mercoledì 30 novembre 2011

To do list

Le mie due ultime giorante volano.
Volerà, spero, anche domani... quando mi aspetta una riunione di lavoro, tra l'altro anticipata alle 9.00.

Un sogno, un film ( "Il Diavolo veste Prada", una tisana ed il desiderio che questo ultimo mese dell'anno sia bello, bello sul serio.

Ho ricevuto un bellissimo fiore, mentre tornavo a casa: una sorpresa gradita, romantica, intensa. Non pensavo davvero che chi mi ha donato questo fantastico e semplice dono, avvolto in una rete gialla ed un fiocco di rafia (eh si, il giallo, il colore del sole, della luce, della gioia), comprendesse in che momento buio mi trovo e di quanto avessi bisogno di una candela per rischiarare mente e cuore avvolti da nebulose foschie.


Vorrei scrivere, scrive con penna nera su un foglio di carta, qualcosa di speciale:

  1. le 30 cose da fare assolutamente nel 2012 (e così per ogni anno a seguire)
  2. le 100 cose da fare nella vita prima di morire
Ciascuno di noi ha un sogno... o almeno 30 micro sogni da realizzare in un anno e 100 imprese - grandi e piccole - da concludere nella vita intera. Ne sono certa.

Se potessi compilerei questa lista stesa su un letto grande, morbido, caldo... ridendo senza motivo accanto alla persona che mi ha ridato oggi una luce, un faro piccolo piccolo, per far tornare la mente "a casa", presa com'è dai flutti scuri dei pensieri negativi, delle insoddisfazioni e delle frustrazioni.

Si... una to - do - list dove posso tornare a sognare. Si accettano consigli!

Perlina di saggezza




“Ci è concessa una sola vita e spetta a noi la decisione di lasciare che le circostanze modellino la nostra esistenza o in alternativa di agire, e così facendo, vivere intensamente.”

Omar Nelson Bradley.

martedì 29 novembre 2011

Guardando il cielo

Questo potrebbe essere un tipico pomeriggio da periodo natalizio.
C'è una nebbia fittissima, così densa che si taglia con il coltello, quasi fosse una crema lattigginosa e invasiva: ti entra dentro, ti penetra nelle ossa e ti fa sentire cieca e appiccosa.
Si cammina a passo d'uomo, neppure con gli antinebbia si può andare un po' più spediti... e con l'asfalto così viscido è un rischio per sé e per gli altri, tanto più che ci sono un sacco di tornanti nella strada che ultimamente prendo per andare a lavoro più in fretta.

Ecco, direi che questo potrebbe proprio essere un pomeriggio dicembrino in cui vedi la gente per le vie del centro alla ricerca del regalo - o più comunemente, data la pesante situazione economica, pesierino - perfetto per l'amica, il partner, i genitori e via dicendo.

Più si inseguono gli anni, lungo la linea della mia vita, meno sento profondo e vero lo spirito del Natale. E' come se avesse perso la sua magia, la sua vera atmosfera, la sua luce.

Davvero crescendo perdiamo il gusto delle cose? davvero tutto diventa via via più sterile, siamo più cinici, invecchiando? In amore, nelle amicizie, nel Natale o in qualsiasi altro ambito o momento... sul serio si diventa più disillusi e aridi?

Se dovessi inviare una letterina a Babbo Natale, credo che gli chiederei di farmi trovare la leggerezza che avevo tanti ani fa, quadno ancora non stavo nella pelle a sapere che c'erano i regali sotto l'albero, quando aspettavo con ansia le vacanze di natale, quando mamma era a casa la mattina e si alzava più tardi e facevamo colazione tutti insieme, quando non importava come ti vestivi, quanto pesavi, come ti eri truccata o pettinata..., quando come regalo bastava scrivere un piccolo messaggio d'affetto e colorarlo a mano ed infilarlo in una scatolina delle sorpresine che c'erano nelle confezioni delle merende del Mulino Bianco per fare felici coloro che amavo di più.

Quanto odio questa nebbia fitta che avvolge costantemente la mia città e i miei giorni...

L'esperto

L'esperto
(Bruno Ferrero)



Un uomo decise, un giorno:«Voglio conoscere tutto e, se fosse necessario, farò il giro del mondo». Così disse e così fece. L'uomo si mise a percorrere il mondo.
Dai più grandi professori imparò la geografia, la storia e l'intera gamma delle scienze. Scoprì la tecnica, si entusiasmò per la matematica, si appassionò all'informatica.
Registrò su dischetti, video e CD tutto quello che aveva imparato e scoperto. Ritornò a casa soddisfatto e felice.
Diceva: «Ora, conosco tutto!».
Qualche giorno dopo, fece visita ad un famoso personaggio, conosciuto in tutto il mondo per la straordinaria sapienza.
L'uomo voleva confrontare il suo sapere con quello del saggio. Tirarono a sorte per sapere quale dei due avrebbe dovuto porre la prima domanda.
La sorte designò il grande saggio, il quale si rivolse all'uomo e gli domandò:
«Che cosa sai dell'amicizia?».
L'uomo ripartì, senza dire una parola.
Sta ancora percorrendo il mondo.

Amare è la sfida più ambiziosa dell'intera esistenza. La più intensa. La più soddisfacente. Diglielo a quelli che ami. - "Voglio farti sapere quanto sei importante per me, che puoi essere il creatore della persona che è in me, se vuoi. Tu solo puoi abbattere il muro dietro il quale sto tremando. Tu solo puoi vedere dietro la mia maschera. Tu solo puoi liberarmi dal mio mondo d'ombra, fatto di panico, d'incertezza e di solitudine. Perciò, ti prego, non passare oltre. So che per te non sarà facile. La convinzione di non valere nulla erige muri solidi. E più ti avvicini a me, e più, forse, io reagirò ciecamente. Vedi, a quanto sembra io combatto contro ciò di cui più ho bisogno.
Ma mi hanno detto che l'amore è più forte di ogni muraglia, e in questo sta la mia sola speranza. Perciò abbattí questi muri con le tue mani salde ma gentili, perché ciò che vi è d'infantile in me è molto sensibile e non può crescere dietro questi muri. Perciò non desistere. Ho bisogno di te".

Piccole considerazioni

Ultimamente la mia vita sociale rasenta lo zero assoluto... Sempre dentro questo ufficio, mi sento così vincolata, così stretta ei tempi e negli spazi.

Sarà per questo che anche sentire un poco più che conoscente via email o per messaggio mi riempie la giornata: senza questi tipi di supporti, sarei sola. Ed è parecchio brutto.

Parlando di modi di vedre la vita, è stato per me spontaneo dire che dedicherò il mio primo libro anche a colui che mi ha fatta ridere parlando di nulla e ricordato che, in qualche modo, resto un animale assolutamente sociale, semplicemente collocato dentro uno zoo. Parecchio bello, per carità, ma pur sempre uno zoo.

Non saprei, a dire il vero, a che animale potrei paragonarmi. Sarà che con il tempo ho perso anche di vista quell'istinto "ferino" che vado invocando quando devo compiere piccole e grandi scelte.

Si, lo confesso, Aristotele era uno dei miei filosofi antichi preferiti.

lunedì 28 novembre 2011

Altri motivi per ringraziare

Sono appena rientrata in ufficio dopo la visita nello studio radiologico per quel mio maledetto ginocchio. La situazione temo sia poco più complessa e lunga di quanto volessi/sperassi.

Ciò che più mi ha colpita, di questa pausa pranzo passata in quello stanzone con luci al neon e una greca giallina e verdognola che spezza a metà le ampie pareti azzurre e gialle, è stata una bambina, seduta in braccio alla sua mamma, proprio difronte a me.

La sala è già piena ed è un susseguirsi di "buonasera" quando io e gli altri dopo di me, entrano. Mi colloco in punta di sedia, con la schiena impettita e lo sgaurdo un po' preoccupato nella sedia vicino il termosifone, proprio dietro la porta, una di quelle che conducono alle varie sale in cui io e gli altri verremo sottoposti ai vari esami...

La mia attenzione ricade ben presto su questa bimba dalla coda alta e folta, tutta rossa. Incarnato chiaro. Sembra una bimba irlandese, con occhiali enormi, che le oscurano il minuscolo viso. Non saprei darle un'età: magari 10 anni o forse meno o forse più. C'è un altro bimbo con la mamma e la nonna, proprio accanto a me. Lui di anni ne ha 11 - lo leggo nella cartelletta in cui c'è scritto che farà una tac. Mi mettono sempre tristezza e preoccupazione i bimbi che stanno male. Loro non hanno armi per difendersi, un adulto per lo meno ha un pizzico di esperienza in più, che quanto meno gli permette di dire dove, come e cosa gli fa male.

Guardando meglio questa bimba, mi accordo che il suo mento è ricoperto da una sorta di bendaggio blu, che le si lega al collo e che intravedo scendere sotto la camicia ed il maglione che si intravedono dal grande giubbetto rosa metallizzato che indossa. Colpiscono anche le sue gambe: sono magrissime, ma tanto, tanto, tanto magre... come quelle di Olivia nel cartoon di Braccio di Ferro. Ha anche delle scarpe strane... a ben vedere sono come delle Converse nella foggia, ma ortopediche e tanto imbottite dentro.

Mi sento in imbarazzo a guardarla, soprattutto quando vedo la mamma che le solleva il giubbotto da dietro la schiena per sistemarle qualcosa sotto il maglione. Vedo che ha un busto ortopedico.

Valentina, la receptionist, chiama il suo nome e la introduce nella sala delle lastre. La bambina si alza: le gambe non reggono il suo corpo, son davvero lunghe e magrissime come avevo già notato, ma non avevo notato che è tutta raggomitolata su quel busto. Questa bimba praticamente non ha spina dorsale: ogni "troncone" è legato all'altro da placche di ferro, un braccio le penzola da un lato, anch'esso lunghissimo e magro. Si trascia e scompare nel corridoio. Sembra... non saprei neppure io come dire... mi ricorda un po' quegli strani pupazzetti che popolano il cartone "La sposa cadavere" o tanti altri personaggi fantasy che hanno la tristezza negli occhi e il corpo imbarazzantemente deforme e debole.

Il mio primo pensiero è stato "Dio, aiutala. Dio perché?!"

Ecco un altro buon motivo per pensare che siamo fortunati. Una signora, appena scomparsa dietro la porta, commenta a voce bassa ma abbastanza alta da sentirlo tutti in sala: "Queste sono le vere disgrazie della vita. Una bimba piccola così..."

Memento

  • Se già ti sei svegliata con la luna storta, perchè il ginocchio non ti ha dato tregua per il dolore tutta la notte e con il mal di testa perenne è uin mix diabolico...

  • Se già ti sei svegliata di soprassalto in ritardo, perché è andata via la luce nella notte e la sveglia non ha suonato...

  • Se già, preda del panico - o meglio - delle lancette dell'orologio, dai un'occhiata allo specchio e vedi una balenottera di quelle dei documentari del National Geographic al posto della tua siloutte e ti viene la brillante idea di poggiare i tuoi piedi sulla bilancia che fa bella mostra di sé...

  • Se già è sempre più tardi ma tua madre ti ricorda che ti lascia a rassetare cucina e bagno perché così "ti riscaldi" lavando i piatti e i sanitari prima di andare a lavoro...

