mercoledì 29 febbraio 2012

Perlina di saggezza


La morte non è una luce che si spegne



La morte non è
una luce che si spegne.
E' mettere fuori la lampada
perché è arrivata l'alba.



(Rabindranath Tagore)



Mi rendo conto di essere noiosa, monotematica e francamente fastidiosa. Giustifico pienamente quel paio di followers persi.
Il fatto è che quando vivi qualcosa di destabilizzante, come la scomparsa di qualcuno che ami, per quanto tu possa immeidatamente tuffarti a peso morto, di pancia, nella vita di prima, tutto assume contorni sfocati.

Continui a pensare che vivi un sogno strano: una vita impastata di penombre, in cui se chiudi gli occhi rivedi costantemente un volto con gli occhi chiusi che non avresti voluto vedere mai più... mai più così. Un viso che vorresti ricordare come prima, caldo, senza quella strana consistenza gommosa che conferisce il rigor mortis. un viso che ti accarezza, che ti bacia, che sfiora il tuo di viso e di cui ti senti piena.

Stanotte ho dormito con mia madre e mia sorella: tutte vicine, tutte strette, tutte un tutt'uno, una gestalt diversa dalla somma delle singole parti. Ho abbracciato mia madre sperando che sui miei recettori sensoriali rimanesse una traccia indelebile di lei per sempre perché quando la perderò voglio poter conservare il più possibile di lei. Vorrei costruirmi una lei in ogni forma possibile che i miei sensi consentano.

Sì, perché vederla star male così, mi conferma che perdere la mamma è la cosa più brutta probabilmente che si possa vivere e mi auguro che in quel più possibile remoto giorno in cui toccherà a me, possa sentirmi in qualche modo confortata, consolata, certa che la morte non è un buio eterno, ma una luce diversa a cui si apre la vita.

martedì 28 febbraio 2012

martedì 28 febbraio 2012

La paura più grande è dimenticare.

Mi sento in colpa quando mi scopro ad essere distratta, coinvolta da altro. Mi sembra di tradirla.
E' stupido, lo so: non ci si può costantemente torturare, lasciarsi pervadere ogni fibra di malinconia, fumo sottileche rende ogni attimo irrespirabile, ogni pensiero offuscato, ogni sguardo incerto, liquido.

Le mancanze non si realizzano mai a pieno.

lunedì 27 febbraio 2012

Ricordi - giovedì 23 febbraio

Di questi giorni ho accumulato tante istantanee, fissate sulla pellicola dei ricordi. E' come aprire un cassetto e trovarci dentro foto in bianco e nero, toni di grigio, color seppia, ma anche a colori.
Onestamente colori ne ricordo pochi. Ricordo, ad esempio, il viola del pellicciotto che indossavo giovedì mattina, fresca di shampoo e carica di speranze. L'ho odiato quel pellicciotto poche ore dopo essere uscita di casa: era "tanto", troppo, per aggirarsi tra quei corridoi, per restare prigioniera degli ascensori, per la voglia che avrei avuto di dare un calcio a quella porta scorrevole che non si voleva mai aprire alla mia fermata.
Quel viola con cui mi sentivo ridicola ed eccessiva, aggirandomi tra le strade deserte del paesino, in preda ad un'energia strana, di quelle che ti fa andare veloce e scattante, agile, pronta a spiaccare un balzo. Avevo uno strano incedere, impetuoso, come se ad ogni passo avessi voluto calpestare più forte l'asfalto o il basolato e darmi più spinta. Un incedere a molla, cattivo, arrabbiato. Aggressivo. Non ho provato vergogna per nulla, ad ogni modo: quando hai cose più importanti a cui pensare, non badi più al giudizio degli altri. Sono andata a cercare scarpe e calze in una farmacia, scarpe in una merceria, a scegliere bare con il trucco sciolto e gli occhi dolenti.
Non importava.Non importava neppure girare tra la gente bianca come un cencio e senza avere una testa che pensa. solo un cuore che grida ma che si vuole dare contegno, perchè le sue urla avrebbero rattristato ancor di più un altro cuore che non merita di soffrire ancora.
Io dovevo essere e devo essere l'ultimo dei pensieri per ora.


Ricordo il rosso, il rosso delle rose del cuscino grande posto sul coperchio. Una di quelle rose l'ha presa mio padre, sabato, per poggiarla dentro quella nicchia stretta e buia. E' stato un gesto bellissimo, delicato, un gesto d'amore, un "ti voglio bene" di quelli che mio padre, come me, non sa pronunciare con le labbra, ma che si plasma, si fa concreto. Una rosa rossa poggiata lì, mentre già due file di mattoni rossi erano state incollate l'una sull'altra con la calce bianca.

Ricordo pochi altri colori. Anzi quasi nessun altro colore, se non quel bianco sempre più intenso della sua pelle, delle sue mani, che piano piano diventavano come di cera. Il grigio delle occhiaie, che dopo poche ore sono scomparse, così come ogni ruga, ogni segno di sofferenza e di dolore che la malattia aveva disegnato con un carboncino sul suo volto, sulle mani, tra le vene delle braccia martoriate.
Le ho strette a me quelle mani bianche: speravo di tracciarne un disegno anch'io nella mia mente, nella memoria, così da socchiudere gli occhi e ricordarne la forma, il disegno della lunetta delle unghie, le rughe delle falangi, un po' come è accaduto per la mano sinistra del nonno. Quella mano grande, piena di pieghe, come se fossero pagine di un libro antico, un libro come quelli che ho trovato nei cassetti della specchiera, giù in camera da letto, con su scritto, nella seconda di copertina, con una grafia di quelle di chi si è esercitato sui quaderni di "bella scrittura", "letto".

