martedì 31 luglio 2012

Così per dire.





Oggi la vita mi sostiene e mi porta ad avere solo esperienze buone e positive.



O per lo meno me ne voglio convincere.

Qualche giorno fa leggevo, non ricordo dove/come/quando/perché, una frase che suonava più o meno come "Sono senza lavoro, non ho un compagno o se ce l'ho non possiamo vivere insieme o se viviamo insieme siamo comunque poveri, annoiati, infelici; ho amici del cavolo, ammesso che si possano definire tali... e qualcuno mi dice che nonostante tutto Dio mi ama. E se non mi amasse che ne sarebbe della mia vita?!"

Lontana dal voler fare moralissimi impastati di religiosità e fede spicciola, tanto finirebbe per essere fine a se stessa, mi limito a fare i miei di bilanci e a ponderare le scelte.




Un'amica ha ricevuto una tremenda notizia sulla sua salute, notizia che mette in discussione la sua relazione, il suo matrimonio ma anche la sua autostima, la sua fede, la sua identità.

Nell'ascoltare muta il suo sfogo, come mute si fanno le facce dei bimbi quando racconti loro storie di fantasmi e di terrore, rillaccio la sua vicenda con il discorso fattomi da un clinete poche ore prima.

Un ragazzo come me, come te, come chiunque. Un ragazzo che all'apparenza può avere tutto - anche quei 20 kg in più da quando ha smesso di giocare ma che, in fondo, non gli stanno neppure così tremendamente male. Un ragazzo volenteroso, timido, silenzioso che per almeno un'ora mi ha ripetuto solo una cosa: nulla per lui avrebbe senso se non si fosse - insanamente forse - sposato. Non avrebbe alcun valore la sua vita, la sua professione, il denaro, se non avesse la sua sposa al fianco e un figlio, suo desiderio più grande. Pur nelle difficoltà si ostinava a ripetermi, nel suo null'affatto tedioso monologo - pari in lunghezza e monotonia solo ai miei - , che nulla conta se nn il vedere con ottimismo la realtà ed il futuro.




Poche ore prima, mel mio appuntamento delle 17.15, avevo incontrato un'altra storia di fiducia e di speranza. Lui disoccupato, lei pure, due figlie molto ma molto belle sulla decina d'anni ed un fagottino minuscolo. L'avevano portata, l'ultima di casa, solo per farmela conoscere. Storia a lieto fine, dicevo. Si, perché anche nell'indigenza, loro hanno scelto di dare alla luce una nuova vita. Incoscienti? forse si, per molti.



Oggi la vita mi sostiene e mi porta ad avere solo esperienze buone e positive.



Tre storie simili ma diverse: tre storie che mi ricordano che sta nella scelta, nel cogliere la prospettiva giusta ciò che il quotidiano ci offre. Anche se non c'è sempre quel verde brillante delle fronde che amo, l'azzurro terso dei cieli non oppressi dall'afa d'estate, il sole, quello caldo, luminoso, vivo che ho impresso nella mia memoria da bambina... anche se non c'è il rosa dei sogni, intessuti di speranze sottili come fili di seta... c'è di certo l'opportunità di scegliere. Basta convincersi che la vita ci sostiene, anche se non ci porterà il pane in tavola.

giovedì 26 luglio 2012

Decalogo della tenerezza


1. Poiché la tenerezza è possibile, non c'è nessuna ragione per starne senza.
2. Parlatevi un po' ogni giorno.
3. Crescete insieme, continuamente.
4. Stimati. Gli unici che apprezzano uno zerbino sono quelli che hanno le scarpe sporche.
5. Sii compassionevole.
6. Sii gentile. L'amore non ammette le cattive maniere.
7. Scopri il lato buono e bello delle persone, anche quando fanno di tutto per nasconderlo.
8.Non temere i dissapori e i litigi: solo i morti e gli indifferenti non litigano mai.
9. Non farti coinvolgere dalle piccole irritazioni e meschinità quotidiane.
10. Continua a ridere, tiene in esercizio il cuore e protegge da disturbi cardiaci
(fonte non specificata)  


Davanti alla notizia di un invito mancato, mi è tornato utile ricorrere a queste parole: scoprire il lato buono delle persone è un'impresa sovente titanica, ma non impossibile. D'altro canto, chi lo dice che io sia l'emblema della simpatia o della socievolezza? Io ovviamente... perché se non ci credo io per prima, se non mi stimo io, chi vuoi che lo faccia!? e poi gli zerbini non mi piacciono... lasciano così tante fibre di cocco sul pavimento quelli che ho in ufficio! Anziché pulire, sembrano sporcare di più...