  • Se poi arrivi in ufficio e trovi il tuo scalare nero improgionato tra le foglie ma di uno strano colore bianco/argento e la pupilla sgranata...

Beh... non ti scoraggiare, non è detto che tutta la giornata (né l'intera settimana) debbano fare necessariamente schifo.



Ogni volta che tocchi il fondo puoi darti la spinta per risalire.

domenica 27 novembre 2011

Perlina di saggezza


La vita ci è stata data per lottare. Chi arriva alla morte senza aver mai lottato è come se non avesse mai vissuto.

- Matteo Galasso -
 
 Così, dopo le ennesime e consolidate (pare ormai siano diventate calcificazioni, sclerosi funzionali della mia più prossima esistenza) delusioni, mi accingo a vivere una nuova domenica, confidando che non venga mai a nessuno meno il coraggio per provare almeno a cambiare una virgola di ciò che è in nostro potere cambiare. 

sabato 26 novembre 2011

Torte di vita

Da venerdì mi ritrovo invischiata in strane "composte":

Composte fatte di legami familiari di cui vengo chiamata, da esterna ma anche da persona di fiducia... un po' come si fa per il quarto uomo quando si parla di calcio, a dire la mia. Autonomie, aiuti, diversità, insicurezze, tempo che passa... Eh, si, mi rendo conto di una cosa: ci sono donne che porteranno sempre i pantaloni nella vita, anche ad ottant'anni... e senza di loro nulla funziona.

Composte fatte di sentimenti contrastanti, di inferiorità, di charme, di "lei non sa chi sono io"... Mi rendo conto anche che ci sono uomini che ragionano in modo per me "strano": evitano di corteggiare una donna o di costruire un futuro con lei se non possono manterne il tenore di vita che essi presumono consono all'amata. Nello specifico: X lascia Y perchè non può comprarle un diamante da seimila e passa euro ad ogni anniversario... senza preoccuparsi di chiederle se sia così vitale per lei avere questo tipo di cadeaux ad ogni ricorrenza significativa... Resto perplessa: per me una storia non si butta via senza spiegazioni se un ipotetico lui non può offrirmi ua condizione economica super blindata. Forse sono io che non so vivere nel mondo.

Composte fatte di cicli e ricli: amori finiti, corna, vendette, amicizie bruciate per denaro... Niente: i sentimenti e i valori, forse (lo spero), non son più il cardine di molte volte.

Composte fatte di das, di righelli usati a mo' di taglierino... così manipolando, parlando, riflettendo, ci si dimentica dei problemi dei grandi.

Composte fatte di "che ne sarà di me" se continuo così.

Magari certe giornate sono un po' come gli ingredienti sani e meno sani di una torta tipo quella che ho appena bruciato in forno. Speriamo che il sapore, nonostante la piccola pannella di bruciato dello zucchero caramellato in superficie, rimanga ottimo e che il palato sappia distinguere ancora l'armonica fusione dei singoli ingredienti.

Perlina di saggezza



Non lasciarti guidare dall'esempio altrui, bensì dalla [tua] natura!

- Ludwig Wittgenstein. -

 
 
Per inizire al meglio weekend, quale miglior proposito che rivendicara la propria imprescindibile unicità?

giovedì 24 novembre 2011

Ringraziare

Ieri sera mi sono ritrovata a chiacchierare con un'amica, in modo più o meno virtuale. Si parlava di quel nostro amico comune che abbiamo saputo essere gravemente ammalato e circa 40 anni, con due bambini e una prospettiva di vita futura che non va oltre il mese...

Io a lei non l'ho voluto dire subito, ho atteso che fosse lei a parlarmene, proprio perché so che ha una sensbilità particolare verso questo tipo di problemi: la sua mamma è volata in cielo quando lei era un'adolcescente e sua sorella era ancor più piccolina, proprio per un tumore. Un calvario quello della signora R.

La nostra conversazione ovviamente ha spaziato, un po' come accade in questo periodo a certe piante che ho in ufficio: appena sfiori appena un ramo del bonsai dal vaso blu cadono via, una dopo l'altra, le foglioline più piccole e quelle più grandi, creando sulla superficie scura del mobile archivio un piccolo monticello verde e giallo.

"Voglio gridare a tutti che la vita è bella e va goduta, perché chissà quanto durerà la nostra felicità. Se vogliamo vivere dobbiamo per forza sognare e sperare,altrimenti perché credere che Dio ci ascolti se non gli chiediamo mai nulla!? Io voglio chiedeGli sempre e tanto, consapevole che se Lui riterrà che è una cosa buona per me, quanto chiedo, non mi lascerà insoddisfatta. Mi sorprende sempre. Ti prego ama la tua vita, direi a chi non sa apprezzarla. Siamo su questa terra per questo, no? per capire che meraviglia di dono abbiamo tra le mani"

Ciascuno di noi, sono certa, ha un motivo per essere grato di esistere, di esserci. Se fossimo capaci di vederci con gli occhi degli altri, probabilmente, scopriremmo che abbiamo tutto quello di cui essere felici. Ai nostri occhi non saremo mai perfetti, appagati, sereni - soprattutto se si è perfezionisti ed estremamente autocritici come me - .

Partendo da questo presupposto, proprio oggi che al di là dell'oceano si celebra il Thanksgiving (anche se è una ricorrenza che per me non ha valore, che non festeggio in alcun modo, ma che, ad ogni modo ha un senso), penso che ciascuno di noi dovrebbe riflettere un attimo e ringraziare...

Ringraziare per essere vivi, per avere una vita. Cosa farne, in parte, sta a noi: come sfruttare quelle doti ed abilità che possediamo (non tutti sanno che so, guidare come me - nel bene e nel male - o parlare, o scrivere, o vestire o camminare, avere capacità empatica, cucinare... è indifferente poiché ciascuno di noi è unico in qualcosa!), le consocenze che abbiamo, ideare progetti e intravedere un futuro sempre...

Ringraziare per le persone che abbiamo intorno: tutti ci influenzano - ne parlavo nel post sulla rete -, ci lasciano qualcosa. Diceva Eraclito che non ci bagnamo mai nelle stesse acque, ma neppure noi siamo sempre i medesimi seppure il fiume rimanga lo stesso... allo stesso modo, ogni incontro fugace e contingente così come quelle relazioni importanti e fondative nella nostra esistenza ci cambiano e ci modificano. Sempre.

Ringraziare per la salute che abbiamo: finché avrò un corpo che mi sorregge, che contiene i miei pensieri e mi conduce dove essi mi orientano, avrò sempre una speranza.

Ringraziare per il cuore: senza cuore, senza emozioni, l'esistenza non sarebbe l'arcobaleno che è, nessuna tinta o sfumatura esclusa.

Mi sono sentita "piccola" e imbarazzata ieri, parlando con quest'amica. Si, perché sono così impegnata a vedere la "pagliuzza " che mi impedisce di sentirmi libera e appagata, da non vedere nemmeno l'enormità di cose che già oggi mi rendono ciò che sono e, per certi versi, migliore e invidiata agli occhi di tanti altri





Perlina di saggezza

Fa' come la palma:
le tirano sassi e lei lascia cadere i datteri.

(Aforisma africano)



- Per chi, come me, riceve delusioni su delusioni da amici, colleghi e non solo - 

mercoledì 23 novembre 2011

piccolissimo sfogo

Ho pianto in auto lungo tutto il tragitto che da lavoro mi riportava a casa, spezzando con i singhiozzi una delle tante canzoni che random riempiono l'abitacolo.

Ho pianto perchè pomeriggio il ragazzo che lavora di sopra, al negozio dall'altro lato della strada - la strada più trafficata, dove c'è l'ampio parcheggio - mi ha raccontato che mentre scaricava il suo furgoncino con il materiale, ha visto che Trohn (credo si scriva così... me l'ha detto tante volte ma non l'ho mai memorizzato) rovistare nel grande box blu dove la gente deposita i vestiti per i poveri.
Alcuni ragazzi del quartiere, passando e assistendo alla medesima scena, hanno cominciato ad umiliarlo, a derirderlo, a prenderlo in giro.

Trohn è un ragazzo nero, senegalese se ricordo bene, che sopravvive vendendo ai semafori fazzolettini come tanti altri. E' un ragazzo sorridente: sarà che i suoi denti bianchi luccinano come un bagliore di stella cadente sul suo viso nero.
Da quando una volta gli ho comprato un panino e una bottiglietta d'acqua mi saluta ovunque mi incroci dicendo "ciao amico!"

Ecco... ho pianto perché trovo disgustoso e profondamente doloroso umiliare chi sta peggio di noi. Avrei avuto voglia di incontrarlo Trohn stasera, offrirgli una cena e portarlo in un negozio a comprare vestiti nuovi solo per lui.

Odio profondamente chi non sa apprezzare la dignità che ci sa essere in chi vive ai limiti della povertà e mi sento piccola a mia volta per lamentarmi di tutto e per non saper fare nulla che offrire un panino o un passaggio o un sorriso a chi, come Trohn, non ha nulla e il cuore colmo di malinconia ma il volto sempre pronto al sorriso.

Lezioni all'ospedale

Certi giorni volano e non sai neppure come e perché. Non parlo di quei giorni carichi di gioia e felicità, che sono un susseguirsi così carico di emozioni che davvero non fai a tempo nemmeno a capire cosa ti stia accadedo intorno. Non parlo neppure di quelle giornata così fitte di imepgni scritti nero su bianco sull'agenda, in cui ti chiedi se avrai almeno il tempo di respirare.

Parlo di quei giorni che sono come tutti gli altri ma hai il tempo appena di rigirarti su te stessa ed è già buio ed ora di andare a nanna, mentre con faccia perplessa ti chiedi "com'è possibile?"

Di ieri ho imparato che gli anziani - è un dato certo - sono assidui frequentatori delle strutture ospedaliere, così assidui che ne sanno, sovente, più del personale addetto.
Una simpatica vecchina in leggins e fazzolettone a fantasia jaquard sul blu mi ha infatti "addestrata" circa gli oscuri meccanismi dei prelievi e delle file d'attesa nel laboratorio analisi. "Prendi il numero lì", "mettiti lì", "ti chiama quello lì", "prendi l'altro biglietto del ticket (la bellezza di 98 e dispari euro... la stessa impeigata che mi ha fatta pagare ha rifatto il conteggio perché le sembrava troppo esagerata come cifra, ma era corretta, sigh!) così intanto che fai la fila di qui, ti scorre di lì e ti sbrighi prima"...
Inutile sindacare sulle liti e discussioni assurde su chi scavalca la fila, su chi ha il numero 53 ma pretende di andare al posto del 41 che pure è lì, in fila come me che aspetta... e si becca pure parolacce perché "non capisce!"...
Che poi, mistero avvolto nella nebbia più fitta - come quella che avvolge il mio paese arroccato tra i monti - ma che diavolo di fretta avranno questi pensionati!? no davvero, non lo capisco. Io avevo l'ufficio chiuso e nonostante fossi in ospedale alle 08.20 aveo già 35 persone davanti e mi sono sbrigata alle 10.30... con tanto di noce sul braccio in corrispondenza del foro dell'ago. Almeno non è nero, ma ora, oltre al ginocchio, non posso piegare neppure il gomito destro.
Ad ogni modo, non ho mai avuto paura degli aghi. Solo le iniezioni di pennicillina mi facevano davvero piangere da piccola, perché erano dolorosissime. Quanto le odiavo... quante lacrime... Ormai da tanti anni, quasi vedere quel fluido rosso e brillante mi fa sentire orgogliosa: orgogliosa di esserci e in modo così vivido. Mi rendo conto, quando penso queste cose, di essere davvero strana.
L'orgoglio di esserci nel mondo, dovresti provarlo per il solo fatto che ti alzi al mattino e affronterai una nuova giornata, per il solo fatto di Esser- Ci (con te, dentro te e nel mondo intorno a te).
Ultimamente mi sento orgogliosa di poco, è evidente: ora che non posso allenarmi non posso essere orgogliosa delle mie prodezze atletiche; non posso vantare risultati professionali ottimali (tanto più che avvalersi di certe colaborazioni è solo deleterio per la mia professionalità e per i miei nervi, dovendo gestire clienti aggressivi talvolta); non posso neppure vantarmi di essere una buona amica, visto che la mia ennesima amica da settimane mi liquida con sms, senza chiamare o disertando gli appuntamenti. Sono cose che capitano: problemi io, problemi lei, sms che non sempre sono chiari... però cavolo, per chiedermi informaizoni sul nostro inquadramento all'albo il mio numero l'ha trovato... per invitarmi a cena con l'altra nostra amica no. Ok, sarò gelosa, presumo.