Ricordo il nero. Il nero di quella nicchia su cui piano piano non è entrato più il sole, la cui luce filtrava in un pulviscolo dorato e tenue, tra gli spigoli di altre case del silenzio, di altre finestre che legano il passato al presente.
Il nero dei vestiti, il nero del freddo.

Ricordo grigi e toni sfumati, come oniriche coperte che hanno avvolto luoghi, volti, persone, cose. Banchi di legno, lucidi; altari con fiori. Abbracci su abbracci che si confondono gli uni sugli altri, braccia in cui perdersi, braccia sconosciute, mani che ti stringono, che ti accarezzano.
Accarezzare, sì, come ho fatto anch'io prima che quella fiammella azzurrognola verticale chiudesse per sempre nel buio quelle labbra, quel viso finalmente liscio e trasparente.
Ho sfiorato quei capelli sempre in ordine e quella fronte, ormai fredda.

Conosco a memoria un numero di telefono: squillerà all'infinito e non risponderà mai più nessuno.

lunedì 20 febbraio 2012

Perlina di saggezza - Conoscere qualcuno

Conoscere qualcuno, ovunque egli sia, con cui comprendersi nonostante le distanze e le differenze, può trasformare la terra in giardino.
(Wolfgang Goethe)


E' per questo che non si può essere grati di qualsivoglia consocenza - più o meno casuale -. E' una sorta di innesto: qualche gemma, inevitabilmente andrà compromessa e perduta; altri rami interi non sopporteranno l'intursione, non verrano più irrorati in modo sano dalla linfa; altri non produrranno frutto... ma senza esperienza tutto è destinato a rimanere identico.

Non è detto che dal cambiamento, anche occasionale e fugace, non sorgano nuove idee e progetti. Non è detto che da un vetro appannato non si possa più vedere fuori cosa accade: magari lo vedremo tinteggiato come d'acquerello o coglieremo le luci più intense.

Ogni esperienza, con qualunque persona, va valorizzata e custodita, anche se arreca dolore. Non c'è dolore che nel tempo non si plachi, anche se la disperazione sembra sempre assetata. Sbiadisce, è un dato certo, senza che ciò invalidi la qualità della perdita, che diventa così diliuita - almeno un po'.

Inevitabile è l'evoluzione di noi stessi, se poi, finalmente, abbiamo la fortuna di icorciare uno sgaurdo d'intesa e di comprensione, al di là delle differenze e delle uguaglianze. E' come sentirsi legati a doppio filo, pur mantenendo una ragionevole lontananza.
Le distanze sono relative quando a essere vicina è l'affinità dei sensi, della comprensione, dell'anima. Bastano parole e sguardi per sentirsi sfiorare il cuore. Bastano bagliori negli occhi, in fredde sere come questa, per capire.


giovedì 16 febbraio 2012

15 Febbraio 2012 - Il regalo inatteso

Quando ho visto il tuo nome illuminare ritmicamente lo schermo del telefono, ho capito che tutto sarebbe stato come sempre. Non è cambiato niente.

Non ho risposto subito. Mi dà noia l'idea di aver dato l'impressione di essere sempre con il telefono tra le mani.
Ho evitato di risponderti come facevo sempre... ho finto di non aver riconosciuto quel numero e quel nome... Un "pronto" distaccato. Poteva essere chiunque e quel chiunque - senza accezioni particolari, neutro, senza corollari di aggettivi e qualità - potevi benissimo essere tu o chiunque altro. Chiunque appunto.

Mi chiedi se sono a lavoro, se t'aspetto. Certo che t'aspetterei, figurati. Quando si può perché mai non dovrei? Ti aspettavo già da qualche giorno e ogni mattina una piccola parte di me mi ha consigliato a essere al meglio perchè poteva essere il giorno giusto. Ovviamente il meglio di me, quando le cose alla fine accadono, non è mai il meglio. E' il passabile. Occhiaie e make up pessimo. Abiti ingenerosi ma caldi, per tollerare questo freddo in questo regno dei ghiacci che è il mio ufficio.
Non appena la porta esplode in uno scatto e qualcuno entra, istintivamente ma nel modo più lento possibile, alzo lo sguardo. Poco poco. Così, casualmente, distrattamente... Giusto per vedere se sei tu. Un paio di volte m'è andata male. Era qualcun altro.

La schiena già gelida solo al pensiero che da un momento all'altro, quello schiocco metallico, quel rumore di vetro, è il tuo.

E poi sei arrivato. Brividi di freddo lungo le braccia. Tremore. Il corpo come in preda ad una stupida febbre di stagione.

Ho continuato a sistemare le mie carte, senza neppure alzare al testa e guardarti dritto negli occhi.
"Accomodati". Ho capito che eri in imbarazzo. Forse ti aspettavi un saluto un po' più caloroso. Quel bacio sulla guancia o un embrione di abbraccio. Una stretta di mano. Ormai sono solo queste le occasioni in cui ci si può incontrare. Ho evitato anche questo. In fondo nutro un po' paura che sentissi il freddo delle mie mani o il tremore delle mie braccia. Si, sicuramente è il freddo. In questa stanza si muore.

Ho lavorato, ho fatto il mio doverse, sempre con un profilo basso, chino, ingobbita sulla tastiera e guardandoti solo di striscio. Anche parlare mi ha messa più e più volte in difficoltà. Sentivo venir fuori discorsi disarticolati, incertezza nella voce. Sì, vibrava anche lei, come quando nelle Bontempi pigiavamo il tastino "Vibro" e le note venivano fuori come chiacchiere di anziani: fatine anziane della musica, che producevano musiche incerte.

