martedì 31 gennaio 2012

I miei migliori amici

Il freddo stamane mi ha gelato arti e neuroni, mentre gli occhi non la finiscono più di bruciare. Penso sia colpa della mia atavica abitudine di leggere con una minusola lampadina fino a notte fonda e di riprendere un libro in mano al mattino appena sveglia, soprattutto poi se quel libro rapisce la mia attenzione e la mia fantasia. Non vedo l'ora di arrivare all'ultimo capitolo, talvolta, non senza poi quella sensazione di delusione, di vuoto, quando poi ci arrivo davvero all'ultima pagina: è una piccola perdita, un compagno che ti lascia.
Questa pessima abitudine, ad ogni modo, mi ha danneggiato parecchio gli occhi, è un dato di fatto.

Non credo saprei vivere bene, serenemente, se non avessi qualcosa da leggere: dall'etichetta dei prodotti all'inci dei cosmetici, dalla rivista al quotidiano, fino a loro, i miei libri.
Non ricordo esattamete quale sia stato il mio primo libro: so per certo che ne possiedo molti, che non ho mai amato prestarli e farmeli prestare. Gli amici non si possono lasciar sfuttare da altri, per quanto delicati possano essere nel trattare le cose altrui.

Ricordo che tra quelli che leggevo più spesso - leggevo, si fa per dire... diciamo mi facevo leggere - erano quelli illustrati dei fratelli Grimm, ma presto ho imparato a preferire quelli senza illustrazioni: mi piaceva di più immaginare io, dipingere con rapide pennellate di fantasia i miei personaggi, i paesaggi, le atmosfere, i colori... mi è sempre piaciuto pensare che se avessi abbastanza talento con matite e pennelli, probabilmente potrei tradurre quell'arcobaleno che ho in testa, connotandolo di debite emozioni. Non essendo naturalmente dotata di tale capacità, mi accontento di abbozzare parole, nella speranza che il tepore di un fuoco, le sfumature d'azzurro di un cielo, il bagliore degli occhi del mio protagonista, arrivino con la stessa intensità a chi legge, a chi ascolta il mio racconto.

Il libro che più mi è rimasto nel cuore è, neppure a dirlo, proprio il libro "Cuore". Lo trovai come regalo di morti giù da mia nonna, quando ancora aveva la cucina piccola e la grande pilozza coperta da una bella asse rifinita in formica che la occultava allo sguardo degli ospiti, preservandone l'indispensabilità. Mamma era in ospedale. Mi mancava. Ricevere quel libro me la fece sentire più vicina. Andavo in terza elementare.
Mi annoiavo tanto alle elementari: i miei compagni erano tanto lenti, io invece avevo voglia di fagocitare il mondo dello scibile. Loro si cimentavano con le favolette, io nell'estate successiva avrei letto i racconti di Tolstoji.

La mia fame più grande, almeno fino ad ora, è sempre stata quella di conoscere, di imamgianre, di vivere vite diverse, di avere altri punti di vista, nonostante i miei libri e i salti pindarici della mia mente mi abbiano portato spesso ad evolvere la mia vita in modo avulso dal consueto vivere sociale. Quante volte mi sono sentita una sorta di marziana, perché il mondo vero funziona in modo diverso da quello che io avevo costruito e desunto da romanzi e saggi.

Leggere, immaginare, conoscere, per avere una minima armatura, un kit di sopravvivenza per un mondo che io ho sempre visto fatto di parole, costituito da riflessi d'acquerello, schizzi ad olio, colorblock di tempere che non concedono sfumature: aut aut.

Sarà per questo che oggi, assorbita nelle mie immaginifiche produzioni, ho finito per dimenticare un fornello acceso, bruciando interamente uno strofinaccio. Un po' come, vivendo in realtà parallele, ho bruciato tante occasioni e storie.

Non ho dubbio alcuno: se dovessi parlare dei miei migliori amici, di quelli che mai m'hanno abbandonata, delusa, arricchita in modo spontaneo, parlerei dei miei libri, insieme al mio cielo in tutte le sue vibranti sfumature, agli alberi e ai colori. Se dovessi indicare il senso privilegiato con cui appercepisco il mondo, non potrei non dire che per me la realtà diventa scibile grazie agli occhi e che è attraverso le immagini che arrivano al cuore che mi piace comunicare.

lunedì 30 gennaio 2012

Paesaggi innevati - domenica 29 gennaio 2012







Il mio weekend

Questo weekend è stato uno dei migliori degli ultimi tempi, sebbene non abbia fatto ciò che, di norma, rende per me un un weekend davvero speciale.
Niente cena in un bel ristorante, magari il mio preferito. Niente giro in centro a vere qualcosa e a vedere volti noti e meno noti: il contatto con la gente mi rende così euforica il sabato sera! Niente cinema: Dio solo sa quanto io ami andare al cinema!... Niente amici, niente prove venerdì sera (e se continuo così comincerò a cantare due ottave sotto... purtroppo.

Venerdì sera è passato bevendo tisane, calde, ottime, tutta sola nell'intimità della mia casa sempre più vuota da quando mia sorella è lontana. E' giusto così: è fondamentale anche godere di qualche attimo, di spazi solo per sé ed è fantastico che i miei riescano a raggiungerla, anche solo per un giorno e mezzo a conti fatti.
Mi piace sentire il calore delle cose che mi sono intorno: dal calorifero alla coperta fatta a mano, al fumo leggero della mia tazza che profuma di miele e liquirizia.

I libri mi hanno tenuta compagnia. Quanto mi fa sentire bene essere circondata da libri: i loro personaggi, nel caso dei romanzi, riempiono la mia testa - già di per sé così spaventosamente ricolma - di suggestioni, di immagini, di emozioni, di associazioni... E i saggi mi fanno tornare all'università, alla soddisfazione che provavo dopo aver finito un esame, sfinendomi a ripetere a voce alta fino a notte fonde, per non dire all'alba.
Così, sabato, l'unica distrazione è stata cucinare un risottino ai frutti di mare e tornare a leggere quel saggio... uno dei tanti che giace, come avesse braccia protese verso me, in attesa di essere accolto, custodito tra le mie reti neurali e poi debitamente archiviato nella mia libreria, in ordine di argomento, di altezza e di fruibilità.
Pomeriggio è stato tutto così, con l'unica distrazione di mio padre che mi tentava con i torroncini ma che sollecito, come sempre, materno quel tanto che basta per farmi sentire quanto mi vuole bene anche se ormai sono una donna fatta... ma costa a tutti e due ammetterlo.

Sapere che mia madre ha finalmente riposato a casa di mia sorella, dopo giorni di insonnia profonda, date le cattive condizioni di salute della nonna, ha reso tutti noi molto più tranquilli. Mia madre è felice quando ha noi figlie intorno. E' stato un bene che sia partita, ci siamo detti con lui mentre preparavamo la cena.

Riandavo, in questo weekend, a certe pagine de "I Malavoglia": alle vicissitudini di tante famiglie, alla solitudine, al pieno, al mito sacro della casa - la casa del nespolo -come emblema dell'unità e della coesione. Ultimo baluardo da difendere nonostante le vicissitudini della vita. Ecco... a tratti ho pensato a cosa sarei io, a come sarà - dovrei dire - quando nella mia di casa non si sentirà più la voce di mamma che canta canzoni per il coro della scuola, quando non ci sarà più papà a sfogliare le sue offerte per la spesa più oculata... Mettiamola così: per due giorni sono stata la "Mena" dei nostri tempi, protetta ma anche un po' vittima della mia novella casa del nespolo, al terzo piano davanti ad una distesa di verde alla destra e le scuole sulla sinistra.