Davanti un'amicizia che si sgretola ma che non vuole annullarsi, che non vuol cedere ai mille e più ostacoli che le si pongono davanti, ho pensato che sì... parlarsi un po' ogni giorno è un vero balsamo per l'anima e per le relazioni più importanti: parlare con il cuore in mano districa i nodi e rende più facile eliminare le asperità.
Ancora: riandando con la mente alla serata del 24, dove mi sono ritorvata coinvolta nel bel mezzo di trenini e balli d'ogni sorta, io che dieci anni fa amavo solo essere invisibile, ho capito che ridere, che essre gentile, che credere nel prossimo, per quanto spesso sia pura illusione, ogni tanto paga ed anche bene.

Di meschinità ne è pieno l'universo, ma preferisco guardare altrove. In barba a chi ha sempre da ridire, facendomi perdere il gusto del verde brillante della siepe, del profumo della pioggia, del tepore dei baci del sole, dell'insolenza del freddo che bussa alla mia spalla.


martedì 24 luglio 2012

Silenzio



Il silenzio schiude le sorgenti dell'anima!



(S. Luigi Orione)




Ci sono giorni come questi dove io vorrei stordirmi di frastuono, di rumori, di tuoni, di musica, di risate, di grida, di rabbia.

Il silenzio , quando protratto, quando obbligato, quando dovuto e non voluto, soffoca. Il cuore annaspa e sembra quasi morire d'asfissia.

Non basta il fruscio del fogliame dei due grossi alberi qui fuori, il solletico delle lingue di palma, il brusio sommesso che proviene dai nidi disseminati sotto i tetti dei palazzoni alle mie spalle.




Il silenzio schiude le sorgenti dell'anima, ma l'anima mia è in cerca di urla e di libertà. Legacci su legacci che potrebbero sciogliersi come neve al sole.

lunedì 23 luglio 2012

Trovare le risposte



In un bar in un paese remoto della Spagna, vicino alla città di Olite, c'è un'insegna messa dal proprietario: "Non appena arrivavo a trovare tutte le risposte, tutte le domande cambiavano". Dice il maestro: "Siamo sempre preoccupati nel dare risposte. Sentiamo che le risposte sono importanti per capire il significato della vita. E' molto più importante vivere pienamente, e permettere che il tempo ci riveli i segreti della nostra esistenza. Se ci preoccupiamo troppo col dare un senso alla vita, preveniamo la natura dal suo agire, e diventiamo incapaci di leggere i segnali di Dio".
(Paulo Coelho, I racconti del maktub) 

Io le risposte a mlte cose non le troverò mai. Non esiste risposta capace di sedare per più di qualche istante la mia insaziabile voglia del di più. 
Non mi accontento, non sono mai riuscita ad accontentarmi. L'ho fatto per due o tre cose nella vita... e non c'è giorno in cui non mi sia pentita amaramente delle scelte fatte.
E lì una pioggia di domande e di risposte, risposte e domande, l'una conseguente all'altra, come un ordito fitto fitto mai compiuto: un punto segue ad un atro e ne precede un ennesimo, senza fine.

sabato 21 luglio 2012

Dinanzi al destino



Non pensare a ciò
che può portarti l'avvenire,
ma sforzati di essere
interiormente calmo e sereno,
poiché non da come
si forma il tuo destino,
ma dal modo in cui
ti comporti dinanzi a esso
dipende la felicità della tua vita.




Erich Fromm

venerdì 20 luglio 2012

Facile e difficile



Facile è occupare un posto nell'agenda telefonica.

Difficile è occupare il cuore di qualcuno.



Facile è giudicare gli errori degli altri.

Difficile è riconoscere i nostri propri errori.




Facile è ferire chi ci ama.

Difficile è curare questa ferita.




Facile è perdonare gli altri.

Difficile è chiedere perdono.




