venerdì 13 luglio 2012

Di ovvietà


Mentre le scartoffie mi comprimono, la stanchezza mi assale e il mio the freddo diventa pateticamente imbevibile, rifletto.

Rifletto sui sentimenti, sui rapporti, sull'amore.

Il matrimonio, dice l'Istat, dura in media 15 anni. E la crisi dei famosi 7? E l'amore che dura 3? O era il primo anno quello dell'innamoramento vero e poi era un lento declino?


Non so. Poco importa. M'importa di più pensare a quale destino certe coppie si creino, spinte da non si sa bene quale motore propulsore. Ho sempre creduto nell'amore vero, nel grande amore che ti travolge, ti sconvolge. Quello fatto di grandi litigate e piatti rotti, di grandi passioni e coinvolgimenti, di giri in moto e avventure fatte abbandonandosi agli slanci complici del momento, di sonnecchiose serate sul divano a guardare vecchi film, di cinema, di discussioni sulla politica e sui massimi sistemi. Quell'amore dove le parole servono ma non sono essenziali perché basta uno sgaurdo ed è tutto chiaro: come quando in mezzo alla folla ti cerchi solo con la coda dell'occhio e sai già dove trovare l'altro e basta questo a sentirsi un tutt'uno, anche se siete agli estremi opposti della stanza, della piazza, della città magari.


Troppi film, troppi romanzi.



Più facilmente si finisce per avere storie intense, belle, liberatorie, dove, lentamente ci si abitua - come una foglia che ha salutato il suo ramo, si adagia volteggiando sul suolo brullo - .

L'abitudine, la routine credo sia il vero assassino dell'amore.

Ciò che mi intristisce, che mi rende perplessa è come - consapevoli di questo slancio mancato, di questo affievolirsi dell'amore - molte coppie si indirizzino al matrimonio, pur coltivando interiormente, nel proprio giardino segreto, il desiderio di essere ancora una volta rapite, coinvolte strappate ad un insano destino, da un nuovo amore. Da un'altra o da un altro.




Forse ho troppa poca fiducia nei sentimenti? forse funziona così e basta? Forse tutto o forse niente.

Non vorrei, però, mai e poi mai condannare qualcuno ad un destino di mediocre serenità - occhi bendati da cortine di fumo - . Quanto triste e deleterio sarebbe se fossimo noi quelli destinati a vivere d'illusione? E se fosse il cuore dell'altro a cercare refrigerio altrove? E se fossimo noi il "paravento" per una vita di ordinaria normalità?




No, non potrei reggere. Così come non potrei reggere l'idea di compiere un passo del genere se sapessi già a priori che è solo puro"dovere", un "passo obbligato", quello di sposarsi con il proprio compagno.

Impazzisco quando osservo chi, pur sapendo che il proprio cuore appartine ad un altro mondo e ad un'altra dimensione, si cimenta in mille e più preparativi di nozze, investendo fior di quattrini nella farsa più assurda della propria vita.


Istat a parte, credo che l'amore possa durare una vita, un secondo,alcuni anni. Credo che l'amore sia quel motore propulsore da cui tutto si orgina. Credo anche che si confonda spesso l'amore con la passione e che spesso ci si dimentichi che i sentimenti si trasformino, senza perdere in slancio e in intensità.

Credo, infine, che molto spesso siamo codardi quando ci manca il coraggio di dire no, di dire si o di fermarci: facciamo del male a noi stessi e all'altro.


Credo che sarebbe bellissimo se incrociassi lo sguardo, con la coda dell'occhio, di quell'amore di una vita: quello sguardo attraverso il quale, anche nella solitudine, dinnanzi all'ignoto, nel confrontarmi con qualsiasi limite della mia identità, mi sentirei sempre e comunque al sicuro, complice, personaggio di una avventura infinita, in una notte afosa d'estate con un bicchieer di bollicine in mano, una folla di gente sconosciuta, un abito blu e i riccioli disordinati sulle spalle, mentre luci calde e musica accarezzano i sensi.

Nessun commento:

Posta un commento