffoca.

venerdì 21 ottobre 2011

Ho concluso la mia serata di ieri giocando ad una sorta di gioco di ruolo in cui il tuo personaggio vive una vera e propri vita. Il suo obiettivo? ovviamente andare in pensione sereno e vivere il resto dei proprio giorni in tranquillità.

Ho iniziato la mia giornata di ieri discutendo con mio padre. Non ho mai capito se lui si renda conto di chi sia io, di che "mostro" ha generato - nel bene e nel male - o se, semplicemente, come facciamo un po' tutti nella nostra quotidianità, ci creiamo degli stereotipi, delle maschere, dei cluster di informazione e con quelli impariamo a gestire il mondo intorno a noi. Ed ovviamente le relazioni umane. Non realizzo se per lui sia normale doversi sentirsi un po' sconfitti dalla vita o dalle circostanze o dalle nostre paure, se sia un atto dovuto inchinarsi al peso delle scelte forzate, agli "è opportuno che" o ai "così fan tutti".
Magari non ci siamo mai guardati sul serio dentro, faccia a faccia io lui. Il ricordo più grande che ho legato a mio padre, quello più "di pancia" risale al giorno di natale di almeno una quindicina d'anni fa. Avevamo litigato perché non avevo voluto mangiare una fettina di carne - odiavo mangiar carne all'epoca - e per punzione non mi aveva mandato alla messa di mezzanotte. Avrei dovuto cantare.
L'indomani, mentre tutti erano in fibrillazione per la preparazione del pranzo di natale, rigorosamente fatto a famiglie riunite, zitta zitta sgattaiolai in bagno dopo essermi alzata. Non volevo parlare con nessuno. Odiavo il mondo. Lo ritenevo, forse per via di quell'intensità e di quella forza che sanno avere solo gli adolescenti, ingiusto e martellante con me. Già era tutto un divieto la mia vita. Perché privarmi pure della messa? perché non farmi cantare? era l'unica cosa che mi rimaneva. Non è bello avere il cuore nero di rancori, nero di lacrime e di sangue, di pugni che avrei voluto scagliare al cielo, di grida che non potevo sicuramente far spiccare.
L'unica volta che ho potuto gridare dal profondo del mio stomaco, a diaframma completamente abbassato, è stata una mattina in cui mentre con lo sbattitore preparavo una torta, sono svenuta. Quando mi sono rianimata, non so perché, d'istinto gridai. Mia nonna mi girdava nelle orecchie, echeggiando il mio urlo: "grida! grida!". Poi come si conviene alle brave bambine, poi ragazze, poi donne, di alzare la voce non è stato più il caso.

Quel giorno di natale vedevo solo oscurità dentro di me. Non era giusto. No, cavolo, non era giusto. Perché Gesù, nel giorno della sua venuta al mondo, nel suo donare luce e rischiarare le menti, offuscava la mia di nera rabbia e non illuminava quelle dei miei genitori? mi torturavo, lavandomi con acqua gelata, per non lasciar traccia di occhi stropicciati dal pianto.
Mi trattenni in quel bagno per ore, presumo, appoggiata sugli elementi del termosifone. Il caldo mi è sempre piaciuto, mi ha sempre confortata. D'altro canto uno dei primi filosofi greci che ho studiato sosteneva che il caldo è vita.
Un bussare insistente alla porta mi riportò al mondo reale, alle telefonate di auguri, ai "mi prendi la teglia!?", "prendi la tovaglia nel cassetto sotto la vetrinetta del salone?", "conti le sedie?!", "vedi se sono cotti i funghi?".
Era mio padre.
"Esci"
"no"
"Dai esci" e strattonava la porta, per aprirla.
"No vattene" trattenevo la maniglia con tutta la forza che avevo in corpo.
"Non ti faccio niente, dai, esci"
"NO".
Alla fine le mie braccia si arrendevano alla forza di papà, che, spalancata la porta del bagno, mi abbracciò. Mi abbracciò fortissimo, accarezzandomi con la mano aperta e grande, la testa. Piangevo, piangevo forte, dal profondo. "Volevo solo andare in chiesa, perché no?"
"Shhhh".
Giurerei che anche mio padre avesse pianto in quel momento. Mi piace crederlo, Mi piace pensare che in quel momento i nostri cuori hanno battuto insieme, all'unisono, che siamo diventati una Gestalt, una somma di parti superiore per essenza e qualtà.

Mi piacerebbe che ancora oggi ci fosse, ogni tanto, un dialogo tale, lampante, cristallino, che gli permettesse di capire chi sono e che mi permettesse di non umiliare le sue aspettative su di me.
Mi piacerebbe che si fosse felici nel poco... anche se noi abbiamo davvero tanto. Proprio tanto.
Non penso che potrei mai star meglio un domani, da sola. Magari è una balla che mi racconto per poter fare la comodista. Magari è una mezza verità, perché non sempre spicco di autostima.

Il gioco di ieri s'è concluso in modo strano: il mio personaggio ha fatto l'avvocato, l'insegnate e poi è finito a fare l'operaio. Ha estinto dei debiti fatt per studiare, ha avuto un figlio ed una casa in campagna. Una vita dignitosa e non sempre priva di rischi.
Magari mio padre, più che una vita da cavaliere rampante vuole solo che io stia con i piedi per terra e conduca un'esistenza semplice. Un po' come la sua.

A questo pensavo oggi mentre in pausa pranzo mi allenavo. E' stato proprio un allenamento vivificante. Nulla come allenarmi in modo aerobico ossigena i miei pensieri.

giovedì 20 ottobre 2011

Vite bianche

"Ciao gioia, che fai?"
"Ci vediamo stasera? Dai stasera stai con me."
"Dai prendi un appuntamento con me."

Periodicamente è questa l'unica novità degna di nota che registra la memoria dedicata agli sms del mio - a mala pena funzionante - cellulare.

Avvolta in un caldo piumino, accoccolata sul divano giallo e verde della cucina, proprio nel posto che di solito occupa mio padre, guardo Match Point e penso ad altro.
Penso al perché ci si accontenta, al perché certe storie sono perfette ma "bianche" mentre altre, se si potessero identificare da una pennellata di colore ad olio - li ho sempre preferiti i tubetti di colore ad ogio agli acrilici, perché più materici - , magari solo "rosse" o "rosse e nere".
Penso al perché siamo codardi e comodisti, al perché ci abituiamo facilmente alle cose belle ma senza emozione, ma, sotto sotto, ci corrodiamo dentro perché è la passione, il rischio, il "diverso" ciò che ci affascina di più. In modi diversi, in gradi differenti, ovviamente.