Facile è esibire la vittoria.

Difficile è assumere la sconfitta con dignità.




Facile è sognare tutte le notti.

Difficile è lottare per un sogno.




Facile è pregare tutte le notti.

Difficile è trovare Dio nelle piccole cose.




Facile è dire che amiamo.

Difficile è dimostrarlo tutti i giorni.




Facile è criticare gli altri.

Difficile è migliorarne uno.




Facile è pensare di migliorare.

Difficile è smettere di pensarlo e farlo realmente.




Facile è ricevere.

Difficile è dare.

giovedì 19 luglio 2012

Tra parentesi


"Sai invece quando ho veramente provato una stretta al cuore? Quando hai descritto te stessa per eliminare qualsiasi dubbio e, chissà perchè, ti sei riassunta in una sola frase, oltretutto tra parentesi ("piuttosto alta, capelli lunghi, ricci e ribelli, occhiali...").



Se è davvero cosi', se ti senti tra parentesi, permettimi allora di infilarmici dentro, e che tutto il mondo ne rimanga fuori, che sia solo l'esponente al di fuori della parentesi e ci moltiplichi al suo interno."




da "CHE TU SIA PER ME IL COLTELLO" di David Grossman

Tante volte mi sono sentita tra parentesi. Troppe volte aggiungo.


Ogni volta che ho pronunciato un "si" o un "no" spinta da un devo.

Ogni volta che ho omesso la mia preferenza, il mio desiderio, il mio volere sacrificandoli ad un "bene" superiore, supremo nella convinzione che elevasse qualitativamente la mia persona, o meglio l'immagine che gli altri nutrivano di me.


Un tizio, ieri, che evidentemente presumeva di avere una conoscenza intima della mia persona, dei miei pensieri, dei miei stati mentali, asseriva che mi vede "finalmente serena".


"Che ne sai tu di com'è una persona finalmente serena? di una persona che ha trovato il suo equilibrio, la sua comfort zone?"

Che ne sai?

Io so che certi momenti non tornano, certe porte, una volta chiuse non aprono portorni, sbarrano solo l'accesso ad un altro mondo possibile. Quando ne chiudi una, due, tre il tuo mondo sembra sempre più piccolo, sempre più scuro, sempre più ristretto. L'aria più rarefatta, non per questo irrespirabile, ma non libera.

Chiudi, spranga, sorridi sempre, speranza in cuore come vento tra le vele.

Stagione su stagione, polvere su polvere, ruga su ruga, chiavistelli su battenti.




Tra parentesi.



A vent'anni ti senti padrone del mondo, con la voglia di raggiungere vette note solo a te alla tua immaginazione.

Piano piano la vita ti risponde, i sentieri si trasformano, ti portano lungo strade asfaltate il cui bitume è mangaito dall'arsura del sole, senza indicazioni, senza ombra, come certi tratti della Route 66 che tante volte ho dipinto nei ricordi, attingendoai frame dei film.

Sentieri irti, strade strette, o larghe, con compagni di viaggio diversi per poco e per molto. A volta arranchi. A volte vai spedito. Giochi con un sasso e poi lo sospingi al margine della strada. Non è escluso che ne ritrovi uno più rotondo con cui giocare. Torni anche indietro, talvolta. E non solo per tornare a giocare con un sasso.


Finché però la tua strada è lì fuori, sarai in qualche modo libero.

Quando vivi tra parentesi, non ci sarà per sempre ossigeno. Solo sorrisi che arredano. Silenzi che assordano. Asfissia della mente.

mercoledì 18 luglio 2012

Il miracolo

In un campo ho veduto una ghianda: sembrava così morta, inutile.
E in primavera ho visto quella ghianda mettere radici e innalzarsi, giovane quercia verso il sole.
Un miracolo, potresti dire: eppure questo miracolo si produce mille migliaia di volte nel sonno di ogni autunno e nella passione di ogni primavera.
Perché non dovrebbe prodursi nel cuore dell'uomo?

(Kahlil Gibran)


Fiduciosa attendo il giorno in cui quella rinasca colga me e colga il cuore di ciascuno. Ne sono certa: non esiste persona che non brami una piccola rivoluzione, una piccola rinascita, un miracolo che sia fonte di gioia, di soddisfazione. Quietata tale bramosia, come di foglia in foglia, un nuovo bottone sarà pronto a schiudersi partorendo ai raggi del sole, un fiore e poi un altro e un altro ancora.



