giovedì 13 settembre 2012

Non sono pronta



Quando mi è arrivata quella chiamata, subito interrotta, ad intermittenza, non ho capito subito di che si trattasse.
Sopo un’ora e mezza dopo ho realizzato che avevo il cuore in gola, le lacrime ricacciate giù nella gola, le labbra esangui e sottili – come sempre mi accade quando vivo uno shock emotivo forte – e la testa per aria.

Nulla di grave, per fortuna, quando ho incrociato il medico in pronto soccorso, mentre lui era mezzo stordito, stretto nei suoi pantaloni blu e la camicia a righe vagamente fuori moda. Dove diavolo avrà preso i calzini bordeaux che sucano fuori dal collo del piede!? – ho pensato – e nel formulare questo pensiero ho compreso che si, ok, per stavolta tutto è andato bene e che – diavolo! – no, non sono pronta a perdere un altro mattone della mia storia, della mia identità.

Nonno, che a ottant’anni si sente un “picciotto” di venti, non vede pericoli: sale sugli alberi, si arrampica ovunque, guida il trattore, viaggia alle tre o alle quattro di notte per svolgere il suo lavoretto in campagna prima che sorga il sole e al tramonto non si decide a tornare in casa, che – si sa – in campagna c’è sempre da lavorare e solo gli sfaticati, i “lagnosi” come li chiama lui, non hanno nulla da fare.

Con una di queste mirabolanti imprese, oggi, poteva però poteva rimetterci le penne e lasciarmi, ancora una volta, orfana di amore.
Stamattina aveva ben pensato, scopro, di potare l’alto albero di gelsi davanti la casa. Proprio quello accanto al piede del fico: da bambina era il parcheggio della bici quell’ombra densa e rinfrescante che c’era sotto le sue fronde. Sempre lì la nonna faceva la salsa di pomodoro da mettere in bottiglia, da usare in inverno. Lì, papà e zio Nino – che anche lui affolla la striminzita schiera (che a quanto pare si va rimpolpando sempre più negli ultimi tempi)- hanno costruito il barbecue in pietra e la cuccia del – ei fu – cane di famiglia.

Ecco: cade giù da quell’alto albero il nonno e non so esattamente come e perché. Non è chiaro se gli sia girata la testa, se abbia messo un piede a vuoto, se sia cascato dalla scala o chissà cosa diavolo altro.
Per fortuna, dentro, c’era nonna che – da bravva roccia di casa quale è – la preso (incautamente, perché è noto che non bisognerebbe spostare un ferito onde causargli traumi maggiori) e l’ha portato in casa, cimentandosi in un primo soccorso. Il sangue però era troppo e s’è decisa a chiamare aiuto: mio padre, il quale – ovviamente – non era raggiungibile. Alla fine tutto è andato bene e alle 16.00 più o meno l’hanno dimesso dal pronto soccorso con tre punti in testa, il braccio pieno di taglietti come quelli dei bambini che giocavano per le strade quando anch’io ero bambina.

Nel tragitto dall’ospedale a casa e poi a lavoro mi sono scongelata solo alla fine… sentento alla radio una canzone che, piano piano ho balbettato. Hanno fatto capolino dietro i miei occhi la pubblicità del gioco delle scatole, che mia nonnina adorata guardava in tv e mi sono sentita cattiva, ipocrita, perché dalla nonnina dovevo andarci di più. Il rumore delle altre auto sull’asfalto sembravano il ritmico tintinnare della fede del nonno sulla barra del letto in cui s’era abbandonato da un lato, coperto di fili e tubicini, e mi sono sentita cattiva perché io gliel’avevo chiesto d’aspettarmi, ma lui è volato in cielo mentre ero da mia sorella. La testa s’è affollata di immagini e di ricordi, della mamma, del papà, delle cose che mi sembravano banali, odiose, stupide, quotidiane… e mi sono sentita sola.
Checché io ne dica, non sono pronta a perdere altri pezzi di un’identità già abbastanza pressata dalle mie di stupide follie… sicché nonno non fare la capretta, nonna insegnami a fare il pane di casa ed il forno a legna, mamma regalami la tua gioia, papà sii soddisfatto di me… e Dio, fa che muoia io prima, perché altrimenti morirei con loro.