Sono stata bene. E' questo quel che conta... e poi ho accumulato tante energie da sprecare in montagna, sul versante nord dell'Etna. Conoscevo questa zona solo dai racconti di mio compare, quando mi raccontava di aver affittato uno chalet con quella che sarebbe poi divenuta sua moglie... non senza che io provassi una sottile gelosia per questo.
Paesaggi non neve intonsa, fiocchi delicati che inondavano il tergicristallo della macchina, aria sottile... Il bianco. Una domenica di bianco, che purtroppo non era luminoso, data la presenza di questa nebbia fitta e costante che sembrava essermi rimasta addosso dalla mia di montagna, tanto da avermi raggiunta fin lissù a oltre 1.700 metri d'altezza.
Scivolare con gli slittini, non senza paura per il mio danneggiato ginocchio; risalire, scendere, sprfondare nel bianco. Distendersi a pancia all'aria... come sempre ho sognato di fare da bambina, ma che non credo di aver mai fatto perché le brave bambine non si coricano sull'erba o sulla terra o sulla sabbia, senza che ci sia almeno una tovaglia... Gli angeli della neve...
Il mio look non sarà stato per niente bello... anzi: pantaloni in prestito, scarponcini da neve abbastanza datati ed uno pure mezzo sfondato - anch'essi in prestito -, il Refridgewear dorato e un cappello con il pelo che sembrava la naturale evoluzione dei miei capelli paglia e fieno... Sinceramente non mi è importanto molto... Mi è importato solo di vivere questo bianco e di catturarne l'essenza con gli occhi, la porta più diretta per il mio cuore e il mio animo. Se ancora adesso chiudo gli occhi vedo ancora quegli alberi grandissimi, ricoperti di neve, quei paesaggi che sapevano, alla mia memoria, di Alaska, di pinguini, di lupi... Così misteriosi e affascinanti. Totalmente diverso dal paesaggio che sono abituata a vedere dal versante sud del vulcano.

Il weekend si è concluso con il rientro di mamma, sonnecchiando in auto come facevo da bambina, ma con un senso di rinascita tenero. Chissà se è per questo che oggi quest'aria lattigginosa che ancora avvolge la mia città, i tetti, le case, gli alberi, in fondo non mi dispiace più di tanto...

sabato 28 gennaio 2012

L'amica che non sono stata

La penso spesso. Con lei mi trovavo bene: un modello da seguire come donna, come studentessa, come collega, come madre e moglie. 
Gambe lunghissime, dita affusolate e gentili, occhi azzurri meravigliosi, capelli neri e labbra sottili. Un portamento elegante e abiti semplici. Scarpe sempre basse: ha sempre odiato essere più alta di coloui che ora è suo marito.
Stanno da sempre insieme, meravigliosamente bene. Con alti e bassi come sempre, come tutti, ma sempre inesorabilmente insieme.
Quando lui la chiama il suo rispodergli "Amore..." con quel tono di voce appena percettibile, per pudicizia, ma pieno di tutta la tenerezza del mondo, mi lasciava basita. Io non sono mai stata capace di dire "amore..." a qualcuno con la stessa dolcezza, con la medesima intensità. Ricordo di aver pensato questo, lungo il viale della cittadella universitaria, mentre lentemente ci incamminavamo verso la stazione, in una cielo azzuro di quelli che ti riempiono il cuore solo a guardarlo. Un colore di quelli che da bambina associavo alle immaginette di quelle Madonnine così tenere, materne e protettive... un azzurro che il solo vederlo steso sulla tua testa, con ampie e sapienti pennellate, ti fa sentire felice. 

Nel tempo mi sono ritratta: solo per vergogna, solo per paura, solo perché  - fallimentare come mi sento 9 volte su 10 nelle cose che per me contano davvero - non riuscivo a tenere il passo con lei. 
Ricordo quando le consegnai quel file contenente la mia parte di lavoro. Era danneggiato. Pochi giorni dopo anche il mio pc si danneggiò e di quei lavori non avevo una copia. Mi sentii morire. Era importante. Volevo sprofondare nel vuoto. L'avevo irrimediabilmente fatta grossa... io sarei andata nel panico al suo posto. Avrei voluto solo morire in quel momento, quando mi chiamò in ufficio dicendo che non poteva aprire quel file ed io non sapevo come rimediare.

Arrancavo dietro di lei: da quel momento in poi ho sempre più odiato quella scrivania, quel pc, quel mio maledetto posto di lavoro - tanto ambito da molti - ma che per me era quella palla al piede che, in fila con tante altre, mi impediva di essere quella che io immaginavo dovessi e potessi essere. 

"Sono scuse", mi ripeto, anche oggi, spesso "Se vuoi puoi. Hai dimenticato le nottate, le fatiche, il restare senza voce, il perdere quasi la vista per sistemare quelle che per te erano piccole opere d'arte, che volevi fossero complete ed esaustive non solo per te, ma anche per lei. Non volevi che lei per prima avesse delle carenze per colpa tua. L'hai abbandonata. Ti sei abbandonata."

I sogni non finiscono finché non si abbandonano

Ho sempre avuto meno il coraggio di farmi avanti, di sentirla. Sapere che progrediva ed io stazionavo mi feriva mortalmente. Non perchè fossi gelosa di lei: anzi. Ogni suo successo, tuttavia, mi ricordava e ricorda quanto io sia venuta meno a me stessa, ai miei sogni, alle mie necessità vere. Tutto sostituito da un surrogato di vita costruita da me quasi per caso.

Nulla è per caso.

Alla morte di Paolo ho imparato che è vero. Nulla è per caso. E' dura, tuttavia, ammettere ogni giorno che non hai stretto nulla tra le dite arrotolate del tuo pugno. Solo felicità effimere, gioie per altri, ma che non sono tesori per te.

Ieri l'ho sentita: qualche breve sms e qualche mail, sono niente rispetto alle nostre belle telefonate del sabato mattina. Era un'istituzione. Una piacevolissima abitudine: appena ero libera, tra un cliente e un contratto, agganciavo il telefono tra la spalla e l'orecchio... Ricordo ancora a memoria il numero di sua madre. Alla stessa identica maniera ricordo quella piccola penna dal fusto arancione, regalo per la sua bimba: il viso gonfio ma ricolmo di felicità e quella piccola e già alta creatura accanto a lei, a loro... Avevo le lacrime agli occhi quando l'ho vista. Ero come immersa in una bolla di amore e di energia, di felicità tale da non desiderare altro che poterla creare anch'io - presto o tardi - una vita come la sua.
Il brivido e la scossa tra le scapole e la schiena, al suo incedere, poco tempo prima, tra le fila di banchi della chiesa, in quel piovosissimo giorno del suo matrimonio. La sua voce dolce che cantava al ricevimento...

Era ciò che volevo essere io. Ancora oggi è - per quelle briciole d'esistenza che mi è dato condividere di lei - quell'esempio di donna, di madre, di moglie, di professionista che anch'io avrei voluto incarnare. 
E' vero: non ho mai avuto velleità materne, non ho la vocazione alla famiglia... ma forse è una storiella che mi racconto da sola da sempre perché so che la famiglia costa sacrificio ed io sento di aver sacrificato da sempre sin troppo di me. 

Con il mio libro in mano, il tepore della tisana appena sorseggiata, mi sono addormentata con l'immagine di me che soddisfatta condivideva con lei i ricordi e le esperienze di una vita che io non avrò mai vissuto e con qualche lacrima a rigarmi il viso: una di scusa per lei, una di amarezza per me.




venerdì 27 gennaio 2012

L'abbraccio

Sono stanca. Le giornate scorrono velocemente, avvolte dal freddo pungente e in una luce sempre più intensa, nonostante le nubi. Il cuore sente che la primavera sta arrivando... che il peggio è già passato.

Il bello di questa giornata è stato l'abbraccio. Un abbraccio non cercato, non voluto, non desiderato. Un abbraccio per caso. A pranzo, come ogni giorno, da dietro la porta a vetri della banca, aspetto il mio turno per entrare. Mi scorge una personcina, in soprabito grigio, grigio come il mio tubino classico che oggi mi ha fatta sentire in ordine con poco. Una sciarpa rosa e una mano che si agita, di là, vicino la scrivania del mio impiegato preferito. Mi avvicino cauta, come ogni giorno: non voglio disturbare o interrompere. Devo solo lasciare una busta. Quel volto, che dal vetro non distinguevo bene, mi viene incontro e mi abbraccia. Mi abbraccia forte a sé, mi stringe. Mi accarezza. Non so perché ma mi sono sentita così rassicurata, così amata. Così felice.
E' una ragazza, questa persona che mi abbraccia. E' una ragazza che non mi conosce, che io non conosco. E' lì con una donna matura, ferma allo sportello.
"Bella!" mi ripete, accarezzandomi i capelli e stringendo il suo viso al mio a più riprese. Non mi ritraggo: mi è facile, mi viene dal cuore, spontaneo, senza filtri. La stringo e l'abbraccio a mia volta.
Non mi è mai successo: a chi potrebbe mai venire in mente di abbracciare o di lasciarsi abbracciare da una persona estranea in banca eppure sentirsi così al sicuro.