Poi, mentre tu eri chino a firmare, ti ho guardato. Ti potevo dominare con lo sguardo. Il volto più magro. La barba di un giorno al massimo e punteggiata di bianco. Eh, si, stai invecchiando. Stiamo invecchiando. Mi sono chiesta tutto il tempo se fossi bella, ancora bella davvero per te - come disse quella sera il tuo amico quando mi portasti la prima volta vicino quel muretto - . Ormai vicino quel muretto non stazione più nessuno. Ci trovi qualche macchina parcheggiata il venerdì o il sabato sera. Quei capelli di lana che mi dicevi ti piacevano perché mi davano l'aria selvaggia, chissà se ora li trovi orrendi e cenciosi come li trovo io. Lo sai, vero, che non li liscio più ogni giorno perché mi hai detto che mi preferivi così, vero? No. No che non lo sai. Non ti importa. Non ti importava forse neppure prima.

E' odioso notare come si cambia per qualcuno e di come questi cambiamenti poi finiscano per fare parte integrante di te, come se fossi nata proprio così, in quel modo. Tu sai, in cuor tuo, tuttavia, che no, ci sei diventata. 

Scherzi. Fai lo splendido come sempre, come sempre mi difendo: non ci credo alle tue parole, ai compilmenti gratuiti. Lo dici da sempre e presumo tu lo dica a tutte. In fondo, ci sono uomini che fanno di un certo tipo di eloquenza un'arte, nel trattare con il gentil sesso. Tu però l'hai sempre saputo che sono acida. L'insicurezza e la rabbia covati a lungo, fanno diventare il cuore come uno yogurt scaduto.

Non sento il tuo profumo. Prima, ne sono quasi certa, ti tuffavi a peso morto in una vasca di profumo. Rimaneva per giorni sulle cose che entravano in contatto con te. Una volta ho conservato per un po' un pezzo di carta che profumava di te. Mi sentivo felice con poco. Illusa.

Entra gente. Ho altri appuntamenti oggi ed il tuo non era programmato. Si è rotta la magia, lo percepisco, lo percepiamo. La signora va fuori per una telefonata: sembriamo ragazzini che tra i banchi si cambiano occhiate e parole sotto voce mentre il prof spiega qualcosa di importante.

Entra ancora qualcuno. Un altro rintocco metallico della porta. La stanza è troppo affollata e non solo di pensieri e di emozioni. Le mie di emozioni, ben inteso.

Ho finito. La tua pratica è completa. La consulenza la migliore che potessi offrirti e tu lo sai. Quante cose sai... o per lo meno mi auguro che tu sappia! Secondo me ti ho sempre sopravvalutato. Ne ho quasi la matematica certezza e si sa che la matematica non è un'opinione.

Stai ritto ora di fronte a me. Mi sembri più vecchio sul serio con quel tuo giaccone che non conosco, che non ti ho ma visto. Si stai tornando da lavoro. Cerchi ancora un contatto. Non mi muovo. Aspetti un cenno che non arriverà mai.
E' il momento dei saluti e avrei voluto che non arrivasse mai questo momento, esattamente altrettanto a quanto non avrei mai voluto vederti. Mai. Peccato che ancora ti cerco con lo sguardo, che abbia sviluppato una strana abilità che mi induce a leggere con la coda dell'occhio tutte le targhe della macchina come la tua. Le riconosco subito. Ormai ho memorizzato anche quelle di estranei che incrocio ogni giorno lungo la strada da anni. Sarà un bug mentale difficile da estirpare.

Mi strizzi l'occhio e mi elargisci un sorriso. Ricambio.

Quando ritorno in me e lentamente il mio corpo dimentica, quando le vibrazioni terminano, il tremolio si quieta e la voce non è più stridula e disarticolata... Dopo un tot di clienti da smaltire, di altre piccole rabbie e rogne quotidiane, razionalizzo: eh si, noi donne cerchiamo sempre significati e segni ulteriori, doppi sensi e altri fini in ogni gesto, in qualsivoglia parola... uomini come te, come lui, sono così. Illudono. Anzi no. Non è corretto, hanno un loro stile. Non è colpa di nessuno se non di certe menti, se poi questo stile viene travisato, frainteso, mistificato.

Ho nutrito in cuor mio la vaqua speranza che ti facessi risentire. Una frecciatina odiosa come quelle che sai fare tu, come quelle che piacciono a me. E' questo battagliare che mi piaceva. Dicono che in amor vince chi fugge. E siamo fuggiti lontani, noi. Che poi... amore... fuggire... ma di che?!
Siamo obiettivi: sono una conoscente come tante per te. Coltivare i buoni rapporti ti ha sempre giovato in termini di consigli, di agevolazioni o di consulenze gratuite. Io ci ho sempre rimesso con gente come te.
Non mi hai mai detto se almeno un minimo hai mai ricambiato quella assurda sensazione di follia che ha sempre spodestato la mia mente, quando ho avuto a che fare con te.
Dubito.
Coltivo un giardino sepolto, in cui è sorta una pianta fantasma: un giorno ci incroceremo ancora, in quella stazione dei treni persi che non tornano più, ci guarderemo negli occhi e sarà magnetismo puro, come una bussola che impazzisce quando arriva al polo. Ci daremo quel bacio che ti ho negato quella sera.

Non riesco a fidarmi di te.

Sarà quella stessa stella che mi protegge da quei pericoli - e dall'adrenalina che il rischio comporta - che dovrò ringraziare.