Anch'io aspetto da anni la mia rivoluzione. Il mio miracolo.






martedì 17 luglio 2012

16 luglio 2012



Ciascuno di noi hai i propri difetti. E' un dato di fatto: un'equazione perfetta per ciascun perfettamente imperfetto essere umano. E' meraviglioso, a ben pensarci.

Come ogni cosa contiene in sé gli opposti, i contrasti e non sarebbe tale senza tali incongruenze che la rendono unica, parimenti ogni individuo ha dentro di sé un poliedro infinito di sfumatura e accezioni e non sarebbe più autenticamente inteerssante, affascinante, bello, se così non fosse.

Non parlo della bellezza o del fascino che le riviste patinate, tra chiaroscuri e ritocchi, ci propinano foderandoci le pupille, quella bellezza di corpi irreali, lussi, vezzi.

Parlo di una ruga tra le sopracciglia, sopra il naso, o di quella fossetta che decora solo una guncia.

Parlo della sensibilità di chi si emoziona per un arcobaleno ma magari non ha il benché minimo senso del tatto quando si relaziona gli altri.

Parlo di chi non sa spendere una parola gentile, ma è capace di grandi slanci magari quando meno te lo aspetti.

Ho sempre pensato, tuttavia, che ciascuno di noi preferisce aderire, spalmarsi, su un'idea assoluta di se stessi: un'idea in cui siamo perfetti - non perfettibili -, migliori degli altri, con il punto di vista assolutamente più idoneo ad ogni situazione...

No, non è egoismo o superbia! ci mancherebbe... è che "l'io" di turno è sempre più competente, più bravo, più illuminato, di te che lo stai ad ascoltare.

Così quando una persona impicciona, criticona, che ti chiama magari solo per chiederti l'ultimo pettegolezzo - ma non per spettegolare! ci mancherebbe... è che dispiace... però pure X che se le cerca...è colpa sua di sicuro... io invece... -, una persona che ha idee chiare su come si crescano i figli, su cosa sia giusto e cosa sia sbagliato... mi viene innanzi dichiarandosi la più docile, la più gentile, la più limpida... diffido.

Diffido dal giudicarla male, dal credere che sia un'illusa che predica bene e razzola male: magari nel suo modo di vedere la metafisicità del mondo e delle cose, è normalissimo sentirsi sensibili ed in comunione cosmica con il genere umano e poi prendere a parolacce il proprio partner davanti a chiunque, umiliandolo...

Diffido dal pensare che sia malvagia, che sia di base una persona da evitare: se è vero che in superficie siano evidenti callosità e ruvidezze, ci sarà pur sempre un gene primigenio di bontà che compensi il difetto. Lo stesso gene a cui si rifà il suo ideale dell'Io, di cui a parole tanto si vanta.

Dicono che capendo noi stessi, capiremo meglio gli altri.
Ma io vi dico, amando gli altri impareremo qualcosa di più su noi stessi.
Così diceva Kahlil Gibran. Io aggiungo che è avvicinandosi agli altri nel modo più empatico possibile, impareremo probabilmente a comprendere che c'è di più anche in noi: un crogiolo di pregi, difetti, convizioni, concetti, falsi miti che ci rendono ciò che siamo. E non siamo se non anche grazie all'altro.

Non giudicare... potresti anche essere peggio di quanto immagini agli occhi degli altri... 

lunedì 16 luglio 2012

Il paradosso dei nostri tempi

Il paradosso dei nostri tempi
è che abbiamo edifici sempre più alti, ma moralità sempre più basse,
autostrade sempre più larghe, ma orizzonti sempre più ristretti.

Spendiamo di più, ma abbiamo meno, comperiamo di più, ma godiamo meno.
Abbiamo case più grandi e famiglie più piccole, più comodità, ma meno tempo.
Abbiamo più istruzione, ma meno buon senso, più conoscenza, ma meno giudizio,
più esperti, e ancor più problemi, più medicine, ma meno benessere.