Cercando di resistere alla voglia di sgranocchiare qualcosa, dettata più dell'impossibiltà d paralre con qualcuno che da una vera e propria fame o languore post cena, mi assillo. "Sto sbagliando ancora".
Vibra di nuovo il cellulare. Compare di nuovo quella odiosa bustina che fa capriole sullo schermo.
"Che fai? vieni da me?"

Ovvio che no, ovvio che non ho motivi, desideri, bisogni per spostarmi dal mio comodo rifugio per andare incontro a qualcosa che non mi è utile, anzi che mi è prettamente dannoso. Mentre il protagonista del film  imbraccia il fucile, mi interrogo su ciò che voglio sul serio, sul perché qualcuno ti trova in qualche modo interessante ma altri no. Sul perché non sai viverti delle storie senza pensare, senza essere necessaraiemtne una cosa seria, un'avventura, un divertimento. Ecco, non so più - o forse non ho saputo mai - divertirmi. E perché poi, pensare ad una casa, ad una famiglia, a nuove responsabilità, se da anni ho cercato sempre di sottrarmi a queste incombenze, a questi meccanismi fatti di "così fan tutti", di "è giusto, è normale, hai ormai l'età per..., devi, rendici felici così..." per poi concludere con chiose classiche del tipo "cambierà", "migliorerà", "sei libera di scegliere, in fondo hai scelto tu".

E' una tortura. Mi sento costantemente torturata da me stessa, neppure fossi tornata a lottare con certi cerberi delle mie più oscure fantasie emotive, tipiche delle mie lacerazioni post adolescenziali.

La verità è che io non la voglio una vita bianca, dove tutto è perfetto, lindo, bianco appunto.
Io voglio una vita dove puoi anche impastare una torta nel fango. Una vita dove si sprigiona magnetismo, come quello che si sprigionava quando incontravo quel lui. Ricordo ancora quella volta in cui me lo trovai per caso davanti il mio negozio preferito: io con mia madre colma di pacchetti, lui seduto in attesa del suo appuntamento per l'aperitivo. E' stato come sentirsi rapiti da un vortice, di quelli potenti, dove tutto gira intorno a te, non ha contorni, margini, consistenza ed il centro del mondo siete voi che vi dite semplicemente "ciao".
No, non è un rimpianto per un amore finito male o mai decollato. E' "l'idea", quell'idea. Quel desiderio che ti fa pensare di poter essere al centro del mondo ovunque, perché non devi temere per nulla e non hai bisogno di nessuno. E' l'idea di una complicità, di una sintesi, di un'intesa, di energia. La stessa energia che sento disperdere ogni giorno qui a lavoro, fronteggiando solo la mia solitudine, immersa nella tranquillità talvota inaridita del parchetto che scorgo dalle vetrate, interrotta solo dalle costanti lamentele della gente. Eh si sa... ogni lavoro ha le sue pecche, per carità.

Ecco: mi sento sprecata. Un potenziale alla deriva. Uranio impoverito, ma pur sempre cancerogeno.

Mi sposto a letto, il film è finito e anche i miei pensieri vogliono tregua tra le braccia di Morfeo.
Se solo ci fosse un po' di arcobaleno, poco poco... anziché bianco.
Mi sento invisibile agli occhi di chi non sa chi e cosa guarda, ma che asserisce il contrario. Sarà per questo che oggi sono uscita di casa ridicolamente abbigliata. Tanto non mi vede nessuno.




martedì 18 ottobre 2011

Martedì 18 ottobre

Ho un pigiama di pile che mi coccola come fossi un bebé, delicatamente poggiato sulla corolla di un fiore. Profumatissimo, ovviamente. Mi ci sono avvolta dentro, come un batuffolo, per ritrovarmi poi scaldata e confortata. Era da tempo che non stavo così bene.

"Sei felice oggi?" mi scrive mia sorella. "Stai meglio stamattina?" mi sussurra mamma salutandomi mentre va a scuola, lasciando dietro di sé una nuvola di profumo che, di primo acchito, mi pizzica il naso e mi infastidisce, ma dopo poco è solo profumo di lei.
Lo so che se ne accorgono quando sto male, quando sono solo insoddisfatta e infelice, quando mi sento incastrata come un topo in un labirinto o, peggio, quando ho la netta sensazione di essere una tessera sbagliata conficcata a forza in un altro puzzle pur di completarlo. D'altro canto non ne faccio mistero con loro del mio essere scontenta. Che vita è una vita dove vivi solo per lavorare, dove sei sempre da sola, dove il massimo a cui puoi aspirare è una conversazione al telefono mentre guidi, sperando che l'auricolare non si stacchi. Che vita è tenere custoditi avvolti in un panno ferri, abilità, competenze - anche latenti per carità - e ammirarli soltanto, come con i pesci nell'acquario, senza dargli motivo di esistere?
"Dipende da te", si è vero. Sarà sempre troppo tardi quando darò un calcio a questo senso del dovere, alla rigidità di modi e di pensieri che mi contraddistingue. E sarà per questo che lo sport mi fa rinsavire, per un attimo, dall'overdose di pensieri a cui quotidianamente mi sottopongo. Masochisticamente, per giunta.

Ho avuto un risveglio dolce, lentissimo. Gli occhi gonfi e le gote paffute, da bebé, appunto. Certo, se mi guardo allo specchio non si può dire che sia uno splendore, anzi. Non mi importa, a dirla tutta, chi se ne accorgerà mai? In pochi guardano con gli occhi e sanno leggere ciò che vedono, i più poggiano lo sguardo, usano la vista come se fosse una sciarpa che casualmente si poggia qua e là: i sensi si attivano, ma non appercepiscono.

Baciata da questo sole che filtra dalle vetrate ampie e non proprio linde, spero di ricominciare "Nuda e cruda" come diceva Bennett in uno dei libri che ho amato di più.

Negli occhi, i miei, la voglia che il sogno prima o poi rieasca davvero a divenire realtà. O almeno parte di esso.

lunedì 17 ottobre 2011

Pausa pranzo

Sono esausta. Esausta di quella stanchezza che si prova quando si è painto, pianto all'infinito, come quando ero piccola. Non so perché ma quei bei pianti che finivano con il lascarmi stremata, sfinita, accartocciata su me stessa, ma per lo meno pacificata, non sono più stata capace di "godermeli" più.