Ok: due lacrime dall’occhio destro sono scese e sono arrivata a lavoro. Ora è il tempo di riprendere il controllo, perché la lucidità ed il sangue freddo non devono mai mancare a chi come me non ha più sogni, ma cerca disperatamente di rianimarne qualcuno.

mercoledì 12 settembre 2012

Wallace e la Noia - considerazioni sul pensare e il pensiero

Nell'anniversario della sua morte, la rete si è rimpita di appunti, memorie, elogi ad uno dei più grandi scrittori del suo tempo: David Foster Wallace.

Ho letto solo un suo libro, regalatomi lo scorso gennaio: la commessa della libreria - che ora ha chiuso - dichiarò entusiasta che quell'acquisto era da intenditori, che era sul serio il libro dell'anno.

Sarò onesta: a me "Il Re Pallido" ha regalato brividi solo per 200 o 250 pagine delle sue complessive quasi 800.  Sarà perché è un libro che ha visto la luce solo per volontà del curatore, che ha raccolto appunti, bozze, capitoli da revisionare... o sarà che non tutti sono fatti per capire il genio di un artista. Mi concederò un'altra possibilità per capire sul serio se sono io che non so apprezzarlo o è quel libro che è stato al di sotto delle mie aspettative.

Aspettative: uff... sono succube delle mie aspettative, devo ammetterlo. Sono stata e presumo sarà sempre - ma confido intimamente che un giorno vincerò la mia battaglia - inferiore ai miei standard su me stessa. Per la serie... "Perché io (penso) di valere/potere/dovere..."

Dovere... altra parola da bandire dal mio vocabolario intimo, per proporlo un po' forse nelle conversazioni a vocazione relazionale: si è sempre bravi a dovere per se stessi, per coloro che "Funzionano" come me, ma sempre meno bravi a pretendere che gli altri debbano. Insomma... maledetto senso di colpa... Se non mi fossi così ingozzata nella mia prima adultità di letture di scritti di Freud, Jung, psicanalisti della prima generazione chissà come sarebbe andata...
Di certo mi sarei inventata un meta - modo per definire il mio essere. De - finire: paradossalmente se definisco finisco... non cresco. E tale mi sento: embrione privo di linfa che non potrà più crescere.
Attanagliata in un reale in sfumature di grigio - non quelle del libro - che è contraddistinto da noia.

E' qui, a questo punto, nella Noia, che si inserisce la mia rifelssione su Wallace ed il mio interesse per questo brano (non lasciatevi scoraggiare dalla lunghezza, per me vale la pena):
Kenyon college and Me
di David Foster Wallace
[traduzione di Roberto Natalini]

Trascrizione del discorso di David Foster Wallace per la cerimonia delle lauree al Kenyon college, 21 maggio 2005.



Un saluto a tutti e le mie congratulazioni alla classe 2005 dei laureati del Kenyon college. Ci sono due giovani pesci che nuotano uno vicino all’altro e incontrano un pesce più anziano che, nuotando in direzione opposta, fa loro un cenno di saluto e poi dice “Buongiorno ragazzi. Com’è l’acqua?” I due giovani pesci continuano a nuotare per un po’, e poi uno dei due guarda l’altro e gli chiede “ma cosa diavolo è l’acqua?”
È una caratteristica comune ai discorsi nelle cerimonie di consegna dei diplomi negli Stati Uniti di presentare delle storielle in forma di piccoli apologhi istruttivi. La storia è forse una delle migliori, tra le meno stupidamente convenzionali nel genere, ma se vi state preoccupando che io pensi di presentarmi qui come il vecchio pesce saggio, spiegando cosa sia l’acqua a voi giovani pesci, beh, vi prego, non fatelo. Non sono il vecchio pesce saggio. Il succo della storia dei pesci è solamente che spesso le più ovvie e importanti realtà sono quelle più difficili da vedere e di cui parlare. Espresso in linguaggio ordinario, naturalmente diventa subito un banale luogo comune, ma il fatto è che nella trincea quotidiana in cui si svolge l’esistenza degli adulti, i banali luoghi comuni possono essere questioni di vita o di morte, o meglio, è questo ciò che vorrei cercare di farvi capire in questa piacevole mattinata di sole.