Beviamo troppo, fumiamo troppo,
spendiamo senza ritegno, ridiamo troppo poco,
guidiamo troppo veloci, ci arrabbiamo troppo,
facciamo le ore piccole, ci alziamo stanchi,
vediamo troppa TV, e meditiamo di rado.

Abbiamo moltiplicato le nostre proprietà, ma ridotto i nostri valori.
Parliamo troppo, amiamo troppo poco e odiamo troppo spesso.
Abbiamo imparato come guadagnarci da vivere, ma non come vivere.
Abbiamo aggiunto anni alla vita, ma non vita agli anni.
Siamo andati e tornati dalla Luna, ma non riusciamo
ad attraversare il pianerottolo per incontrare un nuovo vicino di casa.

Abbiamo conquistato lo spazio esterno, ma non lo spazio interno.
Abbiamo creato cose più grandi, ma non migliori.
Abbiamo dominato l’atomo, ma non i pregiudizi.
Pianifichiamo di più, ma realizziamo di meno.
Abbiamo imparato a sbrigarci, ma non ad aspettare.
Costruiamo computers più grandi per contenere più informazioni,
per produrre più copie che mai, ma comunichiamo sempre meno.

Questi sono i tempi del fast food e della digestione lenta,
grandi uomini e piccoli caratteri,
ricchi profitti e povere relazioni.
Questi sono i tempi di due redditi e più divorzi,
case più belle ma famiglie distrutte.

Questi sono i tempi dei viaggi veloci, dei pannolini usa e getta,
della moralità a perdere, delle relazioni di una notte, dei corpi sovrappeso,
e delle pillole che possono farti fare di tutto, dal rallegrarti, al calmarti, all’ucciderti.

È un tempo in cui ci sono tante cose in vetrina e niente in magazzino.

Ricordati di spendere del tempo con le persone che contano ora,
perchè non saranno con te per sempre.

Ricordati di dire una parola gentile a qualcuno che ti guarda dal basso
in soggezione, perchè quella piccola persona presto crescerà, e lascerà il tuo fianco.
Ricordati di dare un caloroso abbraccio alla persona che ti sta a fianco,
perchè è l’unico cosa che conta, e non costa nulla.

Ricordati di dire “grazie” alle persone, ma soprattutto pensalo.
Un gesto di gratitudine può curare ferite che vengono dal profondo dell’anima.

Dedica tempo alle persone, dedica tempo alla conversazione,
e dedica tempo per condividere i pensieri preziosi della tua mente.

E ricorda sempre…


la vita non si misura da quanti respiri facciamo,
ma dai momenti che ce li tolgono.

15 Luglio - Gelato al limone

Sono passati sei anni da quando ho mangiato l'ultima volta lì. Probabilmente ci sarò andeta anche altre volte, non lo so, non ne ho memoria. Ricordo solo le cose che lasciano un segno. Quando qualcosa mi colpisce, cerco sempre di focalizzarmi su quell'oggetto, evento, fatto, istante: amplifico in sensi, confidando che questa sinergia mi aiuti a farne una fotografia da conservare nell'album dei ricordi che sono certa di avere in uno dei miei cassetti della mente.

Non ricordo com'ero vestita. Sono certa che mi fossi fatta bella per te. Ricordo che eri con P.: avrebbe dovuto prendere la patente per le moto, anche se era passata già da un po' l'eta in cui la maggior parte dei ragazzi la consegue.
Facevi il saccente. Come sempre, come è tuo modo. Arrogante. Sarà questa acidità che mi attirava. Era uguale alla mia. Io credo di averla un po' ereditata da mio padre: è più facile prendere in giro, ridicolizzare chi hai di fronte, demolendolo... sperando sempre che l'altra persona sia sufficientemente autoironica e poco permalosa. Ossia l'opposto di me.

Stavo a distanza. Un po' vicino un po' no. Non sapevo se la mia presenza ti urtasse, ti fosse indifferente o fosse qualcosa di cui andar fiero con gli amici. Quando mi presentasti, lo ricordo bene - lì tutti schierati spalle al muro come un riga di prigionieri pronti ad essere fucilati... peccato che fossero loro il plotone ed io mi sentissi il condannato -, tutti ti chiesero dove avessi trovato "una così"... Gongolavi. Un po' anch'io, così piena di insicurezze - maledette! - com'ero allora. Tacchi alti, pantaloni neri, la paura di cadere a faccia in giù tra i sanpietrini della piazza, la certezza che non mi avresti offerto un braccio a cui sorreggermi. Se non ci sai camminare non li mettere i tacchi!