Sarà che quando si è grandi si perde anche il gusto di queste violente espressioni emotive. Sarà che crescendo diventiamo tutti precisini, rigidi, "mentalizzati".

Anche senza lacrime, oggi, mi sento come allora: non ho occhi gonfi, ma ho conquistato movimenti lenti, neanche mi fossi appena risvegliata da un sonno ristoratore profondo ed intenso, coccolata e protetta da braccia vigorose e avvolgenti, cullata da un respiro ritmico e caldo. Lentamente ho consuamto il mio pranzo, gustando boccone dopo boccone. Lentametne ho affondato le mani tra quelle di mamma, felice di aver ravvisato nel mio sguardo un pizzico di rianimata serenità. Quasi fosse una persona, quasi vivesse una vita propria la serenità che alberga dentro me. Ogni tanto fa le valigie e va via, poi torna piena di cartoline, di progetti, di rotoli di carta fine da disegno, la stessa che da adolescente sognavo stesa su un grande tavolo tecnico, bianco, con la lampada a luce calda, circondata da pennini, da china, da squadre e cerchiometri. L'amore per il progettare mi faceva tremare le mani di gioia: immagianre cose, volti, rappresentarli, colmarli di una scintilla di vaqua esistena, raccontarmeli e raccontarli.

Ho nostalgia di ciò che ero. Non c'è momento in cui non ci pensi e momento in cui non pensi a come ho fatto a smarrirmi così. Che poi, a pensarci bene, non sono smarrita, semplicemente sono evoluta in una specie diversa da quella a cui pensavo di appartenere. Come che so, un seme che credevamo di girasole, poi diventa una pianta di granturco: sono ugualmente accomunati da cromie precise, ma sono diversi.

Mi godo questa riconquistata condizione di pace: sedata da poco, non da lacrime, non da sfuriate, non da voluttuose emozioni in cui perdersi e ritrovarsi. Pacificata solo dal sentire per 45 minuti il mio corpo vivo, dai muscoli vibranti, con il respiro alla fine un po' corto, la luce rifratta dalle gocce di sudore all'attaccatura dei capelli, sopra l'occhio sinistro. Sono questi i momenti che, come una droga, mi portano ad una dimensione di essere infantile, in cui non c'è passato per il quale affliggersi o futuro per il quale nutrire ansie: ci sono  solo io e il mio presente.

Rinsavita per un attimo dalla mia condizione di atarassia mi sono chiesta perché mai non mi decida a operare una resezione del cervello e delle sue connessioni neuroniche: il pensare è il più grande dei miei mali ma la più grande passione rimastami.Vivo nei miei pensieri, dei miei pensieri e con i miei pensieri in un amplesso costante. Si, decisamente sono afflitta da ordinaria follia.

Se penso a quel tempo che non ritornerà più...

Esiste un tasto "Pause" nella vita?
Ed uno "Random"?
Ed uno "Erase"?

Temo di no, ma è un timore stupido. Dovrei dire "per fortuna!". Si qualcosa tipo "meno male!" o un'altra espressione del genere. Se cancellassimo non avremmo memoria, cicatrici, tracce, passato, esperienza. Non è forse esperienza il nome con il quale etichettiamo molto spesso i nostri errori o le occasioni più formative per noi? Meglio non cancellare nulla, allora. Meglio aver presente sempre un panorama il più possibile dettagliato di ciò che è stato per gestire ciò che sarà. Senza farse inghiottire, come potrebbe accadere quando si affondano i piedi in certi terreni argillosi, in certe pozze putride o angoli paludosi che inevitabilmente sbucano così come le lumache dopo gli acquazzoni.

Meglio operare, ogni tanto, una scelta casuale di ricordi, ma di quelli belli, da cui farci cullare. Per il dolore, il rammarico, la frustrazione, spesso basta e avanza il presente. Perché affliggersi ancora con ciò che è stato e ciò che non sarà più? non c'è potere sul passato. Solo metabolizzarlo bisogna.

E così, pausa: pausa da ciò che non è utile, da ciò che è zavorra, da ciò che non ci fa volteggiare come le prime foglie secche di questo autunno un po' ribelle.

Dovremmo, anzi dovrei, anzi devo smettere di torturarmi: "Tu sei padrona del tuo destino e di quello che ne vuoi fare. Nessun altro!"

Se tu hai paura di sognare e di raggiungere i tuoi obiettivi, non potrai mai fare granché nella vita. Sarai sempre schiava del rammarico, della frustrazioni, del rimpianto.

Vivi la tua vita, non farla vivere agli altri.

I sogni sono il succo della vita, vanno inseguiti. Anche se non sarò mai più ciò che avevo sognato di essere, forse è venuto il momento di partorire nuovi sogni da quel cappello a cilindro, tra fiori, conigli, colombe e fazzoletti color arcobaleno.

Probabilmente è anche un bene ascoltare Battiato al mattino appena sveglia.

domenica 16 ottobre 2011

Risvegli domenicali

Quando al mattino apro gli occhi e saluto con un segno di croce, come ho sempre fatto sin da bambina, il mio nuovo giorno, mi piacerebbe avere la mente affolata di immagini colorate, il naso rinsavito da un fragrante aroma di caffè caldo, i sensi ancora intorpiditi da emozioni profonde e autentiche.

Quando mi stiro i muscoli e salto su in piedi, vorrei sentirmi leggera, come se galleggiassi sull'aria: tale vorrei fosse la mia energia e la mia voglia di sguazzare nella vita ancora e poi ancora, finché ce n'è.

Poi, realisticamente, mi accorgo che la mia vita è tornata ad essere quel rifugio di carta, di cibi di conforto, di colori spenti, di tepori autunnali. Mi accorgo che è un arrovellarsi su cose inutili, che tanto è stupido ripensare alle stesse identiche cose. 

Quando al mattino mi sveglio, vorrei avere una buona ragione per vivere al meglio quel giorno, un motivo che mi spiga a pensare che quello sforzo, si giusto quello, ma anche quell'altro, quell'altro ancora e via dicendo, sono valsi la pena.

Ecco si, vorrei che ne valesse sempre la pena, ma soprattutto vorrei avere il coraggio di eliminare ciò che non conta, ciò che è polvere assiepata sotto i divani e i cassettoni, come una coltre pesante che fa da confine ad un mondo altro. Si, inizio con sostituire il vorrei ed il dovrei con gli ho, i sono, i faccio, dico, vado, mollo. 

