venerdì 9 marzo 2012

9 marzo 2012

L'altra sera mi sono imbattuta in una replica tv. Parlava una donna che si dichiarava miracolata dalla Madonna di Lourdes. Mi ha colpito la dichiarazione di uno degli opinionisti dell'arena televisiva, il quale dichiarava, sotto quelle luci così finte e per me ipocrite dello studio, che molti vanno in questi luoghi sacri non tanto chiedendo di essere esonerati dalla sofferenza, ma offrendo il proprio dolore e mortificazione del corpo e dello spirito.
Ho creduto sempre. La fede, vuoi per vocazione familiare, per clima educativo o chissà per quale altra mia inclinazione naturale, ha fatto sempre parte della mia vita. Ti sforzi di crederci sempre, anche quando ci  sono momenti duri.

La malattia.

La morte.

I fallimenti.

La morte soprattutto si sta accanendo sulla mia famiglia. Stanotte una zia ci ha lasciati. Era malata, soffriva atrocemente. La ragione, sempre lucida - fatta ecceziopne per i momenti di prostrazione moarle più profondi - suggerisce che sia meglio così.

Sono vuoti, però. Sono occhi che bruciano perché non hanno più lacrime. Io le mie le ho sparate tutte, come si farebbe con le cartucce, la notte della morte della nonna. Sola a casa, nel buio pesto della mia stanza, sotto una coltre di coperte che non mi scaldavano. Ho pianto con quell'accanimento che forse si ha da bambini quando ci si sente incompresi dalla mamma che ti ha detto di no. Ho pianto finchè non sono crollata esausta. Quando ancora ora chiudo gli occhi prima di addormentarmi, risento l'eco del mio pianto profondo.

Sono parole che non sai dire, perché forse non ce ne sono da dire. E' un'occasione dove tutto si defila, si nasconde, per pudore, per paura, per imbarazzo, per mancanza d'energia soprattutto.

La solitudine e lo sconforto si instillano lentamente nell'anima.

E' una mamma che non dorme più di tre ore a notte perché si sente sola, senza più nessuno, sempre più erosa dal logorio del tempo e degli affetti venuti a mancare. Detriti di dolore che non arginano il mare nero che c'è intorno, che c'è dentro. Nero come fuliggine sugli occhi, che non vedono più luce, che non sentono più calore, che non avvertono i lapilli del fuoco della vita che crepita.

Anche il mio esame del 2 aprile, che per un attimo avevo accarezzato come punto di svolta, come possibilità ora sembra solo l'ennesimo progetto da accantonare. Solo fallimenti su fallimenti. Anche proteggere un po' dal dolore chi ami e non riuscirci è un fallimento.

Offire il dolore, sopportare con forza. Resistere.

Me lo dicono tutti da quando ero piccola: io sono una che resiste sempre. Qualche volta però non basta avere questa  capacità e un rosario a cui aggrapparsi. Ti serve altro.

5 commenti:

  1. ...hai ragione, a volte serve anche dell'altro.

    adesso probabilmente c'è della rabbia oltre allo sconforto, ma non lasciare che questi prendano il sopravvento su tutto.
    hai grande forza.

    ..Aprile è ancora lontano.pensaci,non mollare:)

    un saluto

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  2. in meno di venti giorni, lavorando e con la mamma a pezzi piccoli piccoli non è che riesca ad avere tanta lucidità per preparare questo esame...
    Grazie Emilia.

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  3. Carissima, passo da qui dopo qualche tempo di latitanza, e mi dispiace leggere il dolore e la sofferenza che stai vivendo insieme alla tua famiglia.
    Quando è mancata mia nonna, la famiglia di mia mamma è crollata, andata in pezzi: quindi capisco le parole che scrivi. Ci vuole tempo. Purtroppo suona come una frase fatta e vuota, ma è l'unica cosa che funziona. Ci vuole tempo.
    Ti mando un abbraccione grande.
    Arnika

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  4. Ti abbraccio fortissimo.
    Ce la farai.

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  5. tesoro mio bello.. sono così dispiaciuta! ti mando un grande abbraccio, il più grande che posso!

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