Alla fine dello spettacolo, di cui non ricordo nessuna nota, consistenza, spessore, mi mollasti seguendo gli altri: offrivi la tua moto per l'ultima prova prima dell'esame di quello. La sua ragazza mi stava simpatica: sarà perché ci sentivamo due pesciolini fuor d'acqua entrambe. Era l'unica con cui avessi un minimo legato.

Ieri sera non c'eri. Non ti ho visto. Forse una parte di me ti ha cercato: quella parte di me che trova sempre più belli, più interessanti, più vibranti i "se avessi fatto..." e i "se fossi stata..."; quella che rende il passato in potenza - in una personalissima accezione metafisica di origine aristotelica - migliore del presente in atto.

Ieri sera ho preso un gelato al limone, con l'amica di allora e con il cerotto che doveva servire ad infondere fiducia ma ha finito per invadere il cuore, prima ancora che fosse totalmente dilaniato da un potenziale "poteva essere".

Source: 500px.com via Susan on Pinterest

venerdì 13 luglio 2012

Di ovvietà


Mentre le scartoffie mi comprimono, la stanchezza mi assale e il mio the freddo diventa pateticamente imbevibile, rifletto.

Rifletto sui sentimenti, sui rapporti, sull'amore.

Il matrimonio, dice l'Istat, dura in media 15 anni. E la crisi dei famosi 7? E l'amore che dura 3? O era il primo anno quello dell'innamoramento vero e poi era un lento declino?


Non so. Poco importa. M'importa di più pensare a quale destino certe coppie si creino, spinte da non si sa bene quale motore propulsore. Ho sempre creduto nell'amore vero, nel grande amore che ti travolge, ti sconvolge. Quello fatto di grandi litigate e piatti rotti, di grandi passioni e coinvolgimenti, di giri in moto e avventure fatte abbandonandosi agli slanci complici del momento, di sonnecchiose serate sul divano a guardare vecchi film, di cinema, di discussioni sulla politica e sui massimi sistemi. Quell'amore dove le parole servono ma non sono essenziali perché basta uno sgaurdo ed è tutto chiaro: come quando in mezzo alla folla ti cerchi solo con la coda dell'occhio e sai già dove trovare l'altro e basta questo a sentirsi un tutt'uno, anche se siete agli estremi opposti della stanza, della piazza, della città magari.


Troppi film, troppi romanzi.



Più facilmente si finisce per avere storie intense, belle, liberatorie, dove, lentamente ci si abitua - come una foglia che ha salutato il suo ramo, si adagia volteggiando sul suolo brullo - .

L'abitudine, la routine credo sia il vero assassino dell'amore.

Ciò che mi intristisce, che mi rende perplessa è come - consapevoli di questo slancio mancato, di questo affievolirsi dell'amore - molte coppie si indirizzino al matrimonio, pur coltivando interiormente, nel proprio giardino segreto, il desiderio di essere ancora una volta rapite, coinvolte strappate ad un insano destino, da un nuovo amore. Da un'altra o da un altro.




Forse ho troppa poca fiducia nei sentimenti? forse funziona così e basta? Forse tutto o forse niente.

Non vorrei, però, mai e poi mai condannare qualcuno ad un destino di mediocre serenità - occhi bendati da cortine di fumo - . Quanto triste e deleterio sarebbe se fossimo noi quelli destinati a vivere d'illusione? E se fosse il cuore dell'altro a cercare refrigerio altrove? E se fossimo noi il "paravento" per una vita di ordinaria normalità?




No, non potrei reggere. Così come non potrei reggere l'idea di compiere un passo del genere se sapessi già a priori che è solo puro"dovere", un "passo obbligato", quello di sposarsi con il proprio compagno.

Impazzisco quando osservo chi, pur sapendo che il proprio cuore appartine ad un altro mondo e ad un'altra dimensione, si cimenta in mille e più preparativi di nozze, investendo fior di quattrini nella farsa più assurda della propria vita.