Questa domenica, anche senza caffè, con la doccia fredda, troppa spazzatura in giro nel mio corpo, è iniziata con un faccio (un dolce) e con un basta! Basta all'immobilità gozzanesca di questa vita fatta di piccole cose immobili.

Sono stata creata per altro e soprattutto per goderla la vita, non per sprecarla ancora e ancora.



PS: special thanks to Massimo, il fratello maggiore che avrei voluto avere, e Pimpi

sabato 15 ottobre 2011

Rigurgiti da sabato sera.

Il sabato sera, ho compreso, è il momento della settimana che odio di più.

Mi pare di capire che sia il momento più pregno di ipocrisie, di solitudine, di finzione, di illusione più grande in questo periodo della mia esistenza. No, non è che io sia più depressa di altri periodi, più frustrata o chissà che... è solo che se la tua voce è un sibilo, gli altri non la sentono, ma se anche fosse fosse da soprano, non la sentirebbero comunque.
Si chiama fenomeno del cockatil party: in una festa affollatissima, la gente riesce a prestare attenzione ad un discorso circoscritto, lasciando il rumore di fondo come sottofondo, appunto, senza lasciarsene cioè influenzare o distrarre.

Bene: il sabato che tu sia uno splendore o una emertica carta da parati buona solo da riciclare, se sei ad un party, il resto è musica da sottofondo e a concentrarsi su un discorso specifico devi essere tu e solo tu. Il resto ti tratterà parimenti da sfondo.

venerdì 14 ottobre 2011

Durante una festa

Mi lamento spesso di sentirmi sola, come se la solitudine fosse un qualcosa di impastato dentro di me, nelle fibre dei miei muscoli, che circolasse liberamente nel plasma, fino a raggiunger eil cuore di ogni mia cellula. Non mi intossica più, ormai: si sa che l'assunzione costante di piccole quantità di sostanza alla lunga portano all'assuefazione.
Chissà se esista una forma di craving anche per la solitudine.

Mi lamento di essere sola anche intorno a tanta gente chiassosa che festeggia il settantesimo compleanno di un simpatico e corplento ometto dalla faccia rossa e accaldata. E' una sensazione di calore generale quella che ti investe in occasioni del genre, che prescinde dal fatto che siano stati accesi i caloriferi, che si stia mangiando troppo e che ci sia troppa gente stipata in un salore addobbato a festa con corolle di tovaglioli in tonalità di verde diversi. Un calore che è tanto piacevole sulla pelle, sulle labbra, sulle guanciotte dei bambini; un calore che si manifesta in chiacchierate fodante sul nulla o sul poco, sulla circostanza, sui consigli, sui progetti per il futuro, sul "come arrederesti questo?", sul "mi hanno proposto un contratto con un montante ore maggionre, ma con paga quasi identica..." o ancora "non devi trasmettere a tuo figlio quest'ansia... lascialo libero..." (di uccidersi o farsi male? penso io tra me e me - ma qeusta è un'altra storia)

E' un calore, tuttavia, che non lambisce nemmeno quel lato oscuro che mi porto dentro: talvolta piccolissimo da ridursi ad una capocchia di spillo, anzi al foro di un ago in cui mamma metteva a fatica il capo di un filo di seta, quando ancora ci cuciva qualcosa a mano la notte, altre volte immenso, una voraggine che ingoia tutto, ma prorpio tutto, talmente tutto che poi mi viene pure da rimettere.

E' una condizione normale quella di sentirsi soli anche tra le folle, così come è una condizione altrettanto naturale - all'estremo opposto - sentirsi pieni anche in un deserto. Questione di equilibri, primo fra tutti quello raggiunto con se stessi.

E se ci aggiiungi persone ipocrite, se ci metti volti estranei, se ci metti il desiderio di sentirti improtante almeno un'ora al giorno per qualcuno, se ci aggiungi che tutto il giorno tutti i giorni non fai che pensare ad altro per dimenticarti di ciò che davvero contava per te, allora ti chiedi quanto sia vera questa solitudine.
Alla fine non sei tu a viverla, ma è un sacco vuoto con la tua faccia, che riempie lo spazio e il tempo somigliando a te ma che non è realmente te. E' un impostore quell'essere che porta in giro il mio nome, i miei abiti, il mio sguardo spento, le mie scarpe preferite ed il mio nuovo profumo. Ne sono certa.

Quella vera di certo è fuggita di notte, protetta dal manto voluttuoso delle nuvole cariche di pioggia sotto una lingua d'asfalto che si srotola tra i campi incolti e gli uliveti che mi riportano a casa. Non c'è da temere, è illusione questo vuoto, non lo vivo io davvero.

giovedì 13 ottobre 2011

Indigestioni di miti comuni

Sfoglio le tante riviste accatastate sul letto vuoto di fronte al mio. Era quello di mia sorella, ora eletto al rango di "deposito di cose utili o inutili o da sistemare o da tenere sott'occhio": il mucchio di cose che si travano lì mi fanno sentire meno sola, come se, in qualche modo, ci fosse ancora lei a mantenere il conseuto disordine in camera e in parte nella mia vita.

Sfoglio quelle riviste, alcune appena morse, in una lettura fugace di mezzo articolo, proprio come se avessi dato un morso ad una mela, magari buona e succosa, ma destinata ad essere abbandonata prima ancora di arrivare al torsolo. Giusto un morso per gustarne la compatezza della polpa e farne sprigionare il profumo. Non tutte le mele profumano di buono. Altre, francamente, sanno di cera. Un po' come le immagini che affollano queste riviste: donne di cera, identiche, bellissime, perfette, surreali, scompgiliate in un modo che le fa sembrare sempre invidiabili anche quando fotografate appena alzate dal letto.

Sfoglio quelle riviste e mi chiedo perché io non ho la medesima allure di energia, di raffinatezza, di eleganza, di "vita". Visi, vite raccontate, abiti indossati, accessori, ambienti... tutto mi parla di una realtà che per tempo ho voluto fosse mia.

E' tardi, corro a prendere la mia auto nera, che accogliente mi scarrozza per la città, cercando di non farmi soffrire troppo le tante buche e gli avvallamenti che l'amministrazione non si decide a riparare. Gli occhi mi si posano su una delle tante pubblicità "Grandi Firme", "Alta moda"... sembrano tutti simili eppure diverse: donne ammiccanti, perfette, desiderabili. Anche i bambini di quei cartelloni appicciati come francobolli storti o figurine Panini alle pareti dei palazzi sembrano di cera come certe mele.

Perché, mi chiedo, dovrei voler essere così? perché questa voglia di volere altro, ma un altro tanto perfetto e diverso da come sono.