I suoi occhi li vedo cercare il mio sguardo. Sorridono quegli occhi. Sono felici e non so perché, ma sono felice anch'io. Sento ancora sulla mia guancia sinistra quel volto liscio e felice e quella mano che mi carezza delicata i riccioli scomposti e crespi per via dell'umidità.

"Guarirò?" mi dice quella ragazza. "Vero che Guarirò?"

E' una ragazza disabile, la cui deformità ho notato aver messo a disagio i presenti eppure non mi è mai successo di sentirmi così felice, così "piena" per un abbraccio inimmaginato da una ragazza sconosciuta in cappottino grigio e sciarpa rosa.
"Sei bella anche tu".
E un po' mi viene da piangere per questa bellissima sorpresa che Dio mi ha fatto, senza un perché oggi.

Perlina di saggezza

Ogni maschera che indossiamo, a ben osservare, nasconde una paura. Ma chi è la maschera?

giovedì 26 gennaio 2012

Sulle solitudini

Io non ho un'amica. Ho dei cari genitori e una sorella di sedici anni; conosco, tutto sommato, una trentina di ragazze di alcune delle quali potreste dire che sono mie amiche, ho un corteo di adoratori che mi guardano negli occhi e, se non possono fare altrimenti, in classe cercano di afferrare la mia immagine cercandosi di uno specchietto tascabile. Ho dei parenti... un buon ambiente familiare. No, apparentemente non mi manca nulla, salvo l'amica. Con nessuno dei miei conoscenti posso far altro che chiacchere, né parlare d'altro che dei piccoli fatti quotidiani. Non c'è modo di diventare più intimi, ecco il punto.

(Anna Frank)

Omaggio dovuto ad una delle figure che più ha colpito il mio immaginario da bambina divoratrice di libri, da bambina che crescendo ha compreso di quali orrori beceri e folli è capace il genere umano.

Omaggio, anche, ad una sensazione, ad un vissuto, che mi accompagna da sempre. Queste parole avrei potuto scriverle io, in contesti diversi, con termini ovviamente difformi, ma il cui senso è il medesimo: ci sono solitudini che restano e che ti segnano, anche se agli occhi del mondo hai tutto ciò che si potrebbe desiderare.

Ieri mi sono sentita sola, quando, chiuso l'ufficio, raggelata, ho fatto il mio giro in centro con l'auto, speranzosa di incrociare un viso noto. Ciascuno è dietro i propri impegni, ciascuno ha la sua vita, quella quotidiana fatta di lavoro, famiglia, hobby, doveri e piaceri e non sempre io ne faccio parte, esattamente come non sempre io ho piacere ad avere intrusioni dal mondo esterno nel mio quoieto e monotono vivere quotidiano.

Mi è dispiaciuto sentirmi dire all'ultimo minuto un "no", da una delle persone più importanti per me, circa il nostro appuntamento al cinema. Mi dispiace non sentire la mia collega e amica, anche se mi sforzo di essere più aderente a ciò che è per lei l'idea dell'amica. Io per lei non sarò mai una vera Amica...

Mi sono sentita sola, ma non per questo disperata. Ho deciso di rifugiarmi tra le pareti beige della cucina della nonna, condividendo con zii e cugine la sua zuppa di ceci. E' un evento per lei fare la zuppa di ceci: credo la faccia non più di due volte l'anno, invitando tutti alla sua tavola, come se fosse la notte di natale o il pranzo di pasqua. Mi è apparsa vecchia, così come sempre più anziano mi è apparso mio nonno, con la sua faccia bruciata dal sole e gli occhi perennemente arrossati. E' stato bello però ridere ancora tutti insieme, nonostante mia sorella non ci fosse. E' questo il sentirsi a casa che mi piace, che non mi fa sentire costretta, imbrigliata, costantemente giudicata. La mia famiglia credo sia il più grande sostenitore del mio Super Io rigidamente censoreo. Sarà per questo che i pranzi domenicali spesso li vivo male: è come se settimanalmente vedessi sottoposta la mia vita, il mio look, le mie parole, i miei progressi, regressi, scelte... al microscopio. Sanno come ferirmi, ferirmi nel profondo, anche solo con una parola o un accenno. E così fuggo, appena si arriva al dolce.

Di certo la mia famiglia, quella di ieri, quella che scherza, quella in cui tutti torniamo agli albori delle nostre vite condivise, è quella che mai mi abbandonerà, che mai mi farà sentire sprovvista di amore... anche se la solitudine resterà sempre quella condizione di cui ho fatto da necessità, virtù.

mercoledì 25 gennaio 2012

Martedì 24 gennaio

Non riesco a togliermi dagli occhi quel sorriso e quegli occhi.
Non riesco a non pensare all'effimero che è il nostro esistere: basta poco e tutto svanisce, senza se e senza ma.
Non riesco a non apprezzare tutto ciò che mi è intorno: il blu che si fa sempre più denso, ombroso, il blu che si fa notte. La nebbia che rende tutto come iniettato di latte. Il sole che ogni tanto sembra volermi ricordare, con il suo tenue abbraccio di riverberi di luce, che c'è anche se non lo vedo. I rumori delle strade, il silenzio interrotto dal gracchiare della radio intorno a me, le delusioni e le speranze della gente che si rivolge a me nei modi più disparati: fiduciosa, pretenziosa, spaurita, arrogante, spavalda, disperata. Dispensatrice di parole, tanto che anche la lingua e i denti sembrano indolenziti dal costante ribattere sui concetti. Sempre gli stessi, così come gli stessi sono i sogni e le speranze, o ciò che ne restano.
Paure: se non ti lasci andare, se non fai un tuffo nel blu, non puoi sapere. E se mi stancassi? e se i timori di oggi si rivelassero fondate certezze? e se volessi altro? e se durante il ballo non volessi più lasciarmi condurre in quella danza?

Effimero è il nostro esistere: in ogni sfumatura - volenti o nolenti - c'è qualcosa da cogliere e non potremmo mai cogliere il buono, apprezzare la luce, amare la notte, scoprire l'amore, godere della passione, se non conoscessimo i loro opposti.

lunedì 23 gennaio 2012

Stupida

Capita che immagino di farmi del bene, di dare sollievo a quel dolore di cicatrice ormai chiusa. Lascio che i miei occhi si soffermino, fugacemente, ma abbastanza a lungo perché quei lineamenti e quel sorriso beffardo e sornione restino impressi dentro la retina, come uno di quelle lastre di metallo decorate a sbalzo, di quelle che studiavo sul mio Argan.

Disprezzo chi, suo mal grado, ha ciò che volevo io, presupponendo, orgogliosamente e superbamente, di essere io migliore. Non sarà stato così, se io sono qui e non tra quelle immagini che ora ripercorro a occhi chiusi, maledicendomi in silenzio, segretamente, per averle volute ripossedere, ancora, consapevole che siano solo degne di aggiungersi al novero dei rimedi fasulli, venduti da stregoni di strada.


Lunedì 23 gennaio

Oggi avevo già tante parole per la testa: parole di sfida, di rimprovero, di rabbia verso le mie quotidiane imprese fallite. Più o meno le medesime da otto anni a questa parte.

Poi, in ufficio, con questa nebbia lattigginosa che va diradandosi sotto i raggi incartapecoriti di questo sole invernale, è entrato il marito di una delle donne ancora disperse della Concordia.
Allora ho perso le parole e allacciato i pensieri tra loro, così stretti che sono rimasti contratti, come un crampo ad un muscolo del corpo, uno di quei crampi che deformano gli arti, che ti impedisce di muovere una sola fibra.
Io a quel padre di famiglia, a quell'uomo distrutto ma con contegno, non ho saputo dire nulla. "Buongiorno", "arrivederci". Fine.

E così, anche i clienti opportunisti, le persone che ti tradiscono, le delusioni, passano in secondo piano, avvolgi da quella stessa nebbia lattigginosa che regna perenne sulla mia montagna.

venerdì 20 gennaio 2012

Amore è... [riassunto di una settimana]

Amore è tornare trafelati dal lavoro, mettere su una pentola, abbozzare il pranzo migliore, con ancora il cappotto e la sciarpa addosso. Così troveranno  tutto pronto.

Amore è non chiudere occhio notte dopo notte, perché anche se non siete nonna e nipote, anche se non si è sangue del proprio sangue, c'è un legame speciale, che va altro. Una notte, più notti in ospedale contano poco, magari non al corpo, ma allo spirito, quando tieni sul serio a qualcuno.

Amore è quella copoertina arancione e un pacco di liquirizie, corredate da uno scaldino, ad attenderti.

