mercoledì 5 ottobre 2011

Conversazioni ossessive

Ho bisogno di scrivere. Scrivere anche se non posso leggere né essere letta.
Mi agito come una di quelle bestie a cui hanno spezzato la coda, quelle lucertole oggetto di giochi sadici di bambini cattivi, che si rotolano e si agitano sulla sabbia, lasciando le loro viscide minuscole impronte per terra.

Non mi chiedere perché, perché è così e non in un altro modo. Non so fare altro.
"Sai solo lamentarti"
Si. So solo lamentarmi, perché non so aprire la porta che mi porta dritta dritta all'uscita. Anche se me l'hanno spiegata, come diavolo si apre. Ed è pure semplice.

"Sai solo complicarti la vita".
Si. Ed è stupido tornare indietro e capire, trovare colpe, origini, responsabilità. Che senso ha?! Nessuno.
Appunto, nessuno.

"Chi ti credi di essere!? Cosa pensi!? che la tua melodrammatica patetica vita sia migliore per forza o per destino delle altre!? che ti spetti di più o di meno perché sei tu e non un ipotetico altro al tuo posto!? No, dico, ma chi sei!? cosa vuoi!? che stai a fare lì!? che ti manca!? che diavolo vuoi!?!"

Si ripetevano quelle domande nella sua mente, come rimbalzassero da una tempia all'altra. Una sorta di flipper.

"Passa avanti. Vai oltre."

La comprendo, in fondo, quella sfortunata serie di dialoghi impossibili. "Siamo vittime di altre vittime", un giorno ho letto in un libro. Non mi ricordo di chi e di cosa parlasse.

Io non so dare una via d'uscita, non so aprire quella porta, non so darti consigli diversi. Se potessi scegliere d'istinto, ti direi solo di fuggire dall'immagine contorta, distorta e frastagliata che ti sei costruito di te stesso. Forse impareresti a capire che il mondo non ti è ostile a priori e che, come credo sia stato scritto da Paulo Coelho in L'Alchimista, "tutto l'universo cospira cospira affinché chi lo desidera con tutto se stesso possa riuscire a realizzare i propri sogni".

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