Ne sono certa: le donne si arrovellano il cervello cercando perché, come dove, quando, se... Gli uomini salutano, sorridono, ti fanno un complimento e se ne vanno via, chiudendo la porta.

mercoledì 15 febbraio 2012

Perlina di saggezza - Pace

Non importa che tu sia uomo o donna
fanciullo o vecchio, operaio o contadino,
soldato o studente o commerciante;
non importa quale sia il tuo credo politico o quello religioso
se ti chiedono qual è la cosa più importante per l'umanità
rispondi prima, dopo, sempre: la pace!

martedì 14 febbraio 2012

14 febbraio 2012


San Valentino non l'ho mai amato, neppure da bambina, forse perché ho sempre provato una certa ritrosia ad esprimere con gesti e con parole che non fossero scritte e assolutamente private, sentimenti d'amore e d'affetto.
Raramente, anche con i miei genitori, ho avuto la forza o la voglia o la "spudoratezza", chiamiamola così, di ammettere a voce spiegata "ti voglio bene". Men che meno con un amante o un compagno, sebbene siano in pochi, ma davvero pochissimi, ad aver rapito il mio cuore. Preferisco che il sentimento si manifesti spontaneo con i gesti, con lo sguardo, con le piccole forme di rinuncia in favore dell'altro - per amor suo - o con piccole attenzioni - un dolce, il vestito preferito, il profumo più apprezzato... -.
Non, non sono il tipo che dice a voce ti amo, ti voglio bene o quella altre locuzioni sì profonde ma troppo abusate. E' sempre stato così, tant'è che in famiglia - allargata e ristretta - vengo definita quella "lavata (con la lisciva)", espressione che indica l'assenza di fronzoli, di ricchezze evidenti, insomma linda e pinta come i panni lavati con la lisciva.
Solo un fidanzato ha sempre amato questa festa: era un tipo romantico, sdolcinato, mammone, affettuosissimo. Mi adorava. Io lo trattavo malissimo, soprattutto negli ultimi tempi. Non lo tolleravo neppure. La sua vista mi innervosiva. Per fortuna ho rotto, vincendo quella atavica paura di solitudine e d'abbandono che mi attanagliava. Beh, sola lo sono rimasta sul serio - gli amici erano i suoi - ma è stata la migliore scelta che potessi fare per me. Me lo sarei rinfacciata a vita, un po' come ora mi rinfaccio di aver scelto un lavoro che non mi interessa, a discapito di quei sogni che la mia famiglia non condividev apiù di tanto. Quanto mi odio solo a pensarci!
Uno degli ultimi San Valentino che abbiamo trascorso insieme prevedeva una lauta cena nel ristorante dove qualche tempo prima si era sposato suo fratello. Musica dal vivo - duo pianoforte e voce - tavoli tondi, tovagliati giallo oro, omaggio floreale e pure i suoi genitori ad un tavolo poco distante dal nostro. Inutile dire che suo padre ci pagò la cena.
Lo consdieravo un perdente. Anzi, ad essere onesta, quasi tutti coloro con cui mi sono accompagnata ho finito per considerarli perdenti, mentre quei pochi che non ho avuto li ho sempre idealizzati. La mia mente funziona così: disprezza ciò che hai, innalza all'infinito ciò che vuoi ma non avrai mai.
Sono stata cattiva con lui. Ero troppo infelice con lui e mi volevo vendicare. L'ho capito dopo, con il tempo. Ancora oggi mi fanno sorridere i suoi tanti biglietti che ogni tanto cascano da dentro un libro, da una busta di foto e negativi.
Era una bella persona, non adatta a me.

Negli ultimi anni, questa ricorrenza o festa che dir si voglia, è stata trasformata in una serata da trascorrere in gruppo con gli amici. Affittiamo una saletta o ci coordiniamo in una casa disponibile: chi porta il riso o la pasta, io faccio sempre i dolci, chi si occupa delle decorazioni, chi fa solo la spesa o chi viene a mangiare.
Stiamo insieme, ci divertiamo: è la festa dell'amore... e anche tra amici ci può essere una forma diversa di quell'amore passionale, cocente, struggente, voluttuoso, distruttivo che è l'amore che ho imparato a conoscere nei libri, nei film, nei testi delle canzoni.
Sarà per questo che molte cose non mi sembrano mai abbastanza: cresciuta su tra Cime Tempestose e canzoni anni '70 cantate da mia madre - romantica e dolce per definizione - non potevo che setire sempre in tutto un difetto, una mancanza, una carenza.
In questi giorni ho maturato un'idea: forse quell'amore lì non esiste o non esisterà mai per me, ma l'Amore con la A è quello che tra le piccole delusioni e i piccoli gesti, mi fa sentire al sicuro anche senza essere quella dolce ossessione nella mente dell'amato.

Felice San Valentino a tutti.

lunedì 13 febbraio 2012

Giorni di pieni e di vuoti

E' difficile per me scrivere qualche parola... Io che di parole ne ho sempre a bizzeffe, sin troppe e sin nei contesti e nei luoghi o con le persone meno opportuni.

E' difficile perché se venerdì una nuova vita è nata, se venerdì è nata anche un'altra bambina - che a dire di una prozia - sarà la futura compagna di vita del nostro Federico, venerdì è stato anche un giorno di tragici addi.

Due padri. Due storie diverse. Due vite diverse. L'uno sempre sorridente, ironico, scherzoso, affettuoso. L'altro messo a dura prova dalla vita. L'uno circondato dall'amore della moglie e del suo unico figlio, l'altro vessato da una vita coniugale travagliata - a quanto mi è dato sapere - con due figli ancora bambini.

E' straziante vedere il proprio padre morire. Credo che non ci siano immagini abbastanza evocative che rendano l'idea di quella lama d'acciaio che immagino trafigga un cuore di figlio. Credo che non si può comprendere quanto ingiusto sia che un bambino di 11 anni trovi per primo il proprio papà stroncato da un infarto, così come altrettanto ingiusto è vedere il proprio padre - dimesso tra l'altro mezz'ora prima dall'ospedale perché accusava già i primi segni di un possibile infarto in atto - accasciarsi con ancora tra le labbra un pezzetto di fetta biscottata nell'altro caso.