Ripenso a certe immagini di  "Sex anche The City 2", paradossalmente visto con mio padre eri sera. Mai avrei pensato di vedere un film del genere ed oltretutto in compagnia di mio padre. Perché non riesco anch'io a circondarmi di tanta bellezza, ricchezza, raffinatezza?

Sono quasi a lavoro e saluto Jamal uno dei ragazzini che vivono nel centro d'accoglienza a mezz'ora di scorrimento veloce da qui. Ha 15 anni e vuole studiare, perché, mi racconta sbocconcellando uno dei grissini che gli ho offerto, "senza un pezzo di carta non puoi fare niente".

Sono vestita mediamente male oggi, ho un trucco che non mi fa apparire vellutata e appetibile, uno chignon disordinato e i miei pezzi di carta non bastano a farmi sentire di aver concluso qualcosa. Ho una di quelle riviste in borsa, la mail box piena di pubblicità di ogni sorta, vedrò Mohammed all'altro semaforo fra un'oretta, mentre torno a casa a cucinare per mia madre.

... e penso che in fondo non sarei una persona migliore se avessi un personal shopper, se avessi un make up artist, un armadio da fare invidia che ne so... alla Sozzani - tanto per citare qualcuno -, se avessi quel master lì o quell'altro titolo là.

Penso che sarei migliore se solo riuscissi a sollevare ogni giorno il sedere - imperfetto rigorosamente non da copertina - dalla mia poltrona e riuscissi a viaggiare con i fatti concreti, con la gente vera, con l'aria nei polmoni, e non solo con la testa. E penso anche che è divertente vedere film come quello di ieri con mio padre e sorridere da dietro gli occhiali ai ragazzi al semaforo, che non sono bestie, ma ragazzi normali come, quanto e più di me.

mercoledì 12 ottobre 2011

La volta buona

Ho freddo, le mani viola, graffiate da qualcosa che avrò maldestrametne adoperato - forse un coltello, una forbice o qualsiasi altra cosa che mi sia capitata per le mani oggi e che distrattamente ho sottovalutato mentre la rigettavo nelal mischia delle cose alla rinfusa che circondano le mie giorante, qualche volta soffocandole -.

Ho mangiato troppo ieri sera, ma senza remore: avevo bisogno di coccole, di quelle coccole che ti può dare solo un pezzetto di pane o qualche biscotto, che rispetto agli amori in carne ed ossa, al massimo ti lasciano il bruciore allo stomaco, ma nessun cerotto sul cuore.

Non ho voglia di andare in palestra, di armeggiare con quei pesi che odio, che mi fanno sentire schiacciata e piccola, debole, con due ali di pollo arrostite più che con due spalle come tutti gli altri. So che andrò, ad ogni modo, perché non c'è maggior soddisfazione di riuscire a sfidarse se stessi e vincere. Spostare un limite poco più in là, darsi, magari anche solo una pacca sulla spalla - sempre quella, quella piccola e debole, ma pur sempre spalla - dicendosi "brava!" e anche se non ce l'hai fatta, rincuorarti dicendoti "ce l'hai messa comunque tutta, la prossima volta sarà quella buona!". E poi, alla fine, quella buona volta arriva.

Arriva sempre la volta buona per tutto: per prendere quel libro che tanto desideravi nella tua collezione per consultarlo e rileggerlo ogni volta che vuoi - come se le sue pagine ti svelassero di volta in volta la chiave giusta per interpretare la tua giornata e la tua vita -. Arriva la volta buona in cui riesci a cantare tutto d'un fiato la tua canzone preferita, modulando volumi, gestendo gli squillanti, arrivando di testa e di pancia lì dove la voce deve arrivare per trasmettere emozione.
Arriva la volta buona in cui non temi di entrare in una stanza vuota dove non conosci nessuno; la volta buona in cui anche se ti guardi allo specchio non vedi un mostro, bensì una persona; la volta buona in cui ti sfoghi, o fai qualsiasi altra cosa che avresti ritenuto impensabile per te eppure, vedi caso, la fai. E ti viene pure bene o - per lo meno - non ti fa sentire neppure in colpa. Puoi anche dimenticare, a tratti, di averla fatta.

Sono tante le volte, quelle buone, direi pari a quelle delle occasioni mancate. Sui piatti di una bilancia presumo pareggerei i conti. Se è davvero così - ci voglio credere - non mi resta che andare.

Il problema è che ancora non è arrivata la volta buona in cui riesco a spegnere definitivamente i motori del pensiero, in cui riesco a non lambiccarmi per un tempo abbastanza lungo su situazioni e persone e sentimenti ed eventi, per ricominciare da capo.

Magari è la volta buona in cui si da a tutto un bel colpo di spugna, quella che aspetto, insieme all'ora per andare in palestra.

L’amico coi problemi

Lo conosciamo, lo conosciamo, il perfido “amico coi problemi”. Tutti ne abbiamo almeno uno, e non temete, psicoamici: non si tratta mai di problemi gravi. Ma lo diventano, ahimè: lo diventano per noi. L’amico coi problemi è quello in grado di fissarsi su una qualsiasi, piccola eventualità della vita (non so, ad esempio, un suo litigio con la fidanzata, un suo risolvibilissimo problema sul lavoro, un suo malessere, una noia) e di eleggerla a problema cosmico, pressante, davanti al quale qualsiasi altro impegno (vostro) problema (vostro) necessità (vostra) fatto (vostro) dovrebbe inchinarsi e scomparire. L’amico coi problemi sarà in grado di telefonarvi a qualsiasi ora della notte e del giorno. Fateci caso: non domanderà mai “come stai?”, o se lo farà sarà un riflesso automatico e in realtà non glie ne importerà un accidente. Non domanderà mai “disturbo?”, e se sarete voi a lasciarglielo capire (“sto qui a vedere un film con mia moglie…”, “sono al lavoro…”, “ho un tubo che perde e la casa mi si sta allagando…”), l’amico passerà sopra questa informazione con la noncuranza di uno schiacciasassi. Qui inizierà il dramma: l’amico vi ripeterà per l’ennesima volta che sta male, che ha un problema. L’ultima volta gli avevate consigliato di lasciar perdere quella ragazza, o quell’impegno che lo fa soffrire, ma ora vi renderete conto che lui se n’è assolutamente infischiato del vostro consiglio. Perché? Perché l’amico coi problemi non vi ascolta, non glie ne importa un fico di cosa dite o rispondete. L’amico coi problemi ha bisogno di lamentarsi. Perciò, il consiglio è il seguente: rispondetegli, dopo di che abbandonate tranquillamente il telefono sul tavolo. Ogni tanto riavvicinatevi alla cornetta per dire: “Ah, sì, mi dispiace da morire”. Poi continuate tranquillamente a riparare il tubo che perde o a spassarvela con vostra moglie. Perché sappiate due verità. La prima: l’amico coi problemi non starà accanto a voi nel momento in cui sarete voi ad avere un problema. Se tenterete di farglielo intuire, lui ritornerà come una molla su di sé (esempio, AMICO: “Disturbo?”, VOI: “Be’, non mi sento molto bene, ho l’appendicite e…”, AMICO: “Eh, sapessi io che mal di pancia, per colpa di quella bastarda della mia fidanzata che…”). Punto secondo: Il problema dell’amico coi problemi è irrisolvibile, semplicemente perché non appena sarà risolto il problema specifico con cui vi ha tormentato negli ultimi mesi, quel problema non sarà mai esistito, e sarà sostituito all’istante da un altro. Psicoamici: non cedete al complesso di Atlante! Non addossatevi i problemi di chi non lo merita! Non siete necessari, non gli servite! Lasciate che si sfoghino contro il muro: per gli amici coi problemi, non valete molto di più.
L’amico coi problemi