Amore è dire "basta" quando non è il caso di aggiungere altro, ma anche "forza", se è il momento di incoraggiare i piccoli a spiegare le ali e saltar giù dal nido. Peso piccolo che viene delicatamente cullato dall'aria.


Amore è stanchezza, preoccupazione, timore, ma che contano pochissimo se tutto ciò è speso per un progetto importantissimo.

Amore è uno smalto, una chiacchiera con l'amica, un sms all'altra...

Amore è anche una ginocchiera, quella che dovrò usare per qualche mese, finché la mia gamba non si rimette in sesto. Perché è amore una ginocchiera? perché se non amiamo noi stessi non possiamo di certo amare gli altri: non si può donare ciò che non si possiede.

giovedì 19 gennaio 2012

Le strade brillano di sale, quello sparso abbondantemente stanotte per impedire che la gelata paralizzi la città. Si cammina pianissimo, non più di 20km/h, la mattina alle sette quando accompagno mamma a scuola.  Sarà colpa anche del freddo se ho la velocità di un bradipo in letargo - ammesso che vadano in letargo i bradipi - e questa costante sensazione di vuoto nella testa, affollata di pensieri stupidi ma incapace di concentrarsi sul serio.
Vado a letto presto, ultimamente. Non mi va di aspettare nessuno: il protagonista del film che recita l'ultima battuta prima dei titoli di coda, mio padre, mia madre, gli amici... Non ho neppure voglia di mangiare. Non riesco. E' tutto un po' rappreso dentro me, contratto, irrigidito. Non riesco neppure più a scrivere la sera, cosa che mi ha dato sempre gioia e conforto, o a dialogare con la mente con i miei cari che non ci sono più, rivolgendo loro parole e preghiere.
Leggo soltanto, distrattamente, qualche pagina del primo della pila di libri che è adagiata accanto a me, sulla seggiolina di legno presa a Palermo un giorno, di ritorno dall'università, con mio padre. Era esposta sul battente di una bottega, in uno slargo vicino al corso che dalla cittadella universitaria conduce verso la stazione. Accanto un bar. Un pessimo bar a dire il vero, anche se ampio e luminoso grazie ad ampie vetrate - tutte appannate - su due lati.

Sogno immagini intermittenti, a colori, di vite parallele che sembrano sempre più interessanti della mia, quella vera, quella che si svolge alla luce del sole, o - più facilmente di questi tempi - nei riverberi della nebbia. Notti scure, con il cielo altissimo, che sembra respirare. Muri spessi, antichi. Visi noti, sensazioi di fiducia, volti sconosciuti. Parole mie. Timori, sempre più identici a quelli che vivo di giorno. Quei timori che, come un germe contagioso, hanno invaso la mia testa quando la mia amica e collega mi ha più volte caldamente ribadito - "per il mio bene" - che dovrei trovare un'alternativa al mio lavoro, perché "non c'è da star tranquilli", visto che si guadagna pochissimo, data la volatilità del mercato, considerato che non ci possiamo fidare di nessuno. Parla bene lei, che ha due lavori, nessuno dei quali la prende sul serio - diciamolo - ma guadagna egregiamente... Ed io, io penso che è dura ammettere che su certe cose ha davvero ragione, che davvero non ci possiamo fidare di nessuno qui. E' dura ammettere anche che tanti sacrifici, tante rinunce, tante occasioni lasciate - un'altra vita a cui ho rinunciato - forse sono serviti a poco.

E' già mattina, la strada brilla di quel sale grosso, si circola piano e quel cielo nero che sembrava altissimo su di me, ieri sera, oggi è azzurro, luminoso, come quando i raggi s'infrangono sul bianco e tutto ha un'aura diversa.

I cambiamenti fanno sempre un po' paura.
Anche leggere Stephen King, temo, non mi giova prima di andare a dormire...

mercoledì 18 gennaio 2012

A forza di stare rannicchiata e con le spalle strette strette, mi sto ingobbendo.
Sento la faccia sferzata dal freddo che pure è minimo, nella mia stanzona verde acido e lilla, rispetto a quello che c'è lì fuori, in qeusto tramonto appena rosato, con tocchi di bianco che sfumano nel blu sempre più intenso di questa ennesima notte di ghiaccio.
Ghiaccio sulle strade, sui parabrezza, quella spruzzata di neve sulle ringhiere e sui tetti.

Le mie mani sono già piene di tagli, arrossate, violacee. Non basta il mio condizionatore a farmi riprender colore.

Poi ci sono fatti che scaldano: il sentirsi importante per qualcuno, innanzitutto.
Sentirsi dire "ti voglio bene", "mi manchi", "ciao scema..." Si, proprio "ciao scema...", perché alcune persone possono ridicolizzarti e prenderti in giro tutte le volte che vogliono, senza mai offenderti, perché quello "scema" è come dire "amoremancato" o "amoremaisbocciato", "amicadisempre" e "conteilmiomondoèmigliore".

Se poi "ciao scema" oggi mi porta anche un pacchetto, accuratamente scelto con l'ausilio di chi mi conosce e mi mette a mia intera disposizione il suo negozio, facendomi scegliere ogni sorta di abito e accessorio corredato sapientemente da oculati consigli, ... anche la più fredda delle giornate assume il gusto della mia torta al limone, la fragranza della mia torta semplice mentre si cuoce nel forno, invadendo la casa di buono.

martedì 17 gennaio 2012

Eternità

Ciò che non è eterno non è niente, per noi che siamo eterni.


(San Giovanni Gualberto)


Beh diciamolo... mi piacerebbe ricevere una dedica che suonasse così. Parole, che come il  fiato non hanno peso, ma che possiedono un valore incommensurabile per il cuore. 

Poi, guardandomi meglio allo specchio, mi ricordo che - infondo - non sono mai stata una romantica. Solo una gran divoratrice di romanzi.

lunedì 16 gennaio 2012

Mettere ordine

I sabati e le domeniche, non so perché, mi somigliano sempre più a quei giorni descritti tanto bene da Leopardi: aspetti, li pregusti, immagini... e poi "flop". Ed è già lunedì.

Sabato mattina ho iniziato a "smontare" nel senso letterale l'ufficio, per via di lavori realizzati proprio in questo uggiosissimo e nebbioso weekend. Inutile dire che il mio cliente non è venuto e non mi ha pagata. In compenso, ho fatto piazza pulita, ieri, di carte e scartoffie varie.
Tra l'altro, con questi lavori, ho recuperato circa 50 cm di spazio in più nella mia postazione lavoro. Mi sento come con un monolocale a mia disposizione! Piccole soddisfazioni.

La soddisfazione vera è stata, sul serio, stracciare con le mani o con la distruggi documenti, una marea di cose: alcune, in verità, mi è dispiaciuto buttarle. Molti di quei faldoni testimoniano gli ani di attività nella mia azienda: vecchie pratiche, vecchi clienti, piccole e grandi conquiste... Altri, invece, testimoniano il mio mai diminuito sforzo di affrancarmi da una realtà che proprio sento non completamente soddisfacente per la mia natura.
Programmi dell'università, appunti di corsi sulla comunicazione, date segnate per far partire, decollare, definire impegni mai presi. Impegni con me stessa intendo. Gli stessi che ancora, molto spesso, fatico a prendere ancora oggi a distanza di sette o otto anni, se non di più.
Fare spazio: la filosofia zen suggerisce che fare spazio e ordine intorno a noi rende più facile anche rendere più ordinata, più libera la nostra mente. Se tendiamo ad accumulare cose, ricordi, legami... ascoltavo qualche giorno fa alla radio, è come se- implicitamente - ci dicessimo che non sappiamo bene come affrontare il futuro, come se, in un modo o nell'altro, dovessimo sempre rifugiarci in quel passato che ci è tanto rassicurante come la coperta di Linus, ma che, parimenti, è un pesante fardello da portare.

Se non facciamo spazio, non possiamo accumulare nuove cose, né goderne davvero: saremmo sempre protesi, almeno con un orecchio, ad ascoltare il peso di ciò che ci portiamo dietro. Io, tra l'altro, sono una specialista del portar fardelli inutili: ricordi inutili, appunti inutili, fallimenti inutili, successi inutili... cose, insomma, che sì, fanno parte di me, ma che dovrebbero prima o poi trovare un posto definitivo fuori di me. Fuori dalle mie scelte, dai miei metri di giudizio e di autovalutazione. Fuori, insomma. Come fuori ho portato ieri pomeriggio quelle decine di bustone nere zeppe di tutto.

