venerdì 13 gennaio 2012

Riflessioni post risonanza magnetica

L'odore di tabacco, intenso e pesante, di quella persona me lo sento ancora sotto il naso. Mi sento anche il suo sguardo fugace, noncurante, da essere superiore, ancora addosso.

"E' la moglie? o la sorella?"... queste le sue prime parole, appena rimaniamo nello studio, mentre registra i dati sul pc. "Devo portarmi proprio male gli anni, se mi dice così", rispondo. "Sono la figlia". Inizia così il mio pomeriggio allo studio medico dove mi sottopongo alla mia ormai patetica risonanza magnetica.
"Di sicuro c'è un potente trauma che ha compromesso il collaterale... il resto lo vedremo fra qualche giorno. Martedì potrà ritirare il referto". Continua "Eh si, perché certa gente sportiva io non la capisco. Che l'uomo è uomo, è fatto per camminare. Corrono le bestie!" E continua sottolineando quanto sia incomprensibile per lui chi pratica sport, chi si alza presto al mattino per farsi il giro del lago, chi ha una passione di questo tipo...

Beh, non ho ancora capito che costui mi stia ancora antipatico e se il olfatto provi repulsa per la sua persona. Chiacchierando, mentre ero a gambe larghe - opportunamente coperta - con un arto dentro quella macchina, non mi è sembrato poi così malvagio: un padre orgoglioso dei suoi figli, un padre con le sue idee, un professionista che guadagna bene tutto sommato e che è abituato a parlare solo con gente di un certo tipo, per lo meno con coloro che sembrano a lui suoi pari. E' per questo che non ho mai smesso di guardarlo dritto negli occhi: se è vero che correre quegli otto chilometri, l'ultima volta, mi è costato tanto dolore in questi mesi,  e se è  vero non avrei barato mai e poi mai, ma ho corso dritta contro ogni avversità verso il mio mentale traguardo, è altrettanto vero che certa gente non mi farà mai abbassare lo sguardo o sentirmi inferiore.

Inferiore, non all'altezza, inadeguata mi ci sono sentita e mi ci sento ancora spesso. E' una sensazione spiacevolissima: come un abito di pessima fattura, di un tessuto scadente che ti ritrovi addosso e ti fa sentire assolutamente nuda, vergognosamente nuda, come se una strana luce ti ricadesse addosso ma fosse lì solo per evidenziare le tue pecche, le tue falle. Un luminol per i tuoi difetti.
Mi sono sentita inferiore davanti a vite più interessanti della mia - o che tali apparivano ai miei occhi -.
Mi sono sentita inferiore quando il mio abbigliamento non ora omologato a quello della massa o del gruppo di riferimento - bisogni di conferme di adolescenti! - .
Mi sono sentita inferiore davanti a chi fa vissillo spocchioso del suo denaro, della sua posizione, del suo danaro.

Nel tempo ho compreso che non è un'immagine, non è il denaro, non è la professione, un'iniziale sulla camicia, un capello dalla piega più o meno impeccabile, che fanno la differenza.
E' ciò che trasmettono gli occhi che per me qualifica - spesso - una persona, prima e più di altri dettagli. Così magari vedi il professionista che ha gli occhi tristi, quella donna - che per tutti è meraviglioso simplo di bellezza ed eleganza - con mille insicurezze dentro, quell'adolescente che fa della seduttività ingenua la propria arma stupida...

Alla fine, dicevo, quell'uomo s'è spogliato un po' delle sue altezzosità: come ogni padre mi ha raccontato con orgoglio della laura in biomedica dell'una, della laurea in biologia dell'altra, ha sorvolato un po' sul terzo genito... Tutti i padri sembrano appuntarsi una camelia all'occhiello, petto in fuori e schiena dritta, quando parlano della propria prole. Per carità, ce ne sono anche di quelli che ne parlano come una spina nel fianco, con il rammarico di chi vorrebbe o avrebbe voluto altro.

Chissà cosa dice mio padre di me, cosa ha raccontato a questo tizio di me, mentre mi rivestivo nello spogliatoio con quell'orrenda lampadina ad incandescenza. Quasi sicuramente ha ribadito che sono una irresponsabile, perché è da stupidi correre anche oltre i propri limiti, quando si ha dolore.
Chissà se mio padre ha capito che io sono fatta così, che resisto a tutto, anche al dolore, in ogni cosa. Chissà se lo ha mai capito che in tante situazioni e condizioni ho resistito e continuo a resistere solo per vederlo orgoglioso di me, per essere la sua camelia sulla giacca.

Aspeterò martedì, il mio referto: di certo per un bel po' di tempo ancora non potrò allenarmi. Ho pensato al nuoto... ma non trovo corsi consoni con i miei orari lavorativi per ora. E poi ho vergogna a spogliarmi, a mostrarmi in costume, davanti ad occhi pronti a giudicare. Beh, magari durerà solo per le prime manciate di minuti, magari mi accadrà solo davanti a certe persone, magri troverò un posto accogliente in cui non mi fregherà nulla di mostrarmi come sono. Magari ci saranno sempre da qualche parte quelle sostanze come il luminol che metteranno in mostra i miei difetti, ma non m'importerà. O forse si.

L'unica cosa di cui non si è liberato quel tizio, all'ambulatorio, è quell'orrenda puzza di fumo, di sigarette fumate a bizzeffe, magari per gestire il nervosismo di tre figli che non erano come li aveva immaginati.

2 commenti:

  1. è pieno di argomenti questo post. non so bene cosa scriverti, sai? perchè non condivido totalmente quello che hai scritto. ma non serve a niente che ti dica la mia :) e allora ti abbraccio, e spero che il tuo ginocchio guarisca in fretta, altrimenti lo so che tu vai a correre anche se è presto, e fai malanni!! :)

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  2. Pi, a me invece piacerebbe che tu mi dicessi, che spaziassi, proprio perché non ti trovi d'accordo con ciò che scrivo. Se no che confronto è!? mica è bello essere sempre d'accrodo,altrimenti come si cresce e si impara un modo nuovo di vedere le cose? :)
    dai, mi farebbe davvero parecchio piacere..

    Per il ginocchio, aspettiamo intanto martedì. Prometto di fare la brava

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