lunedì 13 febbraio 2012

Giorni di pieni e di vuoti

E' difficile per me scrivere qualche parola... Io che di parole ne ho sempre a bizzeffe, sin troppe e sin nei contesti e nei luoghi o con le persone meno opportuni.

E' difficile perché se venerdì una nuova vita è nata, se venerdì è nata anche un'altra bambina - che a dire di una prozia - sarà la futura compagna di vita del nostro Federico, venerdì è stato anche un giorno di tragici addi.

Due padri. Due storie diverse. Due vite diverse. L'uno sempre sorridente, ironico, scherzoso, affettuoso. L'altro messo a dura prova dalla vita. L'uno circondato dall'amore della moglie e del suo unico figlio, l'altro vessato da una vita coniugale travagliata - a quanto mi è dato sapere - con due figli ancora bambini.

E' straziante vedere il proprio padre morire. Credo che non ci siano immagini abbastanza evocative che rendano l'idea di quella lama d'acciaio che immagino trafigga un cuore di figlio. Credo che non si può comprendere quanto ingiusto sia che un bambino di 11 anni trovi per primo il proprio papà stroncato da un infarto, così come altrettanto ingiusto è vedere il proprio padre - dimesso tra l'altro mezz'ora prima dall'ospedale perché accusava già i primi segni di un possibile infarto in atto - accasciarsi con ancora tra le labbra un pezzetto di fetta biscottata nell'altro caso.

Non ha avuto importanza se il cielo ha pianto lacrime bianche e soffici tutto il giorno di sabato, se quelle stesse lacrime hanno inzuppato la mia testa sprovvista di cappello o di ombrello o di un decente accessorio atto a riscaldarmi a dispetto delle temperature sotto zero. Non importano le curve, la strada ghiacciata, il terrore di perdersi, un gregge e i cani sparpagliati per strada. Il digiuno.
Tutto è relativo quando senti che qualcuno a cui tieni, a cui vuoi bene sta male, di un male che è disperazione e tristezza e tu non puoi far nulla.

Grigio cemento del cielo, verde brillante del fogliame di cipressi e pini - resi ancor più vivido dalla pioggia e della neve -, bianco sempre più spesso agli angoli delle cappelle e delle scale, prati imbiancati via via, nella strada di ritorno verso casa.

Chuido gli occhi e accanto alle manine lunghe dell'ultimo arrivato, vedo le gote rosse straziate dal pianto, gli occhi stravolti, quella neve, quella fila interminabile di persone arrivate per l'estremo saluto ad un padre, mentre un altro padre ha salutato suo figlio e quel figlio bambino l'incontrerò sabato prossimo, ancora una volta senza fiato, senza parole, senza che le labbra si possano schiudere in altro che non sia un sorriso che vuol dire, ancora una volta, nella certa illusione che possa servire a qualcosa, "io ci sono, sono qui."

Giorni di pieni e di vuoti.

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