Magari non dovrei fare come mio padre: ecco, lui nei suoi raputs di ordine e pulizia del sottotetto - presumo per sfogare il nervoso prima del matrimonio di mia sorella - ha buttato via questa estate mie scarpe nuove, miei ricordi, un beauty intero di trucchi, libri, giocattoli di quand'ero bambina... Ecco, questo, per la verità non riuscirò a perdonarglielo. Sono tante le cose che non riesco a perdonargli, a dire il vero, come il non aver creduto in me e l'aver usato la mia persona per progetti suoi, infischiandosene di me. Però è stata colpa mia... gliel'ho permesso io...

Ecco, anche questo circuito di pensieri poco produttivi dovrei cestinare... dritto dritto nel tritarifiuti della mente.

venerdì 13 gennaio 2012

Riflessioni post risonanza magnetica

L'odore di tabacco, intenso e pesante, di quella persona me lo sento ancora sotto il naso. Mi sento anche il suo sguardo fugace, noncurante, da essere superiore, ancora addosso.

"E' la moglie? o la sorella?"... queste le sue prime parole, appena rimaniamo nello studio, mentre registra i dati sul pc. "Devo portarmi proprio male gli anni, se mi dice così", rispondo. "Sono la figlia". Inizia così il mio pomeriggio allo studio medico dove mi sottopongo alla mia ormai patetica risonanza magnetica.
"Di sicuro c'è un potente trauma che ha compromesso il collaterale... il resto lo vedremo fra qualche giorno. Martedì potrà ritirare il referto". Continua "Eh si, perché certa gente sportiva io non la capisco. Che l'uomo è uomo, è fatto per camminare. Corrono le bestie!" E continua sottolineando quanto sia incomprensibile per lui chi pratica sport, chi si alza presto al mattino per farsi il giro del lago, chi ha una passione di questo tipo...

Beh, non ho ancora capito che costui mi stia ancora antipatico e se il olfatto provi repulsa per la sua persona. Chiacchierando, mentre ero a gambe larghe - opportunamente coperta - con un arto dentro quella macchina, non mi è sembrato poi così malvagio: un padre orgoglioso dei suoi figli, un padre con le sue idee, un professionista che guadagna bene tutto sommato e che è abituato a parlare solo con gente di un certo tipo, per lo meno con coloro che sembrano a lui suoi pari. E' per questo che non ho mai smesso di guardarlo dritto negli occhi: se è vero che correre quegli otto chilometri, l'ultima volta, mi è costato tanto dolore in questi mesi,  e se è  vero non avrei barato mai e poi mai, ma ho corso dritta contro ogni avversità verso il mio mentale traguardo, è altrettanto vero che certa gente non mi farà mai abbassare lo sguardo o sentirmi inferiore.

Inferiore, non all'altezza, inadeguata mi ci sono sentita e mi ci sento ancora spesso. E' una sensazione spiacevolissima: come un abito di pessima fattura, di un tessuto scadente che ti ritrovi addosso e ti fa sentire assolutamente nuda, vergognosamente nuda, come se una strana luce ti ricadesse addosso ma fosse lì solo per evidenziare le tue pecche, le tue falle. Un luminol per i tuoi difetti.
Mi sono sentita inferiore davanti a vite più interessanti della mia - o che tali apparivano ai miei occhi -.
Mi sono sentita inferiore quando il mio abbigliamento non ora omologato a quello della massa o del gruppo di riferimento - bisogni di conferme di adolescenti! - .
Mi sono sentita inferiore davanti a chi fa vissillo spocchioso del suo denaro, della sua posizione, del suo danaro.

Nel tempo ho compreso che non è un'immagine, non è il denaro, non è la professione, un'iniziale sulla camicia, un capello dalla piega più o meno impeccabile, che fanno la differenza.
E' ciò che trasmettono gli occhi che per me qualifica - spesso - una persona, prima e più di altri dettagli. Così magari vedi il professionista che ha gli occhi tristi, quella donna - che per tutti è meraviglioso simplo di bellezza ed eleganza - con mille insicurezze dentro, quell'adolescente che fa della seduttività ingenua la propria arma stupida...

Alla fine, dicevo, quell'uomo s'è spogliato un po' delle sue altezzosità: come ogni padre mi ha raccontato con orgoglio della laura in biomedica dell'una, della laurea in biologia dell'altra, ha sorvolato un po' sul terzo genito... Tutti i padri sembrano appuntarsi una camelia all'occhiello, petto in fuori e schiena dritta, quando parlano della propria prole. Per carità, ce ne sono anche di quelli che ne parlano come una spina nel fianco, con il rammarico di chi vorrebbe o avrebbe voluto altro.

Chissà cosa dice mio padre di me, cosa ha raccontato a questo tizio di me, mentre mi rivestivo nello spogliatoio con quell'orrenda lampadina ad incandescenza. Quasi sicuramente ha ribadito che sono una irresponsabile, perché è da stupidi correre anche oltre i propri limiti, quando si ha dolore.
Chissà se mio padre ha capito che io sono fatta così, che resisto a tutto, anche al dolore, in ogni cosa. Chissà se lo ha mai capito che in tante situazioni e condizioni ho resistito e continuo a resistere solo per vederlo orgoglioso di me, per essere la sua camelia sulla giacca.

Aspeterò martedì, il mio referto: di certo per un bel po' di tempo ancora non potrò allenarmi. Ho pensato al nuoto... ma non trovo corsi consoni con i miei orari lavorativi per ora. E poi ho vergogna a spogliarmi, a mostrarmi in costume, davanti ad occhi pronti a giudicare. Beh, magari durerà solo per le prime manciate di minuti, magari mi accadrà solo davanti a certe persone, magri troverò un posto accogliente in cui non mi fregherà nulla di mostrarmi come sono. Magari ci saranno sempre da qualche parte quelle sostanze come il luminol che metteranno in mostra i miei difetti, ma non m'importerà. O forse si.

L'unica cosa di cui non si è liberato quel tizio, all'ambulatorio, è quell'orrenda puzza di fumo, di sigarette fumate a bizzeffe, magari per gestire il nervosismo di tre figli che non erano come li aveva immaginati.

giovedì 12 gennaio 2012

12 gennaio 2011

E finalmente oggi alle 16.30 Risonanza al mio malandato ginocchio.

Mai prima d'ora credo di essere stata così felice di sottopormi ad un esame o una visita medica. Si, perché è brutto svegliarsi di notte con la rotula che sembra aver preso parte ad un moto rivoluzionario nei confronti del resto dell'arto. E' brutto non poter salire e scendere le scale, claudicare quando si cammina troppo, avere difficoltà a raccogliere qualcosa da terra, non poter correre, saltellare, allenarsi. Eh si, allenarsi. Anche della palestra avrei detto che non sarebbe mai stata una mia passione.

Quando ero alle medie ero piuttosto goffa: alle elementari a stento avevamo banchi e sedie, figuriamoci la palestra. Fuori non mi era permesso andare a giocare: niente corse per le strade, nascondino, calcio con i maschi... Appunto: nel mio quartiere erano tutti maschi. Le uniche femmine io e mia sorella, anche se poi qualche altra femminuccia è arrivata, ma avevo così tanto sviluppato la fobia del giocare fuori, che preferivo stare dentro a leggere, disegnare o costruire.
Così, in seconda media credo, rimasi molto male quando una compagna mi disse "tu non sai proprio giocare", mi umiliai quando giocherellavo con i nastri e le clavette della ginnastica artistica. Io non frequentavo alcuna palestrina per ragazzine, come facevano tutte le altre.

Alle superiori poi, sognavo di non avercelo un corpo. Mi dava fastidio. Sognavo di avere solo spirito: lo spirito è trasparente, luminoso. Se tutti potessero vedere lo spirito degli altri, pensavo, potrebbero capire quanto è puro un cuore, quanto è nobile il suo intelletto, quanto privo di malizia. Ovviamente, poteva vedersi anche l'esatto contrario: quanto banale, superficiale, grigio, da poco potesse essere un cuore.
Senza corpo, senza pelle, i messaggi arrivano più in fretta: migrano istantaneamente tra le persone affini, senza gli ingombri dei gesti, senza la bruttezza della carne. Sarà per questo che ho tentato di cancellarla quella carne: per me era d'impiccio rispetto al mondo circostante. Avrei potuto averlo dentro solo respirandolo con gli occhi il mondo, l'umanità che mi circondava.