Non ha avuto importanza se il cielo ha pianto lacrime bianche e soffici tutto il giorno di sabato, se quelle stesse lacrime hanno inzuppato la mia testa sprovvista di cappello o di ombrello o di un decente accessorio atto a riscaldarmi a dispetto delle temperature sotto zero. Non importano le curve, la strada ghiacciata, il terrore di perdersi, un gregge e i cani sparpagliati per strada. Il digiuno.
Tutto è relativo quando senti che qualcuno a cui tieni, a cui vuoi bene sta male, di un male che è disperazione e tristezza e tu non puoi far nulla.

Grigio cemento del cielo, verde brillante del fogliame di cipressi e pini - resi ancor più vivido dalla pioggia e della neve -, bianco sempre più spesso agli angoli delle cappelle e delle scale, prati imbiancati via via, nella strada di ritorno verso casa.

Chuido gli occhi e accanto alle manine lunghe dell'ultimo arrivato, vedo le gote rosse straziate dal pianto, gli occhi stravolti, quella neve, quella fila interminabile di persone arrivate per l'estremo saluto ad un padre, mentre un altro padre ha salutato suo figlio e quel figlio bambino l'incontrerò sabato prossimo, ancora una volta senza fiato, senza parole, senza che le labbra si possano schiudere in altro che non sia un sorriso che vuol dire, ancora una volta, nella certa illusione che possa servire a qualcosa, "io ci sono, sono qui."

Giorni di pieni e di vuoti.

venerdì 10 febbraio 2012

Un giorno di felicità

Stamattina, nonostante il costante bruciore agli occhi che mi fa sentire davvero inadatta ad affrontare una nuova giornata al pc, mi sono sentita felice.

Felice è una parla grossa... Felici ci si sente poche volte nella vita. Forse dovrei dire serena o contenta... perché ridimensionano e di parecchio il karma - forse un po' pesante - che si attribuisce alla parola "felicità".
Stamattina, ad ogni modo, ero felice, ma non sapevo che il meglio doveva ancora venire. Il tepore delle coperte, il mio libro del momento disponibile ad offrire in sacrificio almeno due pagine prima di alzarmi, negli occhi ancora quegli sbriluccichii che le risate fatte di pancia sembrano far esplodere come fuochi pirotecnici dentro te.

Nevica, fa freddo, ho le mani violacee e il viso arrossato per quei pochi passi a piedi che ormai mi posso concedere. Sistemo in fretta e scappo per le commissioni di routine. L'ufficio... sempre lì ad attendermi con le sue rogne stupide.

Chissà se le cose belle, come le cose brutte, quando accadono, lanciano segnali, come quei razzi luminosi che vedo ogni tanto in certi film ... quei razzi lievemente luminescenti, a dirla tutta... magari si, avvisano in qualche modo, per prepararci al loro incipiente arrivo ma possibilmente, assorbiti dalla routine, dai "voglio", dai "dovrei", dai "se" e dai "ma", di tanti "no" e dagli altrettanti "si" con cui ci bombardiamo l'anima, non ci facciamo neppure caso.

L'istinto ha suggerito a me e mia madre - mentre la riprendevo da scuola, sotto quel cielo color cenere e quell'aria liquida e metallica - di fare una capatina in ospedale... eh si, Federico ci ha aspettate. E' nato poco dopo le 13.30 e ad attenderlo ancora c'era solo il suo papà e una prozia. Tutti a lavoro, tutti presi da mille e più pensieri e qualcuno anche da vecchi retaggi ed egoismi - diciamolo - .

Federico, nell'accezione che a questo nome attribuisce mia cugina, dovrà essere un bimbo portatore di pace e a vederlo, pochi minuti dopo essere stato lavato, è davvero un bambino pacifico e silenzioso. Ha gli occhi che già sembrano vederti, che ti seguono. Ti sorride a modo suo. Ha mani lunghissime per il suo corpicino minuscolo e violacee come le mie... chissà se sarà un freddoloso come me? ha tanti capelli scuri e le sopracciglia chiarissime e sembra voler dire "Scusate... so che non mi aspettavate, ma sono qui e cercherò di dare il minor disturbo possibile!".

Ho sentito la voce tremarmi, prim' ancora che potessi proferir parola o incrociare lo sguardo di mia cugina. Ho sentito i dotti lacrimali pizzicare, ma hanno retto. E mia madre... ma quanto madre è sino in fondo? ci sono persone che hanno una vocazione: lei ha la vocazione per accudire e occuparsi dei bambini. Sarà per questo che ha conservato per tanto tempo quella capacità di stupirsi e di emozionarsi, quella curiosità e leggerezza verso la vita, tipica dei bambini. Federico si perdeva tra le sue braccia ed il suo sorriso. Ho letto nel suo sguardo la gioia di rivivere, anche se di riflesso, il bello di una nuova vita che viene al mondo.
"Mi sembra di rivivere la tua, di nascita", mi ha confessato in auto, ritornando a casa quando ormai la mia pausa pranzo era andata - senza rammarico alcuno - a farsi friggere.

Ecco, cronaca di una gioranta fredda ma felice.

giovedì 9 febbraio 2012

Perlina di saggezza


Preghiera



Voglio parlare
ma non so ascoltare.

Voglio capire
ma non so comprendere.

Voglio essere perdonato
ma non so scusare.

Voglio la pace
ma sono in guerra con me stesso.

Voglio Voglio Voglio...

Aiutami Tu che puoi
ad essere e non a volere.





(Brazir)

mercoledì 8 febbraio 2012

Perlina di saggezza


Un sasso sostiene l'altro


Nelle costruzioni un sasso sostiene l'altro: se così non fosse, la casa crollerebbe. Così dobbiamo sopportarci a vicenda, nelle famiglie e nelle società.