martedì 11 ottobre 2011

L'amore

L'amore è un frutto che matura in ogni stagione ed è sempre alla portata di ogni mano.

(Madre Teresa di Calcutta)

Mi piace pensare che, man mano che passa il tempo, che cambiamo noi e che cambia il nostro modo di vivere, anche l'amore e il senso che gli attribuiamo, parimenti, cambia.

Osservavo un bambino di 4 anni, sabato, nel corso del ricevimento per il matrimonio dei miei due amici. Scorazzava accanto alla sposa, senza posa. Non aveva tregua il suo saltellare, il suo ridacchiare e il suo chiamare: "mammaaaaaaaaaaaaaa". Quando sbatte per terra, casca, si fa male, sembra quasi fatto di gomma, ma la sua consolazione è subito cercare con le mani le mammelle della mamma, accoccolarsi a lei e sentirs così protetto e amato. Ecco: per un bambino come lui, amore è la mamma, il suo seno, il suo abbraccio e le sue parole.

Sempre nella stessa sera osservavo tante giovani coppie: amore è per loro ritorvarsi l'uno accanto all'altra, imboccarsi un pezzetto di torta, brindare complici a qualcosa di stupido o di profondamente serio che sanno solo loro e nessun altro. Si guardano, si sfiorano, si ignorano, si stuzzicano. Litigano sottovoce o in modo teatrale, a seconda dei casi.
 "Ma che diavolo fai! così mi sporchi il vestito!!!" Grida una al suo lui che pensa bene di riempirle l'abito di seta di schizzi d'acqua sporca.
"La smetti di fissare quello? ora ti faccio vedere cosa si prova quando qualcuno guarda un'altra che noi sei tu!" sussurra indispettito e pungente un lui alla sua lei che con l'amica ridacchia osservando un cameriere dal fisico invidiabile, a loro dire.
"A noi" tubano due altri, con la passione e la sensualità di chi non vede l'ora di arrivare al sodo.
Ecco: per loro, in modo diverso,  amore è qualcosa che ha a che fare con il futuro, con la progettualità, con il corpo, con gli umori, con le assenze, le presenze, le imago interiorizzate dei genitori - eh si, perché a mio parere cerchiamo sempre un po' nel nostro partner o il nostro papà perfetto o la nostra amorevole mamma -.

Amore è una nonna che si fa a piedi otto rampe di scale per far felice una delle sue sedici nipoti, anche se ha sonno, se è stanca, se è diabetica e s'imbarazza un po' a far l'insulina nel bagno di un ristorante.

Amore è litigare, gridare, sbraitare finchè la gola non brucia e non esce più voce, finchè viene il mal di testa e vorresti strapparlo quel manifesto bellissimo appiccicato come un francobollo nel tuo cuore, con sopra l'immagine più perfetta, la fotografia più significativa di un momento che potresti definire perfetto.

Cambiamo noi, cambiano le stagioni, cambiano le concezioni dell'amore e degli affetti e dei frutti che in esso ricerchiamo. Un amore può finire, può durare, può trasformarsi, può congelarsi e restare nella nostra mente e nel nostro cuore quell'idea perfetta di un'unione gestaltica, un "uno" che è più cose insieme ma è più delle singole cose messe assieme.

L'amore, alla fine, quando lo trovi, lo scopri, lo vivi, lo sperimenti nella sua molteplicità,  ha un potere sempre medesimo: la forza di raggiungerci, in ogni tempo e in ogni momento, in forme diverse proprio lì dove fa sempre freddo. Quello stesso freddo che a tratti ci investe, devasta, ci lascia nudi e soli.

L'amore può anche essere solo una pianta dal vaso rosa con una grande pianta dalle foglie cicciottelle o un quadro: un modo diverso di dire che c'è, ci sono, ci siamo.

L'amore, se è amore, viaggia insieme al perdono, alla speranza, alla fiducia, alla pazienza, alla dolcezza, alla passione e alla capacità di lasciare andare: sì lasciare andare, perché se ami davvero devi anche capace di evolvere tu, come fa lui a sua volta.

Non si può restare per sempre a quell'idea di amore di un bimbo di quattro anni, per cui amore è toccare il seno della mamma per sentirsi protetto, felice e poter addormentarsi senza la paura che un mostro ti rubi il naso

lunedì 10 ottobre 2011

Prendi il largo

 

Quando il tuo battello ancorato da molto tempo nel porto ti lascerà l'impressione ingannatrice di essere una casa, quando il tuo battello comincerà a mettere radici nell'immobilità del molo, prendi il largo.
E' necessario salvare a qualunque prezzo l'anima viaggiatrice del tuo battello e la tua anima di pellegrino.


(Dom Helder Camara, Mille ragioni per vivere)

Tempo e cambiamenti

Talvolta mi chiedo perché è così assoluta l'esigenza di relazionarsi al tempo. Percé debba essere il tempo a scandire gli eventi, i fatti importanti, le sensazioni, i profumi, i colori. Perché ci sia questo bisogno di misurarci con i cambiamenti.  Cambiamenti, per definizione, ineludibili per ciascuno di noi.

Cambiamento è vedere una coppia sposarsi e vederli sereni e felici, anche se solo per un attimo, perché consapevoli che non basterà il loro amore a tirare avanti senza uno straccio di lavoro.