Ho imparato con tanta fatica, con lezioni anche parecchio dure, con tante lacrime, buio e giacendo sul fondo del mare, quanto sia bello averlo un corpo. Quanto sia bello avere delle mani, un torace, dei fianchi, i quadricipiti femorali o i polpacci, per quanto esteticamente brutti, goffi, disarmonici, inadeguati potessero apparire a me o ad altri intorno a me.
Quante volte annotavo ovunque il memento: "ricordati che sei bella così" o frasi simili, che ridessero compatezza a quella unità che era la mia interiorità con la mia esteriorità. Alla fine, ho capito, è tutta una gran scemenza: siamo così, un tutt'uno, una somma che è ben diversa dalla somma delle singole parti che pure hanno un loro valore specifico.
Ho apprezzato la bellezza della corsa, del sudore sulla fronte, della faccia che si arrossa per la fatica, il pizzicorio delle fibre muscolari, il fastidio e la soddisfazione dell'acido lattico, il sapore della conquista di nuove tappe, di nuovi traguardi. Ho apprezzato, fino ad amarlo, questo corpo. Così com'è. Senza dualisimi, disintegrazioni.

Mi manca, mi manca tanto sentirlo sotto i pantaloni e la felpa, pulsare. Mi manca non essere libera nei movimenti. Sembrerò probablmente esagerata: non ho di certo perso un arto! Questo, tuttavia, è riprova del fatto che il processo di unificazione è avvenuto: non sono più la bambina che ignorava di avere un corpo, l'adolescente goffa che nel tempo avrebbe voluto cancellarla questa consapevolezza del corpo. Sono una giovane adulta che va fiera di essere com'è.

Speriamo che questo benedetto intervento - se è vero che si dovrà fare - mi ridia persto la soddisfazione di essere nel mondo tutta intera, senza parti anarchiche. Intanto per coccolarlo, l'ho rivestito - questo corpo - di lana mohair a maglia rasata, tutta rosa, nocciola, beige... Mi danno l'idea di un caldo soffice nido per bambini.

mercoledì 11 gennaio 2012

note sparse

No. Non è che d'un tratto mi è passata la voglia di raccontare, di mettere nero su bianco idee, immagini, pensieri, istantanee fissate nella mente di momenti di vita qualunque di una persona qualunque. Come quel colore azzurro intenso, poi blu oltremare eppure luminoso, di ieri sera. Come il plaid arancione dalle grosse cuciture verdi, che mi ricordano le bambole di pannolenci che ho sempre desiderato, quelle con i capelli di lana e la faccia ricamata su e gli occhi fatti da bottoni, che qualcuno tiene sempre pronto vicino al divano, per quando guardiamo insieme un film. Come quel film, quel senso di strana ammirazione che ho provato guardando "Il Treno per Yuma": quel senso di ammirazione che ogni padre vorrebbe che suo figlio provasse per lui.
 O ancora l'odore delle pagine di un libro, la sensazione delle lenzuola pulite che ti sfiorano la pelle del viso, le chiacchiere della gente, i problemi e le soddisfazioni a lavoro.

Mi piacerebbe, l'ho sempre detto a me stessa e per un periodo l'ho fatto, fotografare ogni giorno qualcosa: che sia il mio look del giorno, il mio smokey eye davvero riuscito, il mio acquario, una pianta che cresce, un germoglio, un fiore appassito sulla scrivania o una nuova rosellina, minuscola, che fa capolino dalla fioriera dietro la vetrata dell'ufficio.

Mi piacerebbe ogni giorno poter ritornare ad un'immagine del passato prossimo e pensare: "no, non è tanto male".


Invece non ho tempo, non ho forza, non ho energia. Sarà che in me, per quanto mi incanti a raccogliere ogni raggio di sole che filtra attraverso ogni superficie che incontro, ci sarà una dispersione: di tempo, di intenti, di priorità.

Mi dico che è colpa del lavoro, forse lo è sul serio: la verità, magari un giorno scoprirò, è che in me convivono due dimensioni tanto affini quanto opposte. Chissà come sarebbe se si controvertisse l'ordine delle cose, però diciamolo: oggi sono parecchio soddisfatta di me e se potessi metterei una foto del mio cinturino rosa, col fiocco, che decora la mia gonna a pieghe. Quest'anno ho inaugurato l'anno delle gonne d'inverno!

10 gennaio

Sono giorni che sono stanca parecchio. Mi si chiudono gli occhi da soli e se potessi mi metterei sotto le coperte, avvolta dal dolce tepore della mia termocoperta già alle 21.00. Unica compagnia un libro. Da che io abbia memoria, almeno un libro è stato mio vicino di guanciale. Nel tempo, a lui - ora ha la copertina blu, perché la sovracopertina l'ho tolta per non sguarcirla essendo un libro in prestito - si è accompagnata l'agenda. Negli utlimi anni quest'agenda è stata sempre una moleskine nera con copertina morbida. La più bella è quella del 2006: ogni giorno scrivevo quanto mi accedeva, quanto pensavo, dicevo (o avrei voluto dire e fare) con un colore diverso, secondo l'umore.
Il giallo quando ero davvero felice, il viola se ero triste, il nero se era una giornata "no", il verde per una giornata serena, l'azzurro cielo se ero in pace con me stessa, il rosso se accedeva qualcosa di importante - nel bene o nel male- . In apice, accanto al giorno, accedeva che segnassi una lettera, una cifra, un simbolo, che indicava l'aver incontrato quella persona, l'aver sentito quella persona, essere uscita con quella persona. Ovviamente la persona è sempre la stessa. Ovviamente è la persona che non è mai stata con me, perché avevo paura, perché non riuscivo a fidarmene.

La fiducia, ho appreso, non sempre è riconducibile all'altro: spesso dipende dal nostro grado di apertura verso l'altro, da quanto siamo in grado di metterci in gioco nei suoi confronti. Se una persona già a pelle non mi ispira, pazienza, sarò sempre diffidente, anche se è la persona più diligente, affabile, precisa del mondo. Se qualcuno oltrepassa lo strato più coriaceo della mia pelle con un sorriso, una frase, un gesto, una cosa qualunque, beh, potrei anche abbandonare la mia poltrona d'ufficio e seguirla per un caffè al bar. Lo faccio raramente di uscire dall'ufficio durante il lavoro solo per un caffè con una persona "amica".
Ieri l'ho fatto e non me ne son pentita. Così come non mi sono pentita di essermi autocandidata per quella collaborazione con un'altra impresa operante nel mio stesso settore, ma che cura rami diversi. Oggi ho avuto il primo incontro "reale" con uno dei soci e mi ha proposto attività e collaborazioni che vanno al di là di ciò che avevo preventivato. Sono contenta, tanto contenta.
Onestamente, stamattina, ero preoccupata: sono giorni che sogno sempre che mi si sfaldino le unghia in modo strano, come se si sollevassero lamelle e lasciassero la pelle nuda, cosa che mi costringeva - nel sogno - a tener le mani ben nascoste, a non stringere altre mani, a chiudermi insomma e provando vergogna e rammarico per questo. Le unghia le ho sfaldatissime davvero, ma oggi, non è stato di certo questo banale inconveniente che mi ha impedito di stringere la mano a quell'uomo e a congedarlo con il mio miglior sorriso. Lo immaginavo diverso: più alto, più robusto ma è decisamente professionale quanto mi era apparso in questo mese al telefono.

Se oggi dovessi scrivere la mia agenda con un pennarello colorato non so che colore adotterei, magari l'arancio: l'arancio è il colore dell'energia nel 2006. Era il colore che ho usato più spesso quando ho incontrato quell'altro lui.

martedì 10 gennaio 2012

Volevo un senso

(Dal diario di un ragazzo tedesco)

Volevo latte
ho ricevuto un biberon.

Volevo affetto
ho ricevuto giocattoli.

Volevo imparare
ho ricevuto una pagella.

Volevo parlare
ho ricevuto sapere.

Volevo essere libero
ho ricevuto disciplina.

Volevo amare
ho ricevuto una morale.

Volevo felicità
ho ricevuto denaro.

Volevo una professione
ho ricevuto un posto.

Volevo un senso
ho ricevuto una carriera.

Volevo speranza
ho ricevuto paura.

Volevo vivere...

lunedì 9 gennaio 2012

Lunedì 9 gennaio

Per molti, questo lunedì, sancisce la fine di un periodo di relax, di tranquillità, di banchetti luculliani e di notti brave. Per me è un lunedì come tanti: senza palestra ancora - per via del mio maledetto ginocchio. Lo specialista sta ancora valutando se intervenire -, con le solite paturnie, con una gonna scozzese grigia e blu, freddo a tratti polare riscadato da sprazzi di sole. E un anello di vetro di Murano, ultimo "lascito" di mia sorella ieri in aereporto.