(San Gregorio Magno)

Sopportarsi, supportarsi, comprendersi. E' un lavoro logorante, su se stessi prima ancora che verso gli altri. Quanto facile è additare l'altro - con lo sguardo più fraterno e pateticamente affettuoso - e accusarne le pecche? quanto semplice è dire "sbagli!" o "dovresti fare così..." o ancora "se io fossi in te..."
Quanto c'è di ipocrita nelle nostre relazioni con gli altri. Quanta scarsa umiltà alberga nelle nostre parole e nei nostri pensieri.

Sempre molto più facile comportarsi da farisei, godendo impercettibilmente dell'errore dell'altro, così da poterci sentire migliori del reo, del colpevole, dello stolto.
Sempre difficile poter parlare senza tema d'essere fraitnesi.
Provare e riprovare.
Non tanto per piacere a tutti, per adeguare al mondo e ai più il nostro modo di essere, per rispondere alle aspettative che gli altri costuiscono come cartelli di carta su di noi. Provare e riprovare per rivendicare una propria identità, non negando una chance mai a nessuno, indipendentemente dal ruolo, dalle posizioni, dallo stile di vita e dai modi.
Dietro ogni agire c'è sempre una logica, magari non facilmente intuibile, ma pur sempre valida.
Supportare.
Siamo tutti un po' sassi. Di coccio, perché cambiare è difficile. Di "pietra di Catania" dicono gli anziani qui, in dialetto, ad indicare quella lavica, nera, inscalfibile. Ci ammassiamo spesso gli uni contro gli altri, a costruire barriere.  Per fortuna qualche volta un sasso rotola e più che argini di cattiveria e di rancore, plasma, insieme agli altri un sostegno, un rinforzo, per quel traballante mondo - ristretto oppure allargato - che è il nostro.
Bisogna adattarsi, incastastrarsi, ma senza mai perdere il proprio taglio, la propria precipua brillantezza o opacità, il proprio colore.
Ci vuole pazienza e umiltà, entrambe disperse ai quattro venti, da sbuffi argentei di arroganza.



martedì 7 febbraio 2012

Martedì 7 febbraio

Cosa c'è di più bello che vedere rimergere desideri che si pensavano ormai sopiti per sempre, accolti nell'abbraccio silenzioso dell'oblio? Riemergere come capocchie di bucaneve o di campanellino, con le sue corolle tonde con tutti i petali della stessa dimensione, bianchi e macchiati di verde all’apice.

La leggenda o la saggezza popolare vogliono che una primavera senza bucaneve vuol dire un’estate senza frutti. Se è vero, magari accadrà anche a me che frammenti di soddisfazione e di appagamento torneranno a incidere una profonda ruga agli angoli della bocca e come cristalli sfaccettati, rirroreranno gli occhi di rinnovata e ritorvata felicità.

Tutta colpa degli scaffali ormai stracolmi della mia libreria, del saggio sulla scala WAIS ad uso clinico e per valutazione qualitativa e del freddo polare.

lunedì 6 febbraio 2012

February, 4th - A stranger

Straniero, se camminando ti imbatti in me e hai voglia di parlarmi, perché non dovresti farlo? 
E perché io non dovrei parlare con te?

Walt Whitman 



February, 3rd - Hands



È sufficiente guardare le mani per capire cosa è una persona.

Antonio Castronuovo, Se mi guardo fuori, 2008
 

Niente ci fa

Questo weekend non ha brillato di luce propria. Giusto solo un barlume di bianco, soffice, domenica. Per il resto freddo e ansia tra le pareti fredde della mia testa.

Una delle cose che ho sempre temuto nella vita è quella di dover far fronte a responsabilità troppo grandi per me, ma nella assoluta convinzione che di qualcunque cosa si possa trattare, avrò la forza di resistere.
Chi mi conosce almeno un po' sa bene che uno dei mantra che ripetevo da bimba, inconsapevolemente, era "niente ci fa". Stavo male (e stavo male sul serio, spessissimo, con febbre alta e qualche ricovero)... ma "niente ci fa". Le ginocchia sbucciate, un rimprovero che magari mi faceva montare su tutte le furie... "niente ci fa". I fallimenti della vita, crescendo, non sono riusciti ad affrontarli con la stessa leggerezza dei miei sorrisi di bimba. Su quelli non riesco a dire "niente ci fa".

Anche questo weekend ho provato ad adottare la stessa tecnica. Ho cercato di non scompormi quando mamma venerdì sera è svenuta con la febbre alta. Ho cercato di fare del mio meglio per curarla, per esserle vicino in ogni modo, come una madre farebbe con la propria figlia. Anche se, stavolta, sono io a fare la madre e lei la bimba. E' un gioco che, nelle nostre dinamiche familiari, penso sia sempre stato vivo. Sì, perché mia madre è emotiva, bisognosa di coccole, ha un atteggiamento sempre "fanciullesco" alla vita, nell'accezione più positiva e dolce del termine. Non potrebbe essere la brava maestra alle elementari che è. Io, invece, sin da piccola volevo far la grande, la mamma. Così se lei aveva paura di restare sola, non uscivo, non facevo cose che potessero dispiacerle o crucciarla. "Niente ci fa".
Vedere che chi ami è debole, tuttavia, mi ha fatto intimorire. La mia mente ha galoppato: io che accudisco i miei sempre più anziani, un giorno lontano. Mia sorella con la sua vita e la sua famiglia, lontana da noi. Il lavoro. La casa. I sogni che necessariamente cascano in terra, infrangendosi come cristalli minuscoli. Niente ci fa.