Devo smettere di avere la malsana abitudine di prendere tutto sul personale: come recitava un simpatico manifesto appiccicato sul muro squallido e triste dell'ospedale ieri, "un giorno il mondo farà comunque a meno di te... non arrabbiarti!".

Pensieri su pensieri filano via uno dietro l'altro come formiche all'imbocco di un formicaio... Meglio lasciarle alla loro vita le formiche e pensare all'Esser-Ci.

lunedì 21 novembre 2011

Finalmente

Questa giornatan è volta al termine. Meglio così.
Sorseggio la terza tisana del giorno: mirtilli e frutti rossi in ufficio, arancia e rosa canina dopo cena, karkadé prima di andare a letto.

Domani esami clinici e poi nuovamente a lavoro. Il ginocchio è proprio gonfio e l'umore, dopo un buon bagno bollente, si è messo i tacchi ed è tornato sulla superficie dell'asfalto.

Davvero non credevo di poter ancora vivere così orrendi periodi di prostrazione per motivi realmente così lontani da ciò che avevo pensato di riuscire a gestire in autonomia. Cose superate, fatti ormai digeriti, eventi e procedure apprese con l'esperienza, gli errori e la pazienza... ma anche parecchio pelo sullo stomaco. Sarà che a forza di abusare di nimesulide, di tenermi su con il caffè in ufficio e di rincorrere calessi anziché concreti amori, alla fine il mio stomaco è davvero rimasto "calvo".

C'est la vie.

Qui accanto a me ho quel libro giallo sulla psicopatologia e le sue interpretazioni con il Rorschach, quelle tavole che ho maneggiato e ho tenuto a casa alcune settimane. Che emozionata che ero: proprio io, io che li vedevo in tv quei reattivi, io che li osservavo stupita, che immaginavo... le ho avute sul serio per le mani quelle tavole. Che meraviglia.
Che meraviglia sbirciare tra volumi, ricercare agganci, spunti, collegamenti.
Ci si stancava, ma mi sentivo nel mio mondo.
No, davvero, non credo che fossi pronta a lasciare tutto quello che c'era nella mia testa, illusa da... da... ma che ne so. Non lo so davvero.
Inutile piangere sul latte versato.

Le mie dita profumano di miele,penso a cosa indossare domani di pratico e veloce e poi... magari se riesco a superare questa ennesima piccola sfida, almeno potrò dirmi "brava", nonostante tutto (anche se realisticamente so che mi direi "potevi fare di più, prima e meglio").

Mi piacerebbe che tutto fosse come quella volta, per i festeggiamenti della Madonnina del quartiere, mamma comprò a me e mia sorella due bamboline. Erano bellissime. Ero felice. Mamma le voleva snodabili, lo precisò all'ambulante: "certo signora, tranquilla". Arrivate a casa, le confezioni delle bambole aperte ci svelarono che avevano accessori bellissimi. Ricordo che accarezzai i capelli di una. Erano lunghi e morbidi. Liscissimi come sempre li avrei voluti io, per me. Non avevano le gambe snodabili. Io mi ero già affezionata. Mi dispiaceva che mamma le restituisse. 
Le restituì alla fine ma non ricordo se ci prese qualcosa di diverso.

Vorrei che come allora, anche se ci sono affezionata a questa mia vita che non si muove, paralizzata, mamma la restituisse indietro per darmi la gioia di una vita che ha le gambe che si muovono per andare e le braccia che si piegano per prendere.

Per la serie odio i lunedì

Quando una giornata non gira non c'è nulla da fare.
Si, audere sempre.
Si, pensare positivo...

Mi si accende una spia sul cruscotto della mia macchina: Liquido radiatore, temperatura max, spegnere motore. Risultato: macchina d'urgenza in officina. Spesa prevista: non si sa.

Da più di tre settimane sono alle prese con un contratto da fare insieme ad un collega. Collaborazione cara e amara. Mi ha lasciata "a piedi" (per restare in tema di mobilità) e il cliente, ovviamente, non sente ragioni. Rischia di perdere un contributo di circa 120.000 euro per colpa di questo contratto che lui non ha completato. Chi ci rimette la faccia e deve affrontare ilcliente sono io. Risultato: nervi, per la gioia della gastrite.

Da quasi ormai un mese continuo ad avere problemi al ginocchio. Non posso più allenarmi. Divieto ad interim da parte della dottoressa che ho appena chiamato. Domani mi prescrive risonanza, eco, rx. Al di là della spesa (im)prevista, ciò che mi urta è stare male e non poter arginare in alcun modo il nervoso che mi travolge e sconvolge.

Capitolo bilancia: meglio chiuderlo senza neppure sollevare la copertina... tanto lo so già dallo specchio che questo florido e pallidissimo viso circondato da cadenti riccioli biondi è la diretta e naturale conseguenza di un mese e passa di fine settimana passati in compagnia di biscotti. Confido nel fatto che mio padre non ne compri ancora. So già di sbagliarmi ad alimentare questa speranza.

Che dire di più? nulla. Sarà che c'è nebbia perenne, che le cose non vanno, che gli amici non hanno bisogno di nulla e quindi non ti cercano... sarà quel che sarà.
Non si molla, per carità, ogni giorno, anche il più brutto, ha il suo tramonto e questo, di certo non è il più  brutto che annovero tra i tanti che ho già vissuto.

Ieri, con mamma, commentavamo le vicissitudini di una nostra parente. Ha la mia età, un bambino di 4 anni, un lavoro precario e stagionale che la costringe a vivere lontana da tutot e tutti ma soprattutto ha un marito malato di cancro, operato per 8 ore venerdì. Non si sa se e come ce la farà perché questa massa opprime parti del cuore, partendo dallo stomaco.

Ecco, siamo fortunati, se ci pensiamo. Mamma avrebbe quasi voluto darmi uno schiaffo con lo sguardo: "non lamentarti, che tu hai già tanto".

Ha ragione. Stra, super, iper ragione. Lo penso quando passo davanti ai miei amici extracomunitari al semaforo con i loro fazzolettini, lo penso quando vedo quel ragazzo straniero che gira con una bici e rovista tra l'immondizia per cercare qualche vestito o del cibo, lo penso quando sento storie di disperazione, di solitudine, di povertà (quella povertà che per dignità e vergogna non viene ostentata, ma si vive tra le quattro mura di casa, povertà di anziani con pensioni miserrime, di giovani senza lavoro, di padri di famiglia che il proprio posto l'anno perso). Lo penso quando vedo quella gente con migliaia di euro buttati addosso ma con solo nugoli di approfittatori e sciacalli intorno ed il deserto nell'anima.

Sono una qualunque, sono una come tante. So che il mio lavoro non mi starebbe così stretto ultimamente se aveis nuove passioni e nuovi sogni da alimentare. So che non ne alimento perché il fallire costantemente mi ha fatto tropo male. So che il cambiamento viene da me, checché se ne dica... e so che passerà questa giornata

PS:(speriamo che odmani sopravviva agi ettolitri di sangue che mi sottrarranno e che anche il ginocchio mi dia tregua, la mancanza di sonno per via dei crampi si fa sentire).

PPS: mai più chiedere collaborazioni a questo collega.

Perlina di saggezza

Una cosa buona non ci piace, se non ne siamo all'altezza.

- Nietzsche -
 
Beh... il primo passo è quello che compiamo cercando di credere e migliorare noi stessi. Ecco un buon proposito per questo ennesimo nebbioso e spero non troppo squallido lunedì

domenica 20 novembre 2011

Perlina di saggezza

Alla sera della vita, noi saremo giudicati sull'amore.

(San Giovanni della Croce)

Domenica

Periodi come questo, in cui mi sento appassita, in cui il solo pensiero di dover andare a lavoro domani mi fa sentire morta, ne ho vissuti... ma troppo tempo fa.

Quel tempo in cui mi sentivo troppo adulta senza esserlo davvero-

Ora spero che sia il tempo delle rinascite. Se non vivessi questi tempi, se non fosse così tutto maledettamente incasellato, predeterminato, programmato, definito, mollerei un calcione a tutto e tornerei a farmi ammaliare da sogni di viaggi intorno al mondo, da colori di moda e di modi, contaminata da culture ed idee...

Il solo pensare a quanto ho perso e ogni giorno continuo a perdere mi fa sentire profondamente amareggiata. Sconfitta.

Nulla, tuttavia, cambia, se non si pone un piccolo gesto ogni giorno che, con il suo eco, richiama a sé voci innumerevoli di piccole, infinitesimali, invisibili da sole, voci di diversità.

sabato 19 novembre 2011

Del sabato

Sembra quasi più vero che mai. Non l'avrei mai detto... ma odio i sabato sera.
Anzi odio proprio il sabato.
Anzi no, non nutro sentimenti mal sani verso il sabato in sé, bensì alimento un fondato rancore verso l'irresolutezza, l'indifferenza, l'ostinata trscuratezza che in questi nebbiosi giorni coglie chi mi è intorno e, inevitabilmente, mi contagia.

L'unica cosa bella è aver realizzato le ringhiere con gli stuzzicadenti,  i pupazzetti con il das, i tetti con la carta crespa, insieme ai bimbi al volontariato.

L'odore della pasta da modelleare sulle mani è fantastico.

venerdì 18 novembre 2011

Cardio wave mi manchi

No, non ne posso più... Non si può reggere questo ritmo: la gente è semprepiù intollerante, sgarbata, arrabbiata e trova piacevole scaricare le proprie tensioni sul prossimo. In questo caso il prossimo sarei proprio io. Eh si: non è bello sentrisi vomitare addosso vagoni di ira, di risentimento, di responsabilità che io non ho. Non è colpa mia se tuo figio, caro cliente, si frega i soldi dal tuo conto corrente: io non li uso i tuoi codici di accesso bancari né ti addebito spese non dovute.
Non è colpa mia, caro cliente, se tu sei idiota e non mi ascolti: ti ho dato un consiglio, tu non l'hai voluto accogliere, mi hai presa per stupida, ora non lamentarti.
Non è colpa mia se non ci sono soldi, se è tutto più caro, se non ho strumenti nelle mani per fare una ennesima rivoluzione industriale... ho una vita e un potere decisamente più modesti tanto nel mio ufficio quanto nei confronti della società.
No, non ci sto. Non se ne può più. E' da pazzi. E il collega che ti fa i bidoni, che ti fa assicurare - da metterci la mano sul fuoco - una cosa a tizio e poi - ovviamente - ti bidona. La colpa ovviamente mia. Chi ci mette la faccia sono sempre io. E chi ci rimette pure.
Chiedo di prendere una persona part time e mi rispondono no. In fondo, i miei sogni non sono i loro, le mie vie non sono le loro vie... parafrasando qualcuno di oltremodo più improtante di me...
Ho voglia di gridare, ma non posso farlo. Ci vorrebbe una via di sfogo. 

