venerdì 2 marzo 2012

2 marzo 2012

Si vede che sta arrivando la primavera. Quando scendo in ufficio, al pomeriggio, gli occhiali da sole cominciano ad essere inseparabili complici dei miei occhi.
L'azzurro del cielo è sempre più intenso: via via più sfrontato, come un bambino che va incontro alla sua adolescenza, quella più contestativa, aggressiva, quella del "lo voglio e lo faccio"... quella condizione di spudoratezza e arroganza che raggiungerà il suo climax in estate, con quelle interminabili giornate di solleone, di afa, di battiti d'ali di gazze e di rondini e colombe che, sono certa, anche quest'anno costruiranno la loro dimora dietro le ventole dei condizionatori sul retro del palazzo o tra i grovigli dei vecchi tubi del gas.

Si vede che sta arrivando la primavera perchè arrivo in ufficio e non ho più bisogno di spingere, in automatico - come un gesto indispensabile e inscindibile, costitutivo della mia routine laorativa - l'interruttore bianco montato sulla placchetta blu della Ticino.
Per un'oretta si vede ancora bene con quanto le persiane verde chiaro lasciano filtrare dalle ampie vetarte che danno dritte sulla strada.
La strada stessa sembra essere meno grigio canna da fucile - gunmetal come uno degli ombretti che non riesco più ad usare senza sentirmi una bambola della notte, col trucco sciolto e gli abiti discinti -: è più chiaro. Forse perché più consumato, più pallido, perché illuminato com'è da quella patina lucida del sole che ancora dimora sulla destra del palazzo, sembra prendere a sua volta un effetto iridescente, multisfaccettato. Talvolta sembra del colore delle uova di quei canarini che da bambine avevamo in casa io e mia sorella.
La mamma canarino era marrone e beige, col petto decorato da qualche penna color miele. Il papà canarino era d'un giallo violento, vistosissimo e i suoi trilli scandivano le nostre giornate. Ho ancora nell'orecchio il gorgheggio con cui a suo modo cantava la sigla del telegiornale ad ora di pranzo.
La prima volta che trovammo le uova, in quel nido abbozzato fatto di stoppa e pezzetti di carta. Erano piccole e fragili, di un colore diverso dalle uova di colomba che già da piccole avevamo imparato a riconoscere in campagna dai nonni. Mi divertivo, da bimba, ad arrampicarmi - con sommo disappunto di mia madre che, chissà perché, mi vedeva sempre irrimediabilmente già cascata in terra e con qualcosa di rotto - e a cercare tra i rami quei nidi grossi tra le foglie di ulivo. Uova bianche, più grandi, rispetto a quelle dei canarini.
Ecco l'asfalto è proprio così, più tenue, più azzurro... o sono i miei occhi che si ostinano a cercar conferme di ciò che vogliono vedere.

Quante volte all'università ho letto testi e sostenuto ipotesi circa i condizionamenti della mente, dettati da credenze, da loop cognitivi: ecco in questo momento smaniosamente cerco conferme di un futuro bello che verrà. Di un futuro in cui c'è quel sole che da sempre ho sentito parte di me, di quell'aria frizzante e leggera, di quei toni di bianco e d'azzurro, di tramonti dorati, di cieli che si tingono di pervinca e di rosa antico...

Ecco, riconosco di ricercare in tutti i modi tracce di colore nel fuori che portino bagliori ed echi di luce dentro.

2 commenti:

  1. Sembra la tua ricerca sia fruttuosa: riesci a trasmettermi delle belle emozioni quando ti leggo. Sembra di essere lì con te! Buon we

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