La nonna, anche lei, che sta male. Quanto grande e forte può essere un legame tra madre e figlia? non si può conoscere un bambino se non attraverso sua madre e un bambino non può conoscere il mondo se non attraverso sua madre. E' un'insieme inscindibile. Quante volte ho pensato a quel calore che come mille frammeti di monetine d'oro, attraverso i rami e poi sottilmente filtrato dalla mia finestra, non è che il ricordo della carezza di una mamma...

Il weekend si è così inchinato e declinato nel tempo, sotto il peso della responsabilità. Devo ammetterlo: crescendo è proprio questo che ho temuto, soprattutto negli ultimi anni. Diventare schiava di amori indissolubili, a cui non mi saprei sottrarre anche volendolo... cosa c'è di più naturale che essere accanto a chi ami soprattutto quando soffre? ma quanto doloroso può essere dover vivere nella paura di non aver tutto sotto controllo, di essere tu la "grande", quella che decide, l'adulta, quella che non fa capricci ma fa e basta.

Più banalmente rimpiango di non aver vissuto con maggior leggerezza quando avrei dovuto e mi rammarico di vivere come una coltre pesante, il costante senso del dovere che mi ammanta.

"Niente ci fa". Ogni giorno è un giorno nuovo e nulla va perduto se sappiamo conservare ogni briciola di insegnamento che la sconfitta e il successo, ma anche il silenzio della stasi, il gorgoglio della pioggia, il graffiare del vento, possono darci.

"Niente ci fa, mamma, se stai male. Sono qui, non ti lascio mica."
"Niente ci fa, mamma, se stai in pena per la nonna. In questo stato non le saresti d'aiuto e lei, come ogni mamma è più felice se ti sa serena."
"Niente ci fa nonna, se non riesci più a camminare. Pensa che sei qui, che ci siamo noi. Pensa sempre che Gesù non ci da nulla di cui nn sappiamo sopportare il peso e pensa che ogni istante di vita è prezioso, perché è un suo regalo. Non dire che sei stanca. Ci si stanca prima o poi, ma tu non ci pensare..."

Lo dico anche a me "niente ci fa, è il tempo che passa, sei tu che cresci. La paura, in fondo, è ciò che ci fa perdere le cose più belle della vita".

venerdì 3 febbraio 2012

February, 2nd

Sempre nell'ambito di questo piccolo sforzo fotografico, ecco la mia foto del giorno:



 Banalissimi scatti... parole che ricordano l'evento della giornata. Il nostro benvenuto ufficiale alla piccola Rebecca

Fa agli altri ciò che vorresti fosse fatto a te

Più passa il tempo, più capisco che son venuta su male. Anzi, a modo mio...
Ho sempre pensato che la cosa più importante nel relazionarsi agli altri sia agire secondo il biblico principio del "Fa agli altri ciò che vorresti fosse fatto a te", ovviamente nella sua accezione positiva. Il "non fare agli altri", di per sè, mi ha fatto sempre ritenere che il rapporto con gli altri debba essere impostato su divieti e limitazioni. Viceversa, dire "fa agli altri" mi induce a credere che il medesimo rispetto che pretendo e rivendico per me stessa, devo concedere e accordare a chi mi sta intorno, indipendentemente dalla condivisbilità delle sue posizioni.

Non mi spiego a questo punto come sia stato possibile che, effettuando un ordine a prezzi scontati per alcuni prodotti in farmacia, mi sia premurata di farlo sapere a tutti coloro che conosco, di prenotare i loro prodotti, di anticipare i soldi per tutti e poi... quando ieri mattina è arrivato il pacco... sorpresa: avevo ordinato di tutto per tutti, ma ho finito per dimenticare le cose per me.

Mi ha fatto sorridere quest'amara e ironica sorpresa: sono proprio stupida! così desiderosa di non essere manchevole con gli altri, da dimenticare me. A questo punto... ma faccio davvero per gli altri ciò che vorrei fosse fatto a me? se io per prima metto sotto sepoltura bisogni, desideri, banalissime esigenze... come posso mai pretendere che gli altri facciano qualcosa del genere per me? Dubito, in tutta sincerità, che chiunque potrebbe avere simili gentilezze per me, mettendo sotto lo zerbino i propri di bisogni... Ed il mio zerbino è proprio impolveratissimo qui in ufficio!

Il pensare agli altri come vorrei fosse fatto per me, mi ha portato ieri sera a condividere una serata - un paio d'ore a dire il vero - con amici e parenti, per dare il nostro benvenuto di gruppo all'ultima arrivata di casa. Queste scene di straordinaria maternità, quel batuffolino rosso, dai capelli scuri, dalle labbra carnose, appoggiate con una certa violenza al grosso seno materno, mi hanno trasmesso delicata tenerezza e paura immensa. La giovane famiglia di ieri è una delle poche che mi ha trasmesso pace e serenità, a dispetto delle poppate notturne, delle colichette e di quant'altro sia correlato all'arrivo di una nuova vita.
Ho cercato, di mio, di assorbire come una spugna tutte le vibrazioni di dorata felicità che ho potuto percepire: incetta di sorrisi, di lucciconi agli occhi, di tremanti ricordi, di piccoli e grandi disagi che sono nulla di fronte al miracolo della vita.

Si, un po' funziona: fa agli altri ciò che vorresti fosse fatto a te. Ho ricevuto una imparegiabile ventata di silenzi, di risate, una folata di colore - di quelli delicati che solo certi fiori timidi in primavera sanno regalare, decisamente più ti riservati delle corolle estive, sempre più impudenti e voluttuose -, la serenità della condivisione in un tempo piccolo e infinito.


giovedì 2 febbraio 2012

February, 1st


My view today:


Le foto non sono volutamente appannate. E' stato quanto sono riuscita a fotografare di ritorno dalla mia riunione, direttamente dalle vetrate sempre umide. Quella fatta al mattino, purtroppo, non sono riuscita a scaricarla.