Il dolore al ginocchio, che ormai da tre settimane non mi da tregua (anzi la notte mi sveglio per via di profonde fitte che mi paralizzano letterlamente), mi impedisce di allenarmi come vorrei. Allenarmi, in questi casi, è il mio toccasana.

Ricordo ancora i miei primo e timorosi approcci con il mio corpo e con la palestra. Sembra un secolo e forse lo è... se è vero che il tempo è una dimensione relativa, come lo spazio, le dimensioni e tutto ciò che è umanamente misurabile: basta cambiare il proprio metro, il parametro con cui ci si confronta.

Ero impacciata, goffa, mi sentivo un figlio dell'omino Michelin che rotolava sul tapis roulant: odiavo stare sul tappetto. Mi sembrava che tutta la gente guardasse il mio grosso sedere sballonzolare segunedo la mia andatura più simile a quella di un ippopotamo che a quella di un cigno flessuoso... Ecco, avevo in mente costantemente la buffa immagine degli ippopotami che ballano "la danza delle ore" nel ramake di Fantasia di Walt Disney, ma io non avevo il loro tutu e la loro coivolgente ed ironica grazia.

Nel tempo è andata sempre meglio: con gli attrezzi, con la gente, con l'imbarazzo... con il mio corpo. Ho sempre avuto un rapporto parecchio conflittuale con il corpo: ritengo di essere unapersona troppo "cerebrale", tanto che ho scoperto di avere un corpo e di averlo trattato male, come una vera e propria appendice, come si farebbe con una doppia punta nei nostri capelli... ci si giocherella, si sfilaccia, si stacca, si odia.

Il vero amore con la palestra e con il fitness è nato, alla fine. Un po' come le amicizie tra uomo e donna che si coltivano per tempo: ci si diverte, si scherza, si ridacchia, ci si confida, si litiga... fino a quando, ad un certo punto, non ti accorgi che si è qualcosa di più.
Mi sono accorta che l'allenamento era qualcosa di più intorno al 2006 quando, dopo un tremendo lutto che mi ha risvoltato come un calzino l'esistenza, ho realizzato che ciò che mi faceva star bene nel modo più sano era il "mio" Cardio Wave. Appena è arrivato in palestra, questo nuovo attrezzo, mi ha parecchio incuriosita: "a cosa serve? come si usa? posso provarlo?" ho chiesto zompettando nella hall della palestra a W., il mio "allenatore". "Ti avverto  è pesantuccio. Non più di 5 minuti a velocità 3"
Ho iniziato: ho sentito i muscoli lavorare bene, un po' come salire le scale, ma con un moviemtno diverso, perchè i suoi "pedali" fanno un movimento laterale.
Ho scoperto che le maniglie registravano direttamente le mie pulsazioni, il grado di fatica, la quailtà del mio movimento e, smanettando con i programmini, ho scoperto l'indice di performance: un numero che mi rende consapevole di quanto bene o meno io stia facendo. In giù sempre più in giù: a seconda di come posiziono le mani sento lavorare muscoli diversi: dagli addominali all'interno ed esterno coscia e via dicendo. Ormai sanno tutti che quello  il "mio"attrezzo. Con la schiena parallela praticamente alle gambe, con l'impugnatura bassa, con le braccia a squadra... ogni posizione ha un suo effetto non solo sul mio corpo, ma anche sulla mia mente. Se vogli ointensità e velocità mi appiattisco al suolo: dimentico tutto e vado veloce. riesco a mantenere quasi sempre le 220/280 bpm e mi carica tantissimo sentire incitarmi dagli altri che si allenano "guarda che veloce, guarda come fa con quelle gambe". Davvero, non mi importa più di quatno flaccido possa essere il mio lato "b", di quanto goffa possa sembrare lassù (o su qualsiasi altro attrezzo): mi iporta solo il senso di carica,di benessere, di "sfogo" che provo. E' come una sorta di "orgasmo", dico azzardando un parallelo strambo. Più sono tesa, più avrei voglia di dire a qualcuno F*** you!!!, più avrei voglia di piangere, di prendere a calci qualcuno o qualcosa, più sono triste... più vado forte e più vado forte e più mi sento meglio.
Sin dalla seconda volta ho superato i 5 minuti. Ormai ne faccio anche 45 o 50, con somma sorpresa delle ragazze che fanno spinbike dall'altro lato della sala. Sicuramente la muscolatura dimostra il mio impegno, anche se per me non è mai abbastanza: da perfezionista ossessiva, vedo sempre un "si può fare di più" ogni volta... Potevo resistere di più, potevo fare un ritmo più sostenuto per più tempo, potevo andar senza trattenere le braccia per una sessione più lunga, così tonificavo l'addome... E poi il mio Cardio Wave fa bruciare più di qualsiasi altro attrezzo io abbia mai usato: più di una corsetta, più di una sessione di step, più della bike. O per lo meno per me è così:  sarà che a me piace, ma per me non c'è nulla di meglio.
E si riprende poi con i pesi, con gli esercizi isometrici di potenziamento, con i sorrisi che rimandano quegli occhi verdognoli, quella fronte umida di sudore, quei riccioli arruffati malamente trattenuti da un elastico, si... quella immagine di me che per tanti anni ho rifuggito e che ormai sento mia, sento me... perché sono IO.
No, non mi importa se sono accaldata, se sono sudata, se non sono perfetta, se non ho un'andatura fluida da red carpet, se il mascara è un po' sbavato... io vedo una persona che torna a sorridere. Sento l'animo pervaso di serenità, mi sento rilassata, senza tempo, senza spazi, senza fretta: tutto è relativo per quel periodo che trascorro in palestra.

Bramo più di ogni cosa, in momenti come oggi, quel benessere che "respiro" in quei momenti (per quanto possa essere "sana" l'aria di una sala fitness spesso affollata di uomini e donne trafelati, non sempre deodorati, come posso essere io alla fine delle mie due orette e passa di sfogo).

PS: se qualcuno vuole sapere come diavolo mi alleno non ha che da chiederlo :)

I quattro figli e il giudizio frettoloso

Un uomo aveva quattro figli. Egli desiderava che i suoi figli imparassero a non giudicare le cose in fretta, per questo, invitò ognuno di loro a fare un viaggio, per osservare un albero, che era piantato in un luogo lontano. Il primo figlio andò là in Inverno, il secondo in Primavera, il terzo in Estate, e il quarto, in Autunno. Quando l'ultimo rientrò, li riunì, e chiese loro di descrivere quello che avevano visto.
Il primo figlio disse che l'albero era brutto, torto e piegato.
Il secondo figlio disse invece che l'albero era ricoperto di gemme verdi e promesse di vita.
Il terzo figlio era in disaccordo; disse che era coperto di fiori, che avevano un profumo tanto dolce, ed erano tanto belli da fargli dire che fossero la cosa più bella che avesse mai visto.
L'ultimo figlio era in disaccordo con tutti gli altri; disse che l'albero era carico di frutta, vita e promesse.
L'uomo allora spiegò ai suoi figli che tutte le risposte erano esatte poiché ognuno aveva visto solo una stagione della vita dell'albero. Egli disse che non si può giudicare un albero, o una persona, per una sola stagione, e che la loro essenza, il piacere, l'allegria e l'amore che vengono da quella vita può essere misurato solo alla fine, quando tutte le stagioni sono complete.

Se rinunci all'inverno perderai la promessa della primavera, la ricchezza dell'estate, la bellezza dell'Autunno. Non lasciare che il dolore di una stagione distrugga la gioia di ciò che verrà dopo. Non giudicare la tua vita in una stagione difficile. Persevera attraverso le difficoltà, e sicuramente tempi migliori verranno quando meno te lo aspetti!
Vivi ogni tua stagione con gioia.

(fonte non specificata)

Su relazioni, amici e reti

Le amicizie deludono. E' facile sentirsi estromessi da chi più facilmente si lamenta con te dei suoi crucci e problemi, ma quando si tratta di divertirsi... la scelta è facile... e non sei tu.
Magari è un fraintendersi, magari è un non comprendersi, magari non ci si trova, in quel momento o in quel posto nello stesso istante della vita che entrambe percorriamo.
Ho sempre pensato che le vite fossero intrecciate fra loro, come i reticoli di una strada quando la osserviamo dall'alto, su una cartina.
Mi hanno sempre affascinata le cartine:; è un po' come vedere oltre, come dominare con gli occhi pizzichi di realtà che esistono ma non ci apparterranno mai.
Più volte dico ai bimbi, nei nostri incontri del sabato pomeriggio, che siamo un po' come una rete e, per dargli un'idea tangibile dell'idea che intendo trasmettergli, prendo la mia sciarpa o il mio poncho grigio, a maglie larghe. Ogni filo di lana è una vita, che si itnerseca con le altre. Alcune non si incontreranno mai, ma appartengono allo stesso tessuto: non potrebbero esistere se non ci fosse anche quel filo all'altro capo, sebbene non ci si annodi direttamente. Ogni altra vita che incrociamo è il punto, il nodo che ferma quei due capi di filo: più si incontrano quelle vite, più il nodo sarà grande e saldo e difficile da sciogliere. La mia sciarpa o il mio poncho non sarebbero così, non avrebbero quella forma se non si annodassero i fili di lana fra loro e non si sciogliessero.
La mia vita non sarebbe com'è se non si annodasse, incrociasse, sfiorasse, intersecasse con altre vite, alcune delle quali non toccherò mai direttamente con mano.

E così va la vita, credo: talvolta non tutti i fili si annodano bene, così come certe strade prima principali poi diventano in disuso, strade di campagna o strade panoramico.

giovedì 17 novembre 2011

La parabola del ranocchio sordo

C'era una volta una gara di ranocchi.
L'obiettivo era arrivare in cima a una gran torre.
Si radunò molta gente per vedere e fare il tifo per loro.

Cominciò la gara.
In realtà, la gente probabilmente non credeva possibile che i ranocchi raggiungessero la cima, e tutto quello che si ascoltava erano frasi tipo:
"Che pena!!! Non ce la faranno mai!".

I ranocchi cominciarono a desistere, tranne uno che continuava a cercare di raggiungere la cima.
La gente continuava:
"...Che pena!!! Non ce la faranno mai!".

E i ranocchi si stavano dando per vinti tranne il solito ranocchio testardo che continuava ad insistere.
Alla fine, tutti desistettero tranne quel ranocchio che, solo e con grande sforzo, raggiunse alla fine la cima.

Gli altri volevano sapere come avesse fatto.
Uno degli altri ranocchi si avvicinò per chiedergli come avesse fatto a concludere la prova.