Ecco, per me questo lunedì è testimone di una vita familiare che riprende le sue consuetudini, i suoi equilibri ricostruiti e l'ormai consueto "arrivederci" a mia sorella (e a mio cognato). Se tutto andrà per il verso giusto li rivedrò fra qualche mese, ammesso che avranno modo di scendere giù per un weekend.
E' ingiusto che la vita ti faccia capire il valore delle cose e ti faccia apprezzare di più le persone, proprio quando te ne priva.
Sarà per questo che ieri, aggirandomi per un centro commerciale qualunque, nell'unico giorno di shopping che mi sono concessa da mesi, non mi sono poi divertita così tanto. Fare aquisti con lei è più bello, divertente e poi lei ha decisamente più buon occhio di me.

Mia sorella è la classica persona che se anche vestisse un maglioncino dei cinesi, sembra bellissima. Merito della luce nei suoi occhi, del suo sorriso infantile e del suo fisichino niente male. Lei è in grado di estrarre il coassico coniglio dal cilindro, come farebbe un mago, quando si accalca sui banchi della merce in esposizione massacrati da pazze scatenate: ti trova quella sciarpa lì, quel cappello lì, quell'accessorio... che se tu lo vedi pensi "ma che me ne farò mai?!" ma quando è tra le sue mani capisci che è dotato di vita propria, che è in grado di emanare brio ed eleganza nello stesso tempo... ma a lei: addosso a te resta il cencio di prima. Presumo che abbia ereditato questo potere di dar vita alle cose dalla sua madrina di battesimo, esattamente come io dalla mia ho ereditato le lentiggini (abilmente mascherate di solito sotto un buon fondo) e la meticolosità che mi fa tanto apparire rigida e "vecchia zia" sovente.
Mia sorella è quella che al collo si mette un ciondolo ottenuto da un portachiavi e appare fighissimo... addosso a me, misteriosamente, diventa l'avanzo di una sorpresina Kinder.
Ad ogni modo, il mio bottino è stato ottimo ieri, anche se - l'ammetto - ad un tratto mi sono sentita un po' come Andy di "Il Diavolo veste Prada": l'ennesima mediocre acquirente di golfini di acrilico...
A giudicare dalle riviste di moda a cui sono abbonata, dal mio settimanale aggiornarmi sulle tendenze e gli stili, dalle amiche che nei loro blog parlano di moda e di make up, dovrei essere sempre almeno un passo avanti, rispetto alle medesime mediocri avventrici di centri commericiali.
In realtà sono la classica tipa qualunque, con capello crespo, smalto sbeccato nel giro di due giorni, mega shopping bag con dentro una casa portatile e l'oscuro, famelico, desiderio di emancipazione dai canoni precostituiti. Canoni che mi vogliono vestita in un determinato modo a lavoro, che per lo stesso motivo mi fanno sentire a disagio in jeans e sneakers, con tanti tailleur tutti simili, con la repulsa per le gonne per via dei cosciotti che ho al posto delle gambe...

Ah... per fortuna non sono sul serio queste le cose importanti della vita, ma quanto sta meglio con se stessa e con il mondo una donna fresca di piega, con un bel trucco anche semplice ma che regali luce ai suoi tratti, con qualcosa di nuovo da mettere: basta poco, spesso, per sentirsi una dea.

giovedì 5 gennaio 2012

Sui ritardi

Alla fine ho chiuso davvero prima ieri. Prima, diciamo più correttamente puntuale: non ho fatto consueti straordinari. Ho subito informato mia sorella: quale migliore occasione per andare da qualche parte, prendere un aperitivo, fare un giro in auto insieme!? Peccato che lei fosse con i miei già andata via, al centro commerciale... Mi sono sentita, come sempre, in ritardo.
Sono sempre stata in ritardo nella vita.

Nata con quindici e passa giorni di ritardo.
Arrivata alle scuole elementari in ritardo: avrei dovuto fare la primina.
Arrivata in ritardo a quelle conquiste tipiche dell'adolescenza: il primo bacio, le passeggiate con le amiche in centro, i look "moderni".
All'università ero in ritardo: dopo i primi due anni, lavorando non sono riuscita a tenere il passo con gli esami.
Sono in ritardo per inserirmi in altri mondi lavorativi diversi dal mio attuale.
Ecco, sono un po' passata in tutto.
Anche la testa è in ritardo: pensa in modi troppo diversi da quelli che il mio mondo sociale, culturale, lavorativo, richiede. Il che, volendo, non è male: non è che sono in ritardo nel senso di lenta, ma in ritardo perché vivo in una dimensione diversa, dove contano cose diverse.

Ieri sera, ormai che avevo chiuso tutto presto, ho pensato di fare un giro nel negozio della mia amica, coinvolgendo una terza amica. Quando l'ho raggiunta, l'ho trovata accovacciata sulla sedia del pub di una nostra altra amica, intenta ad inzuppare una bustina di the all'ananas e cocco dentro una tazza d'acqua bollente. Un profumo delicato e un tepore inaspettato mi hanno infuso serenità.
Chiacchierando, di colleghi, di tagli al personale, di soldi che non bastano mai, di saldi che per noi due sono un miraggio, di delusioni, di progetti futuri... il tempo è volato. Un'oretta insieme è sembrata tantissimo tempo, ma anche davvero troppo poco, per quanto avremmo voluto ancora raccontarci.

Io e lei siamo diverse. Tando diverse: non solo perché io biondina e lei mora. Diverse perchè proveniamo da un background culturale e da storie familiari diverse, nutriamo bisogni diversi e alimentiamo illusioni differenti... eppure la franchezza, la capacità di dirci sempre tutto e sempre a volto scoperto, ci ha rese più unite di quanto pensassimo.

Inutile dire che il teatime ha reso impossibile andare a trovare l'altra mia amica in negozio: ero evidentemente in ritardo.

Qualche volta certi ritardi, a dirla tutta, sono proprio piacevoli.

mercoledì 4 gennaio 2012

Giornate possibili

Ieri sera mi sono trattenuta in ufficio con clienti ben oltre le 21.15. Sono arrivata a casa che mio cognato già aveva le crisi: su al "nord" si mangia ad orari decenti... non certo alle 22.30!
Beh, magra consolazione, mi dico: essere libera professionsita in teoria mi da molta flessibilità, in pratica è una catena chiusa da un mega lucchetto con doppia mandata.
Non ho ancora superato il blocco dell'inaugurazione dell'agenda: ho timore di ritrovarmi a scrivere e annotare sempre le medesime cose.
Ad esempio, ieri mi sarebbe piaciuto poter scrivere qualcosa del genere:

Sono uscita dall'ufficio stanca, capelli arruffati a forza di passarci dentro le dita, come se bastasse questo a pettinare le idee e trovare soluzioni.
Ho salutato sorridente l'ultimo cliente, ricordandogli di prestare attenzione, appena fuori dalla porta, alle innumerevoli "decorazioni naturali" che incivili propiretari di cagnolini del quartiere si ostinano a non raccogliere.
Spegnendo le luci dell'ufficio, ho sentito l'inebriante odore di libertà che offrono certe serate d'inverno: l'aria è fredda, frizzantina, scalfisce un po' le guance, che subito si arrossano, ma è come se avessero pudore per non aver goduto abbastanza delo spettacolo della vita, anche in una stagione così fredda come l'inverno.
Approfitto del semarofo rosso e dello specchietto retrovisore per spennellare un po' di colore sulle labbra. Non ho mai amato le labbra voluttuose e troppo pigmentate, ma mi piace che sembrino sane, che il mio volto non lasci trasparire troppo le tante rogne con cui mi sono scontrata in ufficio.
Uno spruzzo di profumo prima di scendre, alla volta dell'aperitivo con le amiche.
Non è così tardi per cenare insieme e quale occasione migliore per scambiarci idee e consigli! E' una giornata come tante, ma il fatto di esserci trovate attorno al tavolo, insieme, la rende già un po' speciale. Si parla di shopping, di uomini, di soldi, di lavoro... di quelle cose di cui non ci stanchiamo mai di parlare.
E' una pausa dai consueti ruoli di donne in carriera, di madri, di mogli o future mogli... E' una frazione d'istante in cui ciascuna abbandona le convenzioni e le maschere, per vivere semplicemente sé.
L'ulitmo brindisi a base di sorrisi e ciascuna torna a casa, ai propri doveri, al meritato relax, al calore delle mura domestiche, al rassicurante rifugio di braccia che ti amano.