Istat a parte, credo che l'amore possa durare una vita, un secondo,alcuni anni. Credo che l'amore sia quel motore propulsore da cui tutto si orgina. Credo anche che si confonda spesso l'amore con la passione e che spesso ci si dimentichi che i sentimenti si trasformino, senza perdere in slancio e in intensità.

Credo, infine, che molto spesso siamo codardi quando ci manca il coraggio di dire no, di dire si o di fermarci: facciamo del male a noi stessi e all'altro.


Credo che sarebbe bellissimo se incrociassi lo sguardo, con la coda dell'occhio, di quell'amore di una vita: quello sguardo attraverso il quale, anche nella solitudine, dinnanzi all'ignoto, nel confrontarmi con qualsiasi limite della mia identità, mi sentirei sempre e comunque al sicuro, complice, personaggio di una avventura infinita, in una notte afosa d'estate con un bicchieer di bollicine in mano, una folla di gente sconosciuta, un abito blu e i riccioli disordinati sulle spalle, mentre luci calde e musica accarezzano i sensi.

giovedì 12 luglio 2012

I'm back

Provo.
Sembra incredibile ma pare andare. Si, alla fine tutto va. In un modo o nell'altro ma va sebbene dove non sempre sia noto.
E' stato tun lungo periodo d'assenza: dovuta, voluta, imposta. I doveri sono doveri e com'è noto ubi major..., tuttavia è triste, ci si sente monchi, privi di un arto, di una appendice, quando viene meno la possibilità di esprimersi. Per lo meno, per me, è così. Non poter scrivere su alcuno spazio, fuorché quello della memoria, è stato frustrante.
Di certo ancor più deleterio e frustrante è stato sapere che quel dannato haker che ha penasto bene di invadere il mio pc non solo me l'ha danneggiato irreversibilmente, ma ha cancellato tanti e tali ricordi da farmi sentir male, un pizzicore come il sale su una ferita.
Ho perso le foto dell'ultimo compleanno di nonna, quando ancora stava bene, era felice, era scesa in salotto. Erano le ultime foto di noi, tutti insieme. Lei con il suo abito verde a fiorellini, il viso ancora paffuto. Da lì a due mesi sarebbe volata in cielo e di lei mi resta la sensazione gommosa della sua pelle fredda pochi istanti prima che tutto venisse saldato e consegnato ad un mondo che non conosco.
Ho perso le foto del matrimonio di mia sorella. Si, è vero, ci sarà l'album del fotografo ufficiale... ma nessuno mi renderà l'atmosfera di quei momenti in cui la vestivamo, in camera da letto, l'emozione dei parenti in pellegrinaggio a casa per il loro omaggio al suo giorno più bello.
Ho perso gil scatti di Londra, di Verona, di Salina, al GP di Monza e di tante serate e giornate di felicità.
E' strano, ma quando si guardano gli album sembra sempre di vivere in un mondo feilce: vogliamo avere memoria solo di momenti lieti, istantanee di fugace serenità.
Nel cellulare, ad ogni modo, conservo anche tre foto di nonna, due giorni prima che morisse. Ho solo quello.

Di cose, in un mese ne sono accadute: il primo concorso serio, la proposta ufficiale di matrimonio alla mia amica, soddisfazioni lavorative non da poco, la reliquia di Giovanni Paolo II in onore della quale sono stata invitata a cantare con le altre ragazze del gruppo...

Se mi allontano, strizzando gli occhi, come si fa quando si vuole guardare l'orizzonte per avere una visione completa ma sfumata del panorama, potrei anche dire che non è accaduto nulla,  nulla che non sia normale. La normalità, in fondo, è quell'insieme di abitudini, di routine consolidata che non ci fa apparire differente ogni singolo giorno, ma rende la nostra giornata una fotocopia delle altre.
Copia su copia, riassunto di un riassunto... senza pensare mai che più le copie si moltiplicano più i tratti sono meno netti e sempre meno quanto abiamo in mano sia conforme all'originale.

Sotto questo caldo cocente, che tanto mi ha distrutta fisicamente, nel silenzio assordante di una mattina come tante, mi sento io come sempre, io come nessuna, mentre gli alberi verdi e brillanti, stanno a guardare.