E scoprirono che... era sordo!

...Non ascoltare le persone con la pessima abitudine di essere negative... derubano le migliori speranze del tuo cuore!
Ricorda sempre il potere che hanno le parole che ascolti o leggi.
Per cui, preoccupati di essere sempre positivo!

Sii sempre sordo quando qualcuno ti dice che non puoi realizzare i tuoi sogni
.


Ed è così che, anche se non avrò l'aiuto che avevo richiesto, proverò ancora ad affrontare certe sfide, bardata di non poco timore ma dalla voglia di chiudere un capitolo sin troppo lungo e doloroso della mia esistenza.

Oggi avrei tanto voglia di scattarmi una foto: mi piace la luce dei miei occhi. Sarà perché indosso una camicia vintage... per l'esattezza quella che indossava mia madre il giorno del mio battesimo. E mi sento emozionata.

mercoledì 16 novembre 2011

Bilance

Ho la mania di fare bilanci. La mania delle bilance. Di pesare, soppesare, valutare, giudicare. Ovviamente il piatto che pesa di più è quello su cui tendo a porre gli eventi negativi, i nei, le imperfezioni, i fallimenti, le negatività in genere...
Al solito, come sempre,. una di quelle che vede il bicchiere pieno a metà, ma pensa che si ok, è pieno per metà ed è fantastico rispetto ad averlo vuoto, ma si potrebbe riempire di più e sarebbe ancor meglio.
Una di quelle che "si può fare/dire/dare/ottenere di più". Una di quelle che "non è mai abbastanza".

More is better

A forza di sentirmelo dire sempre da mio padre, l'avròo fatto come mio mantra questa frase.

Così, di ieri, oltre all'intenso pomeriggio lavorativo, ciò che mi è rimasto in mente non è stata l'aria di festa, il chiasso, i bambini inalati a pieni polmoni per il 91^ esimo compleanno della nonna.

Non è neppure l'annuncio ufficiale delle nozze dell'amica (futuracugina) a tutta la famiglia. Un sogno che dopo anni e anni e tantissime lacriem e dolore diventa realtà. Una famiglia che lei va cercando da sempre: la sua famiglia intendo. Un nido solo suo, dove ricostruire una felicità che le è stata troppo in fretta e precocemente tolta... lei che la mamma cel'ha in cielo dopo tante sofferenze e anni di malattia, mentre era ancora una bambina. E quanto altro c'è stato di brutto per lei... Troppo, troppo davvero. E non se lo merita.
Penso che nessuno, a priori, meriti dolore, ferite immani come quelle che ha avuto inferte lei. Ma c'est la vie. Ha reagito nel miglio modo che ha potuto. E' una donna in gamba. Davvero.

La cosa che mi rimbomba nella testa è solo una, quella notizia che nessuno avrebbe voglia di sentirsi dire: un altro amici, poco più che quarantenne, padre di due bimbi, sta per lasciarci. Inoperabile. "finché dura, dura", così i medici... Pare durerà ben poco. Ed io, davvero non so come potrò mai affrontare lo sguardo di Samu e Giuly, quando li vedrò sabato al volontariato. Non so come potro sorridere candida a sua moglie, affrontare suo fratello, i nipotini, sua madre e il resto della famiglia, già duramente colpita da tanti lutti (e che lutti!)e malattie penose.

Non credo che ci siano risposte a molte di qeuste vicende. Se credi, ti affidi a Dio, certo che non sia Lui a volere il tuo male. Sin da quando ho perso il mio caro amico Paolo, ho sempre pensato che Dio ci affidi una missione, una parte minuscola- ma comunque una parte necessaria - in un suo progetto per noi imperscrutabile, incomprensibile... quadno abbiamo svolto la nostra missione, lui ci richiama a sé. Un po' come quando si costruisce una casa: ti servirà l'uomo che fa gli sbancamenti, ma anche chi ti taglia il ferro, chi prepara i sacchi di cemento e chi quei sacchi l'imbusta, senza sapere neppure che quei sacchi serviranno a te e alla tua casa... giusto per fare un esempio spicciolo.  Ecco, io spero solo che non manchi mai a nessuno la dignitià nell'affrontare la morte.
E' dura affrotnare la morte, parecchio. Io non riesco a togliermi dalle orecchie quel rantolo profondo di mio nonno, così forte che si sentiva per tutto il corridoio dell'ospedale, così profondo da far tremare il letto.
E' dura affrontare il dolore: ho impiegato mesi, anni, per comprendere la morte di Paolo. "Signore, perché non hai preso me?" ripetevo io in cuor mio, davanti a sua madre straziata, a suo padre... E come me tutti gli altri amici più cari. Amici da una vita.
E' dura pensare alla zia, che è volata in cielo silenziosa, come aveav vissuto gli ultimi dieci anni della sua vita, modesta e sincera. Autentica. La vdi  l'ultima volta dieci giorni prima che morisse. Le avevo portato un pasticcino con la crema e dopo averlo gustato, mi chiese di pulirle il viso con la spugna e di metterle un goccino del suo profumo preferito, al muschio bianco.

Non sono malinconica, non sono triste, sono solo fredda, senza parole, davanti ad un altro amico che presto andrà via, senza poter vedere crescere i suoi bambini. Adorabili.

La nebbia, come ottima bambagia, tiene avvolto cuore e pensieri, cosicché ancora non soffrano troppo per quello che docrà accadere e si godano il bello di sapere che la mia amica il 3 agosto del 2013 pronuncerà il suo "si", che l'altra amica è decollata alle 9.00 alla volta delle Ramblas di Barcellona, che l'altra diventerà a breve mamma di una bambina, che l'ultima a visto rinnovarsi per qualche altro mese il suo contratto, così da poter sperare di afforntare qualche spesa in più e cominciarea ristrutturare quella casa che ha da poco acquistato in previsione del suo di "si".


martedì 15 novembre 2011

Resoconto della giornata

Festicciola di compleanno caciarona. Non so se ne ho voglia perché continuo a non stare tanto bene. Se penso che dovrò salire in modalità "gamba di legno" per 8 piani già mi scoraggio.

Fatto acquisto con un mese di anticipo: regalo di compleanno necessario e non troppo expansive per una persona che merita tanto affetto, stima... ma che... Uffa, c'è sempre un MA.

Ricevuti complimenti da un tizio mai visto e consociuto, entrato per una consulenza: "complimenti, mai in tanti anni qualcuno senza neppure conoscermi mi ha dato tante informazioni, consigli, suggerimenti e in modo così gentile e consulenziale. Che diventi o meno suo cliente, lei è proprio in gamba, se lo lasci dire".

Telefonata importante: ho chiesto un aiuto per portare a termine quel progetto che è una mia spina nel fianco (ma anche la mia più grande soddisfazione...). Risposta: "chiudi l'ufficio e lavora mezza giornata". La mia reazione è stata di perplessità. Ed io che volevo l'autorizzazione ad assumere una persona part time...

Ecco, ora riunione per il volontariato.

Posso dire che la mia giornata è stata piena. Soprattutto perché a pranzo, essendo sola, ho mangiato biscotti.

La nave della vita

Se vuoi costruire una nave non devi per prima cosa affaticarti a chiamare la gente a raccogliere la legna e a preparare gli attrezzi; non distribuire i compiti, non organizzare il lavoro. Ma invece prima risveglia negli uomini la nostalgia del mare lontano e sconfinato. Appena si sarà risvegliata in loro questa sete si metteranno subito al lavoro per costruire la nave.

Soddisfazioni

Soddisfazione è arrivare in ufficio e trovare un cliente che ti fa un piccolo omaggio... Non conta l'oggetto ma il gesto. Certo è strano che un ultra sessantenne mi regali una sorta di piccolo portamonete con stampiglita Marilyn e la scritta "Kiss me baby" e dentro due baci Perugina, ma penso anche che gli sarà sembrato il cadeaux più utile e simpatico che gli offirva il bar qui sopra. Non nego che mi ha emozionata. Sto diventando una mollacciona: mi emozioni per ogni scemenza quando giunge inaspettata e da persone da cui non mi aspetterei mai.

Soddisfazione è sentirsi resistenti, anche se spesso la mente ci inganna e ci convince che siamo più deboli di quanto davvero lo siamo. E' come se fosse una sorta di "comfort zone": è come il non scegliere quando si ha troppa offerta da valutare, è come non fare nulla tra le molteplici cose che premono e urgono dietro di noi e non sappiamo da dove iniziare. Ecco: meglio convicersi che siamo limitati, deboli, arrendevoli... che ammettere che quelle cose le possiamo fare, gestire, desiderare, costruire benissimo - ecco benissimo magari no, perché rimango una con gli standard così elevati da pormi sempre al limite dell'appena sufficiente, un po' come ha sempre fatto mio padre quando gli raccontavo di una mia impresa o di un buon voto a scuola o anche ora gli racconto quanto ho corso e in quanto tempo -.
Ieri sera pensavo che rispetto alla media di gente che conosco, sopporto il dolore fisico e la fatica con più tenacia e per più tempo. Me lo diceva anche un fisioterapista qualche anno fa. "Non posso mica darla vinta a quel muscolo lì che non ce la fa" o "Non può dirlo mica lui quando devo smettere. Io sono più forte di lui. Decido io".

DECIDO IO

VINCO IO

Da quanto tempo non mi dico queste cose? no, dico sul serio, nelle cose importanti davvero...

Ecco perché mi piace confrontarmi con il corpo in modo diverso: se tanti anni fa il mio confronto ed il mio terreno di sfida erano lo specchio, la bilancia, le taglie, le misure, i bocconi ei sorsi d'acqua... oggi la mia sfida la gioco sulla resistenza, sui tempi, sui kg sollevati, sulle ripetute, sui tempi di recupero. Per carità... non sono una grande atleta, anzi, non mi avicino neppure all'idea dell'atleta ma più allo sportivo della domenica, però... è bello il confronto, la sfida, il limite.
Sarà questo quello che mi manca nella vita vera e che parimenti rifuggo: il limite, la sfida, il confronto. Quando non hai un avversario o non ne vuoi cercare uno è facile convincersi che sei debole, che non sai fare niente e che tutto è paralisi... proprio perché tu per primo sei paralizzato dal cercarne uno. Dentro o fuori di te, non importa.

Se a lavoro non ho termini di paragone e le sfide sono banali, fatte a suon di produzioni che per me non hanno granché senso, se tra le amiche la sfida è a chi si sposa o realizza la casa più bella o chi veste meglio o chi ha il makeup che le dona di più... beh... è evidente che devo cercare un nuovo campo di gioco.

lunedì 14 novembre 2011

Il cambiamento viene da te

I weekend sono come, credo, quelle pause che ci si concede doo aver trattenuto il fiato, tenuto duro, fattosi forza e ripetutosi "coraggio".
I weekend sono per me volontariato, amici, svegliarsi un'ora più tardi del solito, fare piccole cose che mi coccolino, ricordare momenti intensi e focalizzare ricordi ed emozioni positive: una ricarica di enegie e di colori per affrontare il solito grigiume.
I weekend sono "Mangiamo fuori?", "hai sentito...?", "che si fa stasera?"
I weekend, da troppo tempo, si sono trasformati anche loro in attese vane, in speranze disilluse, in schiffi morali.