Cambiamento è anche questo clima bizzarro. Venerdì parecchio caldo, poi la nebbia, poi la pioggia, poi raffiche di vento che ti strappano la faccia per disperdere la tua essenza ovunque e poi di nuovo il sole. Cambiamento è il mio umore, né più né meno folle delle nuvole grosse e grigie che si inseguono giocando a nascondino da questo medesimo e tiepido sole.

Cambiamento è restare lì, identici a se stessi, lì dove ci eravamo lasciati, come se tutto fosse rimasto identico, ma così non è. Come il tempo, appunto: un weekend dopo l'altro, è di nuovo lunedì, la riunione del martedì sera, le prove di venerdì... Sembra sempre tutto identico ma così non è. Mai.

Cambiamento è sapere di essere fintamente autentici, avere il coraggio di mentire. Ipocritamente.

Cambiamento è urlare per via di qeul rancore che non si può più tollerare.

Cambiamento è sentirsi dire "sei la più bella", tu che sempre ti sei sentita "taroccata" nell'anima agli occhi degli altri quando si è trattato di confrontarsi sull'apparire.

In vena di cambiamenti e di istinti che fatico a reprimere, convulsamente e distrattamente, vedo tratteggiarsi una nuova vita e una nuova identità. Si inizia con poco: un giro all'Ikea, un fiore di stoffa, un sms alla mamma e la folle idea di intraprendere un viaggio, un viaggio diverso, che mi fa parecchia paura - diciamolo - ma dove potrei forse trovare una nuova dimensione, una nuova armonia. O forse no.

Non mi resta che aspettare che arrivi quel  tempo, quel momento in cui, che sia un lunedì, che sia un weekend, che sia il giorno che sia, magari mi ritroverò a rispondere SI.

venerdì 7 ottobre 2011

Off Topic

Grazie a chi mi legge e commenta.
Continuo ad avere problemi con questa piattaforma, sfortunatamente.
Riesco a leggervi con la funzionalità "Reader", ma non riesco ad aprire alcun blog fisicamente, perché il mio pc si blocca subito dopo.
Non riesco a commentare quasi nessuna: ricevo sempre un messaggio di errore, come se non mi "identificassero" con il mio account di google.

Mi mancano le mie "vicine" di casa, mi manca la mia "casa".

Dicono, ad ogni modo, che ad ogni cambiamento è inevitabile che si perda qualcosa, ma altrettante se ne acquisiscono.

Stay tuned

Ad una non più amica

Visto che posso scegliere d'agire, almeno nella fantasia d'istinto, oggi inizierei a vomitarti parole di lame, pungenti, cattive, perché tu, proprio tu, mi hai resa cattiva.

Non c'è nulla, credo, di peggio di quella sensazione di nauseata sufficienza che hai di trattarmi che mi ferisca. E non c'è nulla, credo, di più cattivo e violento, sconvolgente, pungente di una persona che si sente corretta, ferita.

Lo dicono tutti: quando un buono si fa arrabbiare diventa il cattivo dei cattivi. Non era così che ripetevano a scuola? "E' tanto buono e caro, ma se lo fanno arrabbiare..."

E così si scatena un senso di rabbia, di vendetta, di dolore che non trova voce, gesti, marchingegni adatti ad esprimerlo. Nessun giochetto linguistico, nessuna schermaglia di frasi ad effetto che sembri abbastanza utile a quietare quel senso di acido che si è innescato, come in una reazione a catena di quelle fatte in laboratorio al liceo. Si, quegli esperimenti che tanto avrei voluto fare, ma che non ho fatto.

No, non mi piace sentirmi così carica di risentimento. Non mi piace sentirmi cattiva. Non tollero le risatine e la vocine stridue ed isteriche che sai fare. Non riesco a fingere interesse minimo per la tua ipocrisia.

E ti ho voluto bene, lo sai vero? e te ne vorrei ancora se fossi una persona normale, non dico come sognerei io, perchè non è lecito pretendere che gli altri tornino ad essere come li ricordiamo noi, ma per lo meno onesta.

Si ti vorrei onesta. Non quella squallida sgualdrinella che è diventata la tua persona. Una persona che si sente in competizione, che si sente autorizzata a passare per simpatica e vivace quando, sotto sotto io lo so che c'è e non credo lo sappiano gli altri.

E la tua storia non mi muove più a compassione, perchè sei tu che la umili ogni giorno quella memoria, quella rettitudine d'animo, quella spensierata autenticità che ti caratterizzava.

Quanto odio la persona che sei. Quanto odio come mi fai sentire. Quanto mi disgusta la tua compagnia fittizia e falsa. Quanto odio le bugie e le finte complicità. Quanto odio che mi trascuri, che m'imbrogli.

Ecco, la verità è solo questa, che ti voglio bene ancora, e tanto, che avrei voluto fossimo sorelle, complici, perché condividevamo un passato, un presente e un futuro.

Anche averlo ammesso, scritto qui, nero su bianco, su un foglio che vorrei incenerire con il fuoco cattivo che porto dentro, non mi aiuta e non mi sentire pronta ad affrontare il tuo saluto ed il tuo "Ciao... come va?" ammesso che al tuo ciao seguisse davvero uno straccio di vuota conversazione, il tentativo, almeno, di farne una.

Ammettiamolo: sono io quella che, per quanto si senta di pronunciare parole come odio, risentimento, cattiveria, alla fine, non sa fare nulla che rodersi dentro.

Tanto tu, come gli altri, te ne fotti: strofini le suole sporche delle tue scarpe sulla mia umiltà, sui molteplici tentativi di riavvicinamento che ho intavolato, e te ne vai con quel rossetto troppo rosso, gli occhi troppo da gatta e un vestito troppo stretto.

giovedì 6 ottobre 2011

Grovigli

Grovigli.
Se mi dovessi guardare allo specchio, ma ad uno specchio magico, di quelli che deformano le immagini, magari facendo apparire un oggetto che ti equivale, che ti rappresenta in questo stesso istante in cui ti specchi e vai in cerca del riflesso dei tuoi occhi su un pezzo di vetro, presumo vedrei un gomitolo.

Un gomitolo dà l'idea di qualcosa di morbido, di soffice. Rimanda all'idea classica del gatto piccole e tenero, che gioca ad inseguirne uno, caduto dalla cesta del cucito di una santa donna, che, accoccolata su di una poltrona, riscaldata da un fuoco accogliente, rammenda qualcosa con la dedizione e l'affetto che solo una mamma o una nonna sanno manifestare quando realizzano qualcosa di banale e di speciale per coloro che amano.