Beh... le mie giornate non si concludono mai così... L'ultimo cliente sbatte la porta perché è tardi, ho la scrivania rimpinzata di cartacce, fagocitate dai cassetti tra un cliente e l'altro... la contabilità che non corrisponde, le partite da trascrivere, il documento da inviare, il memo da scrivere...

Ed oggi una coferma: il mio progetto per l'ennesima volta slitta, ancora. Mi sento tanto stupida e mi chiedo se non sia il caso di pestarle queste decorazioni naturali che trovo sempre davanti la porta dell'ufficio.. se è vero che portano fortuna...

martedì 3 gennaio 2012

Occasioni

Ieri ho fatto la sfacciata. Non è molto nelle mie corde essere sfrontata, autopropormi o impormi in ambito lavorativo in particolare: non è una questione di insicurezza, diciamo che preferisco che siano gli altri a vedere le mie potenzialità, convinta da sempre che spesso è veridico il detto "chi si loda s'imbroda".

Ieri, forte dell'attrazione subliminale che esercitato su di me una certa "lista" di buoni propositi, ho preso la cornetta in mano e mi sono fatta avanti: ho chieso di essere coinvolta in un progetto, ho parlato di compensi. Il mio interlocutore non mi ha detto di no, sono pur sempre una leva, un possibile riferimento da sfruttare: parliamoci chiaro qui nessuno fa niente per niente e i vari "cortesemente", "per favore", "scusi", "prego" sono più parole dette per abitudine che per concreto senso di civiltà e gentilezza verso l'altro, tanto più se l'altro in questione è un collega con cui spartire eventuali dividendi.

E' andata. Ho spuntato un nuovo contatto e una nuova porticina mi si è aperta. Speriamo di saperla sfruttare al meglio.

Mentre le ruote nuove della mia auto accarezzavano l'asfalto sdruciolevole, cercando il calore dei bocchettoni dell'aria calda sul cruscotto, pensavo: "Ci sarà mai un momento in cui sottrarrò qualcosa al lavoro per donarlo ai progetti che ho da tempo accantonato, quelli che amo e che mi fanno stillar lacrime senza sapore, al sol pensiero di saperli come brandelli sdruciti buttati sotto una vecchia panca nella soffita dei ricordi? Ci sarà mai un momento in cui questo non sarà il mio unico tutto e ci sarà spazio per altro? Quando arriverà quel limite superato il quale non sarò più io? e se mai arrivasse, che ne sarà di me, che decisamente non sono più quella che quei branelli li aveva messi insieme?"

Troppe domande, come sempre... magari dovrei solo limitarmi a dire che "ok, sei stata brava, hai superato un tuo blocco e ti sei fatta avanti: ormai sei grande per gli abiti da principessa, le scarpette di vetro, i diademi luccicanti fra i capelli e per sognare che esista il classico finale delle fiabe".

Se è vero che le occasioni sono semrpe davanti a noi, ma siamo noi a doverle scovare... beh, se sono riuscita a sfruttarne una per mettermi in primo piano in questa collaborazione, dovrà per forza essercene un'altra per gli altri sogni appesi con gli spilli nella mia fantasia.

Perlina di saggezza

Ci sono due modi di vivere la tua vita. Una e' pensare che niente e' un miracolo. L'altra e' pensare che ogni cosa e' un miracolo.

- Albert Einstein -

Io preferisco pensare che tutto sia un miracolo, ma i miracoli accadono se ci crediamo, se facciamo in modo che possano accedere.
Chissà, magari se lasciassi socchiusa la porta del cuore, potrebbe essere spalancata da una folata di vento così intensa da ribaltare tutto per aria, da disordinare tutto... ma quell'aria fresca e nuova, pur lasciando dietro di sé piccole macerie di disordine e qualche foglia secca, ridonerebbe un profumo nuovo e frizzantino a camere ormai sature e stantie.

lunedì 2 gennaio 2012

2 gennaio 2012

Ho deciso che questo diario sgangherato e lamentoso inaugurerà il 2012 lasciando spazio a bi -sogni e immagini d'ogni sorta. Il teatro, le finzioni, tradizionalmente vengono usate in psicoterapie sperimentali per aiutare i blocchi emotivi, sciogliere i nodi espressivi ed evolutivi... E poi mi piace pensare di avere una personalità vagamente istrionica, non solo deprimentemente isterica...

Mi vedo già stretta in quel fantastico abito, grigio cangiante, la giacchetta in paillettes, la pochette micro tra la mano, mentre mi dimeno da gran ballerina (che non sono) sulla pista. Circondata da amiche e accanto a mia sorella, sorridiamo: sorridiamo al brutto che va via, dicendogli che siamo state più forti noi, che a noi alla fine non ce la fa nessuno, che si, può ferirci, logorarci, ma noi come le piante grasse resistiamo sempre e siamo in grado di stupire chi ha pazienza d'aspettare o la ortuna di arrivare al momento giusto, dipanando corolle ora candide ora vermiglie. Si, vorrei produrre un fiore rosso, una camelia magari, di quelle che si appuntavano i nobiluomini nelle occasioni particolari, sulla giacca. Una camelia che, a dire il vero, non è neppure il mio fiore preferito, con tutti quei petali cascanti, aperti, ridondanti... ma mi da l'idea di colore. Quando vivi in bianco e nero, gocce di colore intenso, per quanto sfrontate, non sembrano mai volgari. Sembrano vita.
E balliamo, ridiamo, imprigioniamo sulla  retina, come se fosse una pellicola fotografica, i nostri visi, i capelli scarmigliati, il profumo, il calore, il ritmo... ogni volta che ne avremo bisogno, sapremo dove trovare forza, grinta, l'unione che infonde energia.
Lì, tra le luci e le ombre di un qualcosa che è tutot e non è niente, ci scrolliamo di dosso, dalle spalle, il peso delle delusioni, delle aspettative deluse, degli schiaffi subiti, dei fallimenti che sono stati. Contemporaneamente, i nostri busti che si agitano, sembrano accogliere come accade in una danza tribale, l'energia che c'è fuori, come quelle donne che danzano in estasi attorno al fuoco della vita - o qualcosa del genere- che ho visto in tanti documentari in tv, quando il mondo mi è parso così freddo da preferirgli Piero Angela.

Stringiamo i pugni, li leviamo in alto, ci abbracciamo, come se solo questo bastasse a dare forza e positività a coloro che ci sono intorno. Mi sembra tutto scintillante e non è solo merito del mio abito, del make up che ho impiegato secoli a immaginare perfetto ed impeccabile, ma che, inevitabilmente, cola un po' giù... ma che me ne importa? E' bello così: la vita è disfatta, spettinata per natura. E' dal caos che nasce l'energia. Solo che io al mio caos ho messo le briglie, me ne vergono, per questo almeno una volta nell'anno, una volta nella vita, per ogni vita che vivrò, vorrei che quel caos esplodesse con forza: con la luce, con il caldo, con l'odio, la passione, l'aggressività, la forza, l'intensità che ci sono lì sotto ammassati... Sarebbe un bel fuoco d'artificio.

Senza freni, senza inibizioni, senza paure, senza "scusa", "per favore", "gentilmente", "cortesemente", "vorrei", "non posso ma...".Tutto un si se è si, no se è no, al diavolo se te lo meriti.
Sfincarmi, sfinacarmi di vita. Su un letto, sugli occhi di uno sconosciuto, sulle mani di chi ho desiderato, sul cuore di chi ho amato, ma anche come ferita lancinante su chi mi ha ferita per primo, sale su un taglio su chi se lo merita, sapore d'amaro per chi ha parlato di me senza sapere quanto stesse sbagliando a proferire il mio nome, lucida ossessione per chi mi ha fatta sentire invisibile. Agilità felina, forza lenta e laboriosa del toro, eccentricità di quegli strani uccelli con le code variopinte, delicatezza di una farfalla, stabilità dell'albero e orgoglio di esere quella donna che da qualche parte ho nascosto.

Così il mio addio al 2011 e benvenuto al 2012, mentre all'unisono facciamo tintinnare i nostri "chiama angeli", identici, io e mia sorella, con le amiche intorno: suoni delicati perché siamo pur sempre donne bambine.


Visioni di uno scintillio possibile.