Questo weekend, che mi ha vista ciondolare claudicante tutta sola per casa, mi ha insegnato solo una cosa - o meglio mi ha ricordato un'antica lezione appresa quando qualcuno mi ha fatta rinsavire dal mondo di orrori personali che mi ero creata dentro -: "ma tu che diavolo fai per cambiare le cose? cosa ci metti di tuo per modificare lo status quo?"

Ecco, chiarito questo punto, avvolta dal piccolo poncho color fango regalatomi da mamma, con al collo pietruzze luccicanti regalo di Vale, con in borsa le parole più belle che chi mi ama davvero potrebbe dirmi, affronto la mia nuova settimana.

Ha ragione davvero la mia mamma: "un figlio ti è dentro per tutta la vita, anche se ti abbandona, se non lo vedi spesso... Non puoi non sperare che sia sempre felice".

Ho deciso di "adottarmi": che - genitori a parte - non c'è chi nessuno meglio di noi stessi che possa provvedere ed avere a cuore la nostra medesima felicità.

Come mantra silenzioso, in un cielo sgombro di nubi e tiepidamente autunnale, continuo a pulsarmi questa frase "Ma tu che diavolo fai per cambiare le cose? cosa ci metti di tuo per modificare lo status quo?"

domenica 13 novembre 2011

Perlina di saggezza

La solitudine non è consigliabile a tutti, perché bisogna essere forti per sopportarla e per agire da soli. 
P. Gauguin

sabato 12 novembre 2011

Stanotte

Mi sono infilata tra le coperte calde già alle 22.30 Neppure da bambina andavo a letto così presto, me lo ripete sempre mia madre. Sostiene che aspettavo sempre che anche loro andassero a nanna... volevo essere sicura... come se, in mia assenza, mentre dormivo, loro avrebbero potuto fare chissà cosa di bello, di divertente, di buono escludendomi. Non l'accettavo. Volevo "presenzia" fino all'ultimo.

Il mio riposo è stato tormentatissimo. Continuo a dre che sono stupida e leggera nel rapportarmi al mio corpo eppure non mi correggo mai. Mi ostino. Ieri correre quei 7 km, convinta che con l'antidolorifico prescritto dal medico tutto sarebbe stato sistemato, ho di nuovo danneggiato, presumo peggiorato, il mio ginocchio. I dolori e formicolii sono stati lancinanti: mi sono svegliata, riassopita, svegliata, alzata (per quello che mi consentiva la mia posizione supina) in continuazione.
Ho anche sognato mio nonno. Non era felice, era turbato, con lui una donna che non era mia nonna. Una donna anziana, ma più giovane di lui, direi sulla settantina, ben pettinata, con il rossetto - prezioso e imprescindibile vezzo che mia nonna ha sempre usato, rosso, rigorosamente - ma dall'aria anche lei preoccupata. Stamattina, ripensandoci, mi sono chiesta se non fosse quella fidanzata che il nonno sempre ha tenuto nel cuore, ma che non ha mai sposato. Doveva essere stato il suo più grande amore. Dopo mia nonna, si intende. Mia nonna non credo ne sia stata mai gelosa, era una storia precedente alla loro, ma se anche fosse, la sua eleganza, la sua impassibilità nel reagire alla vita - che diciamolo, bella per lei non lo è di certo stata - non le avrebbero mai permesso di dare a vedere delle ombre sul suo viso.

Sempre perfetta e raffinata appare nei ricordi di mia madre da bambina, con il suo fazzoletto appuntato con lo spillone sulla testa. Sempre bella ma senza stra fare, mai. Sobria e fine. Nei gesti, nelle parole, nei modi. Lo è ancora, anche se la malattia e la solitudine l'hanno di colpo accorciata, ingobbita, sciupando un po' il suo vitino stretto come un fuso e la sua figura da attrice del cinema degli anni 50. E' divina quando canta. Da giovane, ci racconta ogni tanto, faceva anche il teatro e parlava anche qualche parolina in inglese.

Era preoccupato mio nonno nel sogno. Non ricordo il motivo, anzi credo non me lo abbia neppure chiaramente detto.
Magari anche lui esprimeva preoccupazione per me, per il mio ginocchio, per i miei progetti che vedo sempre più lontai e sfumati... ammesso che li veda. Era come se mi dicesse che era tardi per qualcosa, che ormai non si pteva perdere tempo, che la sitauzione era grave e bisognava solo fronteggiarla, provvedere a limitare i danni.

Da quando mi sono svegliata non faccio altro che pregare per lui e sperare che stia bene lassù. Io ci credo al fatto che chi ci ama, dopo, sappia proteggerci benevolmente, anche se materialmente non c'è.

Carica di buoni propositi, di occhiaie, di paure e di fiducia, inizia il mio ennesimo weekend.

venerdì 11 novembre 2011

Post allenamento

Questo venerdì ha qualcosa di diverso: non è certo colpa di questa data palindroma, che gli appassionati di Cabala o semplicemente coloro che subiscono la fascinazione del mondo dei numeri, reputano "speciale". Dubito anche sia colpa dell'estate di San Martino, tradizionalmente vissuta dalle mie parti con scampagnate o per lo meno con serate all'insegna di vino novello, castagne e pane caldo.
Diciamolo, un po' d'invidia l'ho provata oggi quando sentivo raccontare di un nutrito gruppo di soggetti dipendenti pubblici che si sono organizzati addirittura portandosi fornetto elettrico e il necessario per un "mini party" in ufficio che pare sia iniziato alle 10 e sia finito al momento di bucare il cartellino per l'uscita... L'invidia era più per l'idea di condivisione e di gruppo. Pensandoci bene, dopo un po', ho parecchio riflettutto sul senso e sul lavoro pubblico: ma veramente c'è chi va ad occupare poltrone e poltroncine o semplici sedie da ufficio con le rotelle, stipendiate anche da me, che trova intelligente utilizzare le proprie ore di lavoro per festeggiare l'estate di San Martino?!? ed io che ieri mi disperavo per aver dovuto chiudere l'ufficio per andare dal medico... No ma veramente... poi non dovremmo lamentarci se in questa Italia non ci riconosciamo più...

Considerazioni politiche e sociali a parte, questo venerdì è diverso perché ha una dimensione: la mia. Come non mi accadeva da un po' oggi, dopo la mia corsa, stesa sulla panca per i crunch bassi, mi sono scoperta a fissare il soffito bianco e a sorridere. Avevo, secondo me, quel sorriso beato che non è un vero e proprio sorriso, ma la manifestazione appena accennata, poco visibile, ma palpabile, di una ritrovata dimensione di serenità. "Va tutto bene" mi sembrava sussurrasse quella vocina interiore che sempre zittisco con cerotti e legacci, anche se ho di nuovo il ginocchio dolorante (ovvio... mi sono ostinata a correrci sopra, ignorando i consigli del mio trainer) e anche se sono assolutamente sola fino a domenica, anche se l'ufficio, anche se il lavoro, anche se i soldi... Si. Va tutto bene anche se i sogni non ritornano, o io ho paura di rincorrerli di nuovo, perché forse il dolore che ho provato, negli anni, è stato ben più intenso e durevole che non quello al mio ginocchio di ora.

Mentre correvo, un p' goffa perché le fitte a ritmi intensi si facevano importanti, mi ripetevo che non era di certo questo dolore che poteva fermarmi. "Smetti, stacca... vedi che vai storta?" "No, un altro minuto. Un altro chilometro" Una falcata e un respiro profondo, occhi chiusi ogni tanto. Un calcio, un rigurgito, una prospettiva migliore.

La sensazione di benessere che mi avvolge e sovrasta dopo, mi ricorda che quel corpo che ho considerto un fardello un tempo, è il mio più fedele amico e alleato. La luce di un sorriso invisibile ai più mi ricorda che più hai fiducia in te, più "ti senti", più senti il mondo, più sai gestirlo, sai viverlo.

Non cambierà molto questa sera rispetto alle tante altre identiche sere che ho vissuto e che continuerò a vivere rimbalzando da casa a lavoro, però voglio berla tutta, fino all'ultima goccia, questa energia che mi pulsa nei polmoni, questa aria di fiducia, di speranza, di "buono", di "io" che pare, proprio questo pomeriggio, aver allargato la mia gabbia toracica.

Le dimensioni di noi stessi partono dalla testa, attraversano il petto e raggiungono la pancia.

Ps: per la cronaca 100 crunch alti e 100 bassi, pulley 12x25kg lenti, 7 km circa in 50' con pendenza variabile (in funzione della velocità causa dolore al ginocchio) da 0% a +3.5% e 430kcal bruciate (ma prontamente riacquistate)


In sala d'attesa

Scelte d'istinto giusto?
Si è l'istinto ciò a cui dover dare più voce, come dicktat per i prossimi anni della mia pseudo esistenza. Si, perché mica è esistere davvero quando si sta appesi ai giorni, come i panni stesi abbandonati sui fili di certi balconi in condomini che assomigliano più a dormitori che a case.

Nell'interminabile attesa dal medico, che ieri mi aveva dato appuntamento alle 18.15 ma che mi ha ricevuta solo all'umile orario delle 20.15 (facendomi oltertutto la cortesia di farmi passare avanti perché i signori prima di me aspettavano la figlia che era in giro non si sa bene dove, lasciandoli a far attesa), ho divorato una rivista - tra le mie preferite del momento - finché non mi è venuto da piangere.

No, non mi veniva da piangere per il dolore fisico - raramente mi capita, in genere sopporto - o perché avevo lasciato l'ufficio e metà pomeriggio sapendo che clienti sarebbero venuti a cercarmi ma che non ho potuto avvertire preventivamente della mia assenza. Devo, anzi, ammettere, che "scapapre" via dalla mia stanza verde mela e lilla e blu, dalle mia piante, dai quadri, dall'acquario, dal pc, mi ha fatto bene. Mi ha fatto percepire che esiste "altro" e che me lo sto perdendo. Incursioni nel mondo oltre la vetrata dell'ufficio mi riporta ad essere una persona "normale".

Mi è venuto da piangere perché mi sono imbattuta nella storia di una ragazza affetta da Fibrosi Cistica, la quale rilasciava la propria testimonianza in modo così vero, spontaneo, forte, che è stato come ricevere uno schiaffo. Mentre il mondo progetta, programma, sogna, si proietta verso altre dimensioni future, una persona affetta da questo tipo di problemi può solo programmare l'immediato.
Sarebbe morta a 28 anni, le avevano preannunciato. Ora credo di aver capito che ne abbia 32, che abbia un compagno, il desiderio di metter su "casa" anche se un figlio sarebbe un rischio per lei e per la creatura che concepirebbe. Chissà quanti, come lei, per motivi tra i più disparati, ogni giorno vivono in bilico, con il timore di non esserci più tra pochi mesi, tra pochi giorni o tra alcuni anni, senza preavviso.
No, non è l'ombra della morte a farmi paura, ma proprio lo schiaffo morale di chi, come lei, ha imparato a rincorrere una vita "su misura", una vita in cui se è vero che ci sono dei limiti, si può decidere di perseguire un percorso in cui non c'è tempo perso o un qualcosa di "inutile" di frustrante: sarebbe come togliere ulteriore aria ai polmoni che già funzionano male.
L'articolo descrive come per lei sarebbe inconcepibile fare un lavoro che ci rende infelici, data l'ampia fetta della nostra vita che ricopre, così come - secondo me - è stupido far qualcosa che ci rende infelici e protrarlo nel tempo: portare avanti una relazione finita, un'amicizia d'apparenza, un look che non ci rispecchia più o un allenamento che non potenzia più i nostri muscoli, per esempio, tanto per dire...