Un gomitolo, quello che vedrei riflesso, non sarebbe solo soffice. Soffice come i miei capelli appena lavati e voluminosi. Sarebbe piuttosto un groviglio. Un grovilgio di pensieri, di amarezze, di rospi ingoiati perchè è meglio larsciar perdere tanto non c'è peggior sordo di chi non vuol sentire e non c'è peggior persona di chi si mette in testa qualcosa e ne è pregna fino al midollo, rendendo quel pensiero, quell'idea, quella convinzione una certezza inalienabile, costitutiva del proprio essere.
Un groviglio di "basta!", "non ce la faccio più", di "fatti i fatti tuoi", "vai a quel paese", "non rompere", "mi soffochi", "non mi rispetti", "mi rendi infelice". E giù di improperi, di rabbia sputata per terra come fanno certi ragazzini maleducati con il loro chewing- gum davanti ai pub.

Un groviglio, di cui, ne sono certa, esiste un capo. Ma se non mi decido a tagliuzzare i nodi, a sbrindellare i pezzi troppo avvolti su se stessi, talmente tanto che sarebbe una follia provare anche solo a separarli perchè i fili si sciuperebbero e si romperebbero comunque, ecco... temo che rimarrò un gomitolo brutto e voluminoso ancora a lungo.
Non c'è modo di quietare la rabbia se non le si lascia una qualche forma di libero sfogo.
Non c'è modo di proseguire se non ci si rialza sulle proprie gambe e, poi, ripartire così da capo

“Osserva un artista, se è davvero in gamba, gli capita sempre prima o poi di arrivare al punto in cui potrebbe fare un unica cosa per il resto della vita, e per tutto il mondo esterno continuerebbe ad avere successo ma non avrebbe successo per se stesso. Quello è il momento in cui si vede davvero chi è, se si mette in gioco rischiando il fallimento, è ancora un artista.”

mercoledì 5 ottobre 2011

Conversazioni ossessive

Ho bisogno di scrivere. Scrivere anche se non posso leggere né essere letta.
Mi agito come una di quelle bestie a cui hanno spezzato la coda, quelle lucertole oggetto di giochi sadici di bambini cattivi, che si rotolano e si agitano sulla sabbia, lasciando le loro viscide minuscole impronte per terra.

Non mi chiedere perché, perché è così e non in un altro modo. Non so fare altro.
"Sai solo lamentarti"
Si. So solo lamentarmi, perché non so aprire la porta che mi porta dritta dritta all'uscita. Anche se me l'hanno spiegata, come diavolo si apre. Ed è pure semplice.

"Sai solo complicarti la vita".
Si. Ed è stupido tornare indietro e capire, trovare colpe, origini, responsabilità. Che senso ha?! Nessuno.
Appunto, nessuno.

"Chi ti credi di essere!? Cosa pensi!? che la tua melodrammatica patetica vita sia migliore per forza o per destino delle altre!? che ti spetti di più o di meno perché sei tu e non un ipotetico altro al tuo posto!? No, dico, ma chi sei!? cosa vuoi!? che stai a fare lì!? che ti manca!? che diavolo vuoi!?!"

Si ripetevano quelle domande nella sua mente, come rimbalzassero da una tempia all'altra. Una sorta di flipper.

"Passa avanti. Vai oltre."

La comprendo, in fondo, quella sfortunata serie di dialoghi impossibili. "Siamo vittime di altre vittime", un giorno ho letto in un libro. Non mi ricordo di chi e di cosa parlasse.

Io non so dare una via d'uscita, non so aprire quella porta, non so darti consigli diversi. Se potessi scegliere d'istinto, ti direi solo di fuggire dall'immagine contorta, distorta e frastagliata che ti sei costruito di te stesso. Forse impareresti a capire che il mondo non ti è ostile a priori e che, come credo sia stato scritto da Paulo Coelho in L'Alchimista, "tutto l'universo cospira cospira affinché chi lo desidera con tutto se stesso possa riuscire a realizzare i propri sogni".

lunedì 3 ottobre 2011

Caffè alla nocciola

"Essere come gli altri vogliono, fare ciò che desiderano, prevedere ed esaudire ogni loro desiderio" - disse - "questo è l'unico modo che io conosca per far vedere al mondo che esisto, che ci sono."

Sorseggiava quel caffè, con uno strano gusto di nocciola, mentre pronunciava quelle parole. Occhi bassi, tristi, spenti. Una rassegnazione dipinta su un volto troppo giovane. Una dignità persa per un attimo, dopo quella confessione.

"Farmi schiava, per non restare sola. Meglio essere schiava e sapere che qualcuno, anche se per motivi più o meno orrendi magari, ricercherà la tua presenza, la tua compagnia, i tuoi servizi, che essere sola. Sola, con te stessa." - continuò.

Un venticello leggero accarezzava le fronde alte della siepe, quel muro verde tanto alto da creare un'oasi protetta, un angolo di purezza, di tranquillità, di semplice e raffinata poesia, lì tra quelle auto, quel viavai di gente, tra quelle vetrine luccicanti di cose costose e decisamente inutili. Bisogni effimeri di una società che ormai affonda le proprie radici nella sabbia.

"La solitudine mi uccide. E' quanto di più brutto possa esserci, nell'esistenza di una persona. Una persona non è una persona se non c'è un altro essere umano a vederlo, a sentirlo, a toccarlo... Una persona sola non è diverso da un albero, da un tavolo, da questa tazzina trasparente che ho in mano. Nessuno può esistere da solo. Nessuno può salvarsi dalla follia, se resta solo".

L'ultima goccia di quello strano caffè aveva un'aroma di nocciola ancora più intenso e pieno. Le infuse calore, un senso di buono che dalle papille si difondeva sino alle punte dei capelli, tratteggiandole un abbozzo di sorriso tra le gote di quel viso bianco e cencioso.

Si alzò repentina, quasi volesse spogliarsi di quelle debolezze, come se con un movimento rapido dei muscoli potesse disperdere nell'aria la confessione che appena aveva fatto, a qualcuno che - ne era certa - non avrebbe capito mai sino in fondo.

Lasciò la mancia per il cameriere sul tavolo e, fiera, buttando lo sguardo di qui e di là tra le coppe di crema di pistacchio e le creme caramel alla vaniglia, si diresse dritta come un fuso, verso il suo consueto e abusato destino.