Cronaca di una strana giornata

Stanotte ho dormito male. Ero in ansia, tremavo, ero nervosa. Girarsi e rigirarsi. Anzi no. Irrigidirsi in quella posizione tanto comoda, sperando che la tisana che ogni sera o quasi mi accompagna a far le ninne - come dice mia sorela - sopisca la mia attività neurale, in uno sforzo congiunto con il mio scaldasonno e le ultime pagine di Stephen King.

L'unica cosa bella di questo primo giorno di un mese appena iniziato è stato solo trascorrere due orette con la mia collega e poter viaggiare con lei, di ritorno dalla nostra riunione. Il decreto liberalizzazioni più che avere effetti concreti sulla gente - ed io per prima sono una della gente - sembra solo un gran gozzovigliare di parole, di complicazioni, di burocrazia. Uffici sempre più deserti, sempre più carte, sempre più delusione e mal contento tra noi colleghi e la sottile frase pungente - ma non troppo - che la mia amica mi ripete da un po': "Fossi in te riprenderei quello per cui hai studiato... e ripartirei". Si come se ripartire fosse facile.

Io, ieri, non riuscivo neppure a ripartire dopo una sosta in auto. Il mio sistema nervoso è andato in tilt. ho avuto paura. Paura perché mentre andavo incontro a mia madre, ho sentito un rumore di lamiere e grida di gente arrabbiata. Un incidente stradale. Soliti furbi che non mantengono la distanza di sicurezza ed ignorano i limiti di velocità. Nulla di grave, per carità. Quattro mezzi coinvolti e paraurti e cofani di auto aperti e spaccati, come uova fragili per fare la frittata. Tutti abbiamo così voglia di tornare a casa, a pranzo, di riprendere le nostre attività, di completare quel mestiere o quell'altra faccenda... Fretta. Io ci ho perso un amico per questa fretta maledetta, per la gente impudente e imprudente, a pochi chilometri da dove ieri mi trovavo, mentre andavo incontro a mia madre, uscita dalla scuola.

Siamo come mamma e figlia, a rapporti inversi: io l'accompagno, le porgo le cartelle, compro i colorie le penne cancellabili. Lei contenta, arrabbiata o triste o nervosa o soddisfatta, a pranzo, mi racconta dei colleghi, dei bambini, dei passi in avanti e dei passi da fare. In banca, ogni giorno, fuggo veloce perché non prenda troppo freddo aspettandomi e al mattino quante volte esco come Morticia Addams per accompagnarla! Ma non importa, è perfetto così.

Mi arresto subito, vendendo quel furgone bianco senza più il cofano davanti e la chiamo. "Non prendere da lì" avrei voluto dirle. Non mi risponde. Provo e riprovo e sento, nel frattempo, quella gente che urla, il traffico impazzito perché - con lo spartitraffico - la coda si protrae e molti, furbamente, invadono la corsia per la marcia opposta, scavalcandolo letteralmente quello scalini di cemento e mattonelle rosse.
"Chiama papà e fallo scendere". Mi dice solo queste parole, quando, finalmente, mi risponde. E capisco he tra le macchine c'è anche lei. Lei che si è fatta dare n passaggio da una colelga, così ci si incontra a metà strada.

Mi tocca fare tutto il giro della città, perchè lì è tutto senso unico e non puoi tornare indietro. Chiamo mio padre. E' da quel momento che inizio a tremare. Non smetto più. Ancora ieri ero così. Assente a me stessa.

No, non è successo nulla: solo macchine che si riparano e paure che si dimenticano, sotto quel cielo color cemento chiaro, quello di certi pilastri degli scheletri di villetta che campeggiano qui e lì per le nostre campagne. Quelle seconde case incompiute o quelle armature di spreco che sono certe opere pubbliche mai compiute.

Oggi ho il viso gonfio e sono ancora elettrica. Sarà anche per via del fatto che, in cerca di conforto o per il freddo o perché a pranzo non ho quasi toccato cibo - tanto più che ero già in ritardo per la mia riunione di lavoro in trasferta - , mi sono lasciata sprofondare tra il sapore di un orrendo torrone al pistacchio, una zuppa di verdure, il pane... mentre in tivvù una strepitosa attrice bionda, impersona quelal donna sagace, furba, sveglia, che per amore - quell'amore grande, incommensurabile, maturo - dice di essere disposta anche ad avvelenare il proprio amato, sfibrato dalla malattia.

Certi amori, penso, non saprai mai dove ti porteranno. Altri, purtroppo, si...

mercoledì 1 febbraio 2012

mercoledì 1 febbraio

E mentre il profilo delle montagne di fronte a me è tratteggiato da una linea bianca e opaca, mentre tutto è avvolto da nebbie, penso che alla fine, anche se il tempo passa, anche se la mia esistenza è contraddistinta da troppi "se" e altrettanti "ma", è valsa la pena di viverla questa vita.

Vale la pena ancor di più se all'alba ti sforzi di pensare al momento più felice della tua vita, affinché quella sensazione di radiosa iridiscenza che avevi sul viso e negli occhi in quel giorno lontano, ti avvolga come un manto sottile e impalbabile, invisibile ai più, ma rassicurante per te e te sola.

PS:

Su suggerimento di Piperpenny, ho deciso di prendere parte a questa sorta di challenge. L'obiettivo è quello di pubblicare una foto al giorno per il mese di febbraio. Per una che gira con la fotocamera in borsa come me, ma che è solo troppo pudica e troppo impegnata per rendere visibili a tutti i propri scatti, direi che vale la pena provarci...