Si, il mio istinto mi ha ricordato così come mi ha ricordato la dottoressa quando mi ha accolta nel suo studio con l'affetto, il sorriso e la cordialità di sempre (e i consueti rimproveri perché lavoro troppo e non mi prendo cura di me), che dovremmo/dovrei essere più coscienziosa verso la vita, che tanto amo e che non so apprezzare abbastanza, che disperdo, come se fosse avviluppata da sterpi sempre verdi che neppure adesso - in autunno appassiscono - né in inverno lasciano la loro presa.
Il tempo, lo spazio, i sogni - che ho perso e che non rincorro più -, gli affetti, le passioni, sono ingredienti che devono essere sapientemente gestiti, dosati.
Io non progetto più nulla e sbaglio. Quell'articolo mi ha ricordato che è come se avessi mollato in tante cose, come se davvero fossi diventata - in tante parti di me - come quei panni stesi abbandonati nei balconi dei casermoni qui intorno. Dovrà pure arrivare qualcuno a ritirarli o - per lo meno - arriverà un'altra folata di vento, una pioggia come quella di mercoledì o chissà cosa e li disperderà giù sull'asfalto: in entrambi i casi avranno evoluto la propria situazione.

Ora come ora non mi resta che sottopormi alle tre o quattro prescrizioni di esami medici ricevute ieri sera, prima di tornare nuovamente a lavoro.

giovedì 10 novembre 2011

Aggiornamento

Mi sa che è giunto il monento di andare dal medico.
Ci vado a cuor leggero, munita di una belal e corposa rivista... una di quelle riviste che ti fanno sentire desiderose di migliorarti, di essere più... più... si, quelle riviste che possono anche essere deleterie nelle giorante in cui l'autostima è sotto i tacchi.

Un saluto alla mia amica, che in negozio sistemava nuova merce e abitini deliziosi, un caffé al ginseng con il mio amico del cuore, una chiacchierta cone due deliziose ragazze... e tutto è meno fosco.
Speriamo bene per il ginocchio.

Il potere delle relazioni sociali, quelle "sane".

Di ieri

Ieri andare in palestra non mi ha dato la grinta che cercavo e desiderano. Dopo un allenamento "come dico io" mi sento talmente bene con me stessa e con il mondo da andare dritta a testa alta anche sotto il diluvio, senza cercare ripari, come se la mia autostima, innalzatasi di una spanna, bastasse a proteggermi da ogni attacco fisico o morale.

Ieri ho inziato in modo titubante, per via del ginocchio, che volendo non mi ha fatto, male ma poi... ma poi non lo so. La mia corsa era senza mordente, i miei pesi - dannati pesi, anche se ormai riesco quasi a sollevare 5kg in più di prima - erano "spompati"... Ero senza mordente, punto. Mi sono sentita una looser. Osservavo una ragazza nuova, stessa età, poco più bassa, muoversi con agilità, senza accusare fatica, elegante, in gamba. Fa più o meno il mio stesso circuito di allenamenti e l'ho ammirata tantissimo per la sua cura nel fare tutto. Mi ricordava me nei momenti migliori, anche se io con bilancieri e pesetti non ho la stessa dimestichezza per via delle mie ali di pollo al posto delle braccia. Più osservavo e studiavo i miei movimenti allo specchio più mi sentivo looser.

Non è andata meglio, poi, nel pomeriggio, quando l'orribile mal tempo che ha devastato il nord, è arrivato anche qui. Per carità, non ci sono stati troppi danni dalle mie parti - solo una grossa frana in provincia che però non ha danneggiato case e persone a quanto so. So anche i un grosso albero secoalre che si è abbattuto sulla pensillina di un grande rifornimento a 5 km da dove lavoro.
E' stato tremendo però il senso di paura che ho vissuto. Appena la pioggia si è abbattuta con volenza sulla città, il cielo si è fatto nero, nero, profondamente nero e un balck out ha immerso nello stesso buio l'intera città. I miei vicini sono andati tutti via. Sono rimasta da sola, chiusa a chiave in ufficio, con la lampada d'emergenza che dopo pochi minuti mi ha dato il ben servito.
L'unica luce era il display del mio cellulare. Cellulari, ad ogni modo, che non hanno funzionato per alcune ore.
Tutto buio, tutto nero e anche i miei pensieri lo sono diventati.
Il timore era tanto: alberi che sembravano litigare fra loro per difendersi dal vento, scroscio d'acqua che sembrava un applauso interminabile e sadico verso chi, piccolo, non sa apprezzare e riconsocere il potere della natura.
Mi sono sentita sola, sola davvero e impotente. Non se ne parlava di salire in auto... con tutta quell'acqua... non avevo idea di cosa ci fosse in giro, tanto più che la radio non funzionava più. Niente telefono, niente notizie, tutti fuggiti, niente luce.

Dopo un po' mi sono lasciata incantare dal gioco pirotecnico dei lampi che squarciavano il cielo gonfio. Scintille si rincorrevano, illuminando tutto di bagliori argentei, dorati, vagamente azzurrati.
Ho pure girato il video, piccolissimo, di quello spettacolo.
Quando ha smesso di piovere, sono alla fine tornata a casa, rassicurata dalla presenza dei miei che giocoasamente scherzavano sulle candele che mia madre, ostinatamente, voleva accendere in ogni angolo. Tutto era immerso in una dimensione atavica, calda, rassicurante nel profondo: come se tutto ciò che c'era fuori, dentro, intorno, non avesse più importanza, non esistesse. Da bambine mia madre di faceva giocare con i goccioloni di cera che crollavano dei moccoletti accesi. Adoravo farci dell epiccole sculture con le mani, se sculture si possono chiamare delle palline di pochi millimetri su cui io immaginavo volti, ballerine, occhi. Adoravo quella consistenza morbida che dopo pochi istanti si solidificava sotto i miei polpastrelli, gisuto in tempo per assorbire i tratti delle mie impronte.
Le candele della notte di natale, le candele di Pasqua con il rito della luce, le candele del compleanno: "soffia ed esprimi un desiderio". Io quest'anno non l'ho avuta la mia torta e neppure una candela, o un cerino... forse è che non voglio più esprimere sogni. Ormai ho sviluppato la fobia del credere nei progetti futuri.
Ricordo da piccola quando le candele votive sotto il  busto del Cristo flagellato all'ingresso della Chiesa di San Giuseppe mi suggestionavano: " Mamma, ma Gesù fa il compleanno? posso soffiare una candela?" Ricordo ancora il sorriso affettuoso di mamma. Avrà avuto tre anni.

Dopo una buona camomilla dolcificata con il miele mi sono rannicchiata in attesa che Morfeo mi rapisse.
Mi è dispiaciuto che l'elettricità fosse tornata... era come se, con il neon acceso in cucina e la lampada da lettura nella mia stanza, fossero ritornati di botto altri pensieri, altre frustrazioni... anzi le medesime frustrazioni e i medesimi pensieri che non mi danno mai tregua da anni.

Oggi sole, cielo azzurro e vita tra le strade, come se quel diluvio tenebroso, pauroso e inebriante, fosse stato solo una visione. A dimostrare il suo passaggio solo i tanti rami caduti per le strade... mentre il continuo a sentirmi sempre un po' looser.

mercoledì 9 novembre 2011

Mercoledì 9 novembre

Oggi senza makeup e senza voglia.

Oggi ancora un mood anni '80 in chiave romantica - un po' grunge un po' Clohé.

Oggi è ancora nebbia e grigiore diffuso, ma al collo ho appesi sogni e affetti che mi rendono giustizia.

Oggi il mio istinto mi dice di star quieta e di non dar troppi calci al mondo, che tanto non ne vale la pena. E' come se, alla fine, si confacesse più a me quella pace interiore conquistata con sacrificio e fatica da certi santoni o dai padri eremiti: una impassibilità, una compostezza, un porsi "oltre" tutto e tutti, al di sopra della contingenza delle cose presenti e, volendo, anche della stessa vita, illuminati da un gusto superiore.
No, non è che di botto non mi irritino certi lascivi comportamenti, non mi infastidiscano le invasioni "barbariche" nei miei spazi di vita... è che sono stanca, non mi interessa, non mi importa.
Apaticamente giro i tacchi da ciò che mi va stretto. Sarò per questo che sono andata a recuperare un cappottino non troppo pesante - grigio nebbia del mio cielo - che mi sta un po' largo: almeno mi concedo pù spazi fisici per respirare, a volto nudo e a testa alta.

martedì 8 novembre 2011

La giornata è finita

Sono le 20.42.
Sono ancora a lavoro.
Sono senza voce, tanto ho parlato con i clienti che da stamattina no mi danno tregua. Ho la gola che minaccia di fuggire via da me, per quanto l'ho maltrattata.

Sono sincera: devo dire che non ho abbastanza rispetto del mio corpo, della mia salute intendo, del mio tempo, della mia persona. Chiunque ad una data ora avrebbe chiuso le porte eh... io non riesco.
Mi piace spiegare dettagliatamente le cose alle persone, voglio che siano sicure di ciò che fanno. Voglio che non si sentano imbrogliate o ingannate mail. Per carità, errare è umano, tuttavia...

Ecco, mi da soddisfazione dare il meglio, anche se non è apprezzato o non ha riscontro economico. Mi da soddisfazione rendermi utile al collega di turno che ha una commissione da fare o da smistare...
Resto di certo di sasso, basita, anche un po' offesa, quando le stesse delicatezze e premure (da loro quasi pretese nei miei confronti) non vengon parimenti ricambiate. E' così che allora le carte in tavola cambiano, che la cortesia diventa abuso e che il negare la propria collaborazione, con il sorriso e l'evidenza degli impedimenti, diviene necessario.

Resto male, ma non è la fine del mondo, suvvia. Sono troppo contenta, di mio, per aver strappato due lacrime di gioia a mia sorella a cui è arrivata la mia sorpresa. Questo mi ripaga di tanti altri piccoli e grandi soprusi alla mia generosità e bontà d'animo... Eh si, chi si loda s'imbroda, ma davanti all'oscurità che prepotente mi circonda, davanti all'unico neon acceso di tutto il quartiere, che mi fa sentire una mosca bianca, un esperimento in vitro sotto gli occhi di tutti, talvolta è indispensabile apprezzarsi da soli... altrimenti si finisce per credere sul serio che ad avere ragione sono i commenti di mio padre, secondo cui sono cattiva e strega tanto e più della perfida Regina di cuori...

Tra gli ultimi clienti e le chiusure, l'orologio scandisce le 20.56. Ho mal di gola, bruciano gli occhi e sono stanca, ma sento un tentacolo di vita avvillupare i miei penseri, sottraendoli al buco di solitudine e tristezza in cui sovente ripiombano.

Sbirciando dal retrovisore

La t shirt della Regina di cuori di "Alice in the Wonderland" fa bella mostra di sé sul mio letto stamattina, insieme ad una collanina lunga piena di pendaglietti e di un cuore, in oro rosato (ovviamente fake, perché l'economia non permette di investire di certo in oro vero!).
Una sorta di torchon di braccialetti argentati tintinna dal mio polso destro e solo gli occhi arrossati e incorniciati dallo scuro delle occhiaie fanno capire che non sono in spledinda forma.E' un dettaglio. Così come è un dettaglio il risultato del mio taglio di capelli nuovo "reinterpretato" da ciò che rimane dei miei ricci...

