lunedì 27 febbraio 2012

Ricordi - giovedì 23 febbraio

Di questi giorni ho accumulato tante istantanee, fissate sulla pellicola dei ricordi. E' come aprire un cassetto e trovarci dentro foto in bianco e nero, toni di grigio, color seppia, ma anche a colori.
Onestamente colori ne ricordo pochi. Ricordo, ad esempio, il viola del pellicciotto che indossavo giovedì mattina, fresca di shampoo e carica di speranze. L'ho odiato quel pellicciotto poche ore dopo essere uscita di casa: era "tanto", troppo, per aggirarsi tra quei corridoi, per restare prigioniera degli ascensori, per la voglia che avrei avuto di dare un calcio a quella porta scorrevole che non si voleva mai aprire alla mia fermata.
Quel viola con cui mi sentivo ridicola ed eccessiva, aggirandomi tra le strade deserte del paesino, in preda ad un'energia strana, di quelle che ti fa andare veloce e scattante, agile, pronta a spiaccare un balzo. Avevo uno strano incedere, impetuoso, come se ad ogni passo avessi voluto calpestare più forte l'asfalto o il basolato e darmi più spinta. Un incedere a molla, cattivo, arrabbiato. Aggressivo. Non ho provato vergogna per nulla, ad ogni modo: quando hai cose più importanti a cui pensare, non badi più al giudizio degli altri. Sono andata a cercare scarpe e calze in una farmacia, scarpe in una merceria, a scegliere bare con il trucco sciolto e gli occhi dolenti.
Non importava.Non importava neppure girare tra la gente bianca come un cencio e senza avere una testa che pensa. solo un cuore che grida ma che si vuole dare contegno, perchè le sue urla avrebbero rattristato ancor di più un altro cuore che non merita di soffrire ancora.
Io dovevo essere e devo essere l'ultimo dei pensieri per ora.


Ricordo il rosso, il rosso delle rose del cuscino grande posto sul coperchio. Una di quelle rose l'ha presa mio padre, sabato, per poggiarla dentro quella nicchia stretta e buia. E' stato un gesto bellissimo, delicato, un gesto d'amore, un "ti voglio bene" di quelli che mio padre, come me, non sa pronunciare con le labbra, ma che si plasma, si fa concreto. Una rosa rossa poggiata lì, mentre già due file di mattoni rossi erano state incollate l'una sull'altra con la calce bianca.

Ricordo pochi altri colori. Anzi quasi nessun altro colore, se non quel bianco sempre più intenso della sua pelle, delle sue mani, che piano piano diventavano come di cera. Il grigio delle occhiaie, che dopo poche ore sono scomparse, così come ogni ruga, ogni segno di sofferenza e di dolore che la malattia aveva disegnato con un carboncino sul suo volto, sulle mani, tra le vene delle braccia martoriate.
Le ho strette a me quelle mani bianche: speravo di tracciarne un disegno anch'io nella mia mente, nella memoria, così da socchiudere gli occhi e ricordarne la forma, il disegno della lunetta delle unghie, le rughe delle falangi, un po' come è accaduto per la mano sinistra del nonno. Quella mano grande, piena di pieghe, come se fossero pagine di un libro antico, un libro come quelli che ho trovato nei cassetti della specchiera, giù in camera da letto, con su scritto, nella seconda di copertina, con una grafia di quelle di chi si è esercitato sui quaderni di "bella scrittura", "letto".

Ricordo il nero. Il nero di quella nicchia su cui piano piano non è entrato più il sole, la cui luce filtrava in un pulviscolo dorato e tenue, tra gli spigoli di altre case del silenzio, di altre finestre che legano il passato al presente.
Il nero dei vestiti, il nero del freddo.

Ricordo grigi e toni sfumati, come oniriche coperte che hanno avvolto luoghi, volti, persone, cose. Banchi di legno, lucidi; altari con fiori. Abbracci su abbracci che si confondono gli uni sugli altri, braccia in cui perdersi, braccia sconosciute, mani che ti stringono, che ti accarezzano.
Accarezzare, sì, come ho fatto anch'io prima che quella fiammella azzurrognola verticale chiudesse per sempre nel buio quelle labbra, quel viso finalmente liscio e trasparente.
Ho sfiorato quei capelli sempre in ordine e quella fronte, ormai fredda.

Conosco a memoria un numero di telefono: squillerà all'infinito e non risponderà mai più nessuno.

5 commenti:

  1. Ti capisco perfettamente: anche io tempo fa ho perso qualcuno di molto caro.
    Ti abbraccio fortissimo.

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  2. toccante il tuo post .. mi commuovo .. e non mi resta che dirti che ti sono vicina.

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  3. Dire mi dispiace è la cosa più banale, ma la più vera.
    Mi dispiace Giovanna.
    Aggiungi,se vuoi, il mio abbraccio agli altri
    Ciacco

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  4. Aggiungo anche il mio ci abbraccio, mi spiace tantissimo gio....

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  5. Non si perde mai chi si ama. Ho provato anch'io il tuo dolore un abbraccio!

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