Mentre scendevo in ufficio con l'auto, sbirciandomi dal retrovisore incolonnata al semaforo, ciò che ho avvstato è  l'immagine di una ragazzetta anni '80, di quelle che amavo tanto da bambina in quei film americano dove c'era una lei un po' sfigata che cercava un improbabile cavaliere per il ballo di fine anno. C'era un attrice in particolare che attirava la mia attenzione: incarnato candido, labbra grandi e turgide ma sempre molto naturali, ricci rossastri o color castagna. Ecco, sembro io, se non fosse che i miei capelli sono più color fieno...

Mentre l'intero cassetto della memoria occupato da ciò che rimane dall'abuso di visioni di film del genere veniva rovistato da parte della mia rete neurale, ho realizzato che l'amore che lega una madre ad una figlia, quello che lega ad esse un padre, quello che lega due sorelle è qualcosa di indescrivibile.
Per quanto, spesso, mi sia sentita soffocata da tanto amore spesso asfittico, claustrofobico, vincolante, per quanto mi sia stato difficile riscattare un po' di autonomia da questi legacci che sovente ho sentito troppo stretti, quasi come catene che mi hanno imepdito di volare alto quanto avrei sognato e voluto, beh... non ha pari, non ha eguali per intensità, per profondità, per immensità.

Non credo ci sarà mai nessuno che mi amerà e vorrà proteggermi, rendermi felice, incoraggiarmi quanto la mia famiglia, non credo ci sarà mai un'amica più preziosa di mia sorella... al di là dei se, dei ma, delle incomrpensioni reciproche.

E' bello pensare che sul quel retrovisore ci sono i lineamenti di mio padre e la sua testardaggine, il sorriso di mia madre e il suo cuore, i ricci (in versione biondina e "spompata") di mia sorella... e i suoi regali che mi aspettano a casa ma soprattutto quel  senso di responsabilità che ben si sposa  e si equilibra con la sua impulsività e leggerezza.

Non vedo l'ora che le arrivino i suoi. Fare sorprese è, di norma, una cosa che amo fare e che mi riesce benissimo.

PS: odio questo taglio corto e questa giacca temo mi invecchi... non solo perché ha un taglio tipicamente anni '80...

lunedì 7 novembre 2011

Post pomeriggio

Per quanto via via c'è stao qui, sono senza voce e ho mal di gola. Nonostante lo stress ci sia nel gestire le persone, un pubblico, in genere mi sento appagata dopo pomeriggi come questo, indipendentemente da quanto economicamente mi sia fruttato tutto questo.

E' il contatto con la gente che mi vivifica e fortifica.

Se poi tra tutta la folla di persone che aspettano in sala, tua madre sfianca il tuo cellulare per dirti: "Domani c'è sciopero dei benzinai, hai provveduto? no perché mi dispiacerebbe se restassi a piedi... e poi volevo dirti che ti voglio bene"; se alle 18.10 ricevi un sms in cui leggi: "Ieri la mia collega ha detto che sei sempre elegante, bella sia in viso che fisicamente" (mentre io giusto ieri, tra mal di testa e animo malmostoso, mi sentivo un mostro che cammina), capisci che ci sono tante note positive che possono rendere armonica una giornata che era nata come un accordo stonato... uno di quelli accordi in cui i fiati non suonano lo stesso La, la voce è sottotono, francamente gutturale e anche abbassando di un'ottava intera proprio non ce la fa a esprimere quel pezzo...

Mi ci vorrebbe solo sentire addosso la pace dopo 5 km di corsa e la agognata soddisfazione di chi sa di aver raggiunto quella meta che da anni evito di sognare anche di notte, perché sarebbe troppo difficile gestire la delusione ed il dolore di non vederla sul serio realtà.


Sogni a colori

Ieri sera prima di addormentarmi con l'ennesimo dolore alla testa, ho immaginato a vedere, ad occhi chiusi, come avrei voluto fosse il mio lunedì mattina.

Del colore, del calore, dell'energia, della vitalità che avevo intravisto, apprezzato, quasi fisicamente palpato nella mia onirica pre- visione, ovviamente c'è pressoché nulla oggi.

Non ci sono colleghi collaborativi e chiacchieroni, non c'è una tazza di caffè fumante o l'invito ad un aperitivo, non c'è un progetto da perseguire in modo compatto, non c'è neppure la collega o il collega con cui, giocosamete e costruttivamente, sentirsi in competizione.

Non c'è un invito ad un reading, non c'è una mostra, non c'è musica. Non ci sono colori e profumi. Neppure chiacchiere di colleghi, telefonate di amici o progetti da far decollare.

Ieri, aggirandomi stanca tra le vetrine del Fashion Village, incantata dalle tante cose belle (e meno belle, perché diciamolo non sempre ciò che c'è lì davvero è minimamente passabile... anzi!), mi chiedevo che senso possa avere vestirsi bene, truccarsi, curare la propria immagine  se poi la tua immagine, le tue energie e i tuoi desideri restano imbrigliati tra le ciglia che si schiudono al mattino, salutando un nuovo giorno che nasce, foriero, ad ogni modo, di nuove possibilità.

Devo ammettere tuttavia, che per lo meno c'è il sole oggi: una nota di colore, calore e armonia che rende meno pesante il sentirsi così lontane da ciò che si vorrebbe.

PS: per la cronaca... gli acquisti li avrei anche fatti al Fashion Village, se non fosse che tra tasse e INPS questo mese non mi basta lo stipendio e non so davvero come fare...

sabato 5 novembre 2011

Anche oggi giorno di volontariato con i bambini.
Sincera? non ho voglia. Non per i bambini, anzi. Loro sono l'unica nota positiva, motivante, energizzante (stancante!!!) che rende il mio sabato davvero speciale.

Non ho voglia perché mi secca, francamente, confrontarmi con una collega che ha un momento di difficoltà familiare, viste le condizioni di salute della madre. E? demotivante e spesso mi sento tutto sulle mie spalle il peso della gestioen dei bambini. Le voglio tanto bene, ma non riesco a starle vicina come vorrei. Forse non ha neppure voglia lei di sentirsi coinvolta.

Non ho voglia perché un'altra ragazza del secondo gruppo, perché ha un approccio francamente poco didattico e "attraente" nei confronti dei bambini. Se spiega una qualcosa pretende che tuti la facciano alla perfezione, senza offrire un confronto, un'attività, un qulacosa che renda più semplice ai bimbi quanto devono fare. E' inevitabile che i bimbi restino sfiduciati, annoiati, disinteressati. Anche se io propongo, di norma (è la partre più bella del mio lavoro con i bimbi), normalmente lei è pronta a "stopparmi", come se le volessi sottrare importanza.

Magari sono arrogante io, magari sono presuntuosa o forse è questa nebbia e questa umidità perenne che non ci lascerà fino a giugno... ma davvero non ho molta voglia di andare pomeriggio.

venerdì 4 novembre 2011

Genova

E mentre io lavoro, mentre la gente entra ed esce, parla, ride e scherza, a Genova c'è chi muore, così come non troppo tempo fa a Scaletta.

E mentre la vita per tanti scorre come sempre, per altri sono attimi di paura.

Del grigio

Guardavo il cielo dalla finestra.
Guardavo quello spicchio che compare su in alto dalla vetrata, tra le fornde più alte dei due alberi che incasellano la strada.
Guardavo quella nebbia che sa di bianco d'uovo sbattuto male, magari perché le uova troppo fredde - si sa- non montano a neve.
Guardavo l'asfalto srotolato sotto la mia auto.
Guardavo anche il mio vestito.
Tutto grigiastro, tutto in tonalità che vanno dal bianco sporco al nero non esattamente pieno di certi pezzi di carbone, gli stessi che restano nel vecchio bracere o nel forno a legna della nonna. Non sono nerissimi ma di certo neppure grigi.

Ecco, sarà che la mia città da anni, da che sono viva, mi vuole ricordare, senza che io però la lezione l'abbia appresa sul serio, che non esistono necessariamente solo aut aut, ma che ci sono gradazioni.
Gradazioni di piacere, di tollerabilità, di priorità. Tutto diverso e tutto decisamente fluido, se ci pensiamo bene.
Ecco, un po' come il mercurio dei vecchi termometri che quando si rompevano disperdevano palline argentee che si univano, si separavano ma con cui non potevi di certo giocare troppo: era pur sempre mercurio. L'argenteo bagliore del metallo mi ricorda sempre lo scintillare degli opposti

Guardare oltre l'orizzonte

Nella vita ci vuole poco, mi dico e dico agli altri spesso. Ci vuole poco per sentirsi bene, a posto o, viceversa, giù, quel giù che ti fa sentire a pezzi. Ovviamente il "poco" è un concetto soggettivo, esattamente come il "molto", il "troppo", il "basta", il "poi".

Basta uno scamiciato grigio bon ton, come lo chiama mia madre, per sentirti ben vestita, elegante, raffinata, anche se davvero è di stoffa mediocre e rifinito in modo davvero approssimativo se paragonato agli abitini e alle gonne che cuciva lei stessa fino a qualche anno fa.
Basta un cinturino di vernice sottile a farti dimenticare che quelle orrende calze mediche che porti sono ingaurdabili.
Bastano due perle ai lobi, per sentirti come Grace Kelly o Audrey Hepburn.
Basta il tuo braccialetto con i charms - regalo di zia - per farti sentire avvolta da amore.
Bastano i capelli corti a farti sentire più alta, anche se, davvero, i tuoi lineamenti sono troppo "tondi" per un taglio così.
Basta un saluto del sole, che squarcia questo cielo color asfalto e neve sciolta, per farti ricordare com'è la primavera e quanto sia dolce il caldo dell'estate.
Basta un "click" su una pagina web per comprare uno, due, tre... "tanti" regali per chi ami.
Basta un euro per comprare un rotolo di nastro da imballaggio per confezionare un pacco per lei che è lontana e ti manca... e che... cavolo se non fossi stata davvero "miracolata" tra antidolorifici e incidente in autostrada, magari chissà se la rivedevo più.
Basta vedere le damigiane di vetro per ricordare che è tempo di scorazzare per gli ulivi mentre papà lascia accesa la radio a transistor tra i rami di un albero, nonno dirige i lavori e nonna cucina nella vecchia cucina "economica", quella a legna.
Basta una preghiera a occhi socchiusi, per sentire vicini il nonno che mi protegge da lassù e la nonna che di certo si sente tanto sola senza di lui e senza di noi.
Basta un bel film e una ricetta veloce per sentirti "a casa": una casa a metà tra quella che è e quella che sarà.

Basta poco anche per sentirti sminuita, svilita, sbeffeggiata, poco apprezzata, ma questo poco è - a pensarci bene - così davvero "poco" che tutti i "pochi" buoni, dandosi la mano, sono capaci di imbastire una benda abbastanza grande da avvolgere ogni piccola ferita all'autostima.

Basta saper guardare e ti rendi conto che c'è sempre qualcosa per essere felice, per la quale guardare oltre l'orizzonte in cerca dell'infinito.