Chiaramente, l’esigenza principale in discorsi come questo è che si suppone vi parli del significato dell vostra educazione umanistica, e provi a spiegarvi perché il diploma che state per ricevere ha un effettivo valore sul piano umano e non soltanto su quello puramente materiale. Per questo, lasciatemi esaminare il più diffuso stereotipo nei discorsi fatti a questo tipo di cerimonie, ossia che che la vostra educazione umanistica non consista tanto “nel fornirvi delle conoscenze”, quanto “nell’insegnarvi a pensare”.

Se siete come me quando ero studente, non vi sarà mai piaciuto ascoltare questo genere di cose, e avrete tendenza a sentirvi un po’ insultati dall’affermazione che dobbiate aver bisogno di qualcuno per insegnarvi a pensare, poiché il fatto stesso che siete stati ammessi a frequentare un college così prestigioso vi sembra una dimostrazione del fatto che già sapete pensare. Ma vorrei convincervi che lo stereotipo dell’educazione umanistica in realtà non è per nulla offensivo, perché la vera educazione a pensare, che si pensa si debba riuscire ad avere in un posto come questo, non riguarda affatto la capacità di pensare, ma piuttosto la scelta di cosa pensare. Se la vostra assoluta libertà di scelta su cosa pensare vi sembrasse troppo ovvia per perdere del tempo a discuterne, allora vorrei chiedervi di pensare al pesce e all’acqua, e a mettere tra parentesi anche solo per pochi minuti il vostro scetticismo circa il valore di ciò che è completamente ovvio.

Ecco un’altra piccola storia istruttiva. Ci sono due tizi che siedono insieme al bar in un posto sperduto e selvaggio in Alaska. Uno dei due tizi è credente, l’altro è ateo, e stanno discutendo sull’esistenza di Dio, con quell’intensità particolare che si stabilisce più o meno dopo la quarta birra. E l’ateo dice: “Guarda, non è che non abbia ragioni per non credere. Ho avuto anche io a che fare con quella roba di Dio e della preghiera. Proprio un mese fa mi sono trovato lontano dal campo in una terribile tormenta, e mi ero completamente perso e non riuscivo a vedere nulla, e facevano 45 gradi sotto zero, e così ho provato: mi sono buttato in ginocchio nella neve e ho urlato ‘Oh Dio, se c’è un Dio, mi sono perso nella tormenta, e morirò tra poco se tu non mi aiuterai’.” E a questo punto, nel bar, il credente guarda l’ateo con aria perplessa “Bene, allora adesso dovrai credere” dice, “sei o non sei ancora vivo?” E l’ateo, alzando gli occhi al cielo “Ma no, è successo invece che una coppia di eschimesi, che passava di lì per caso, mi ha indicato la strada per tornare al campo.”

È facile interpretare questa storiella con gli strumenti tipici dell’analisi umanistica: la stessa precisa esperienza può avere due significati totalmente diversi per due persone diverse, avendo queste persone due diversi sistemi di credenze e due diversi modi di ricostruire il significato dall’esperienza. Poiché siamo convinti del valore della tollerenza e della varietà delle convinzioni, in nessun modo la nostra analisi umanistica vorrà affermare che l’interpretazione di uno dei due tizi sia giusta a quella dell’altro falsa o cattiva. E questo va anche bene, tranne per il fatto che in questo modo non si riesce mai a discutere da dove abbiano origine questi schemi e credenze individuali. Voglio dire, da dove essi vengano dall’INTERNO dei due tizi. Come se l’orientamento fondamentale verso il mondo di una persona e il significato della sua esperienza fossero in qualche modo intrinseci e difficilmente modificabili, come l’altezza o il numero di scarpe, o automaticamente assorbiti dal contesto culturale, come il linguaggio. Come se il modo in cui noi costruiamo il significato non fosse in realtà un fatto personale, frutto di una scelta intenzionale. Inoltre, c’è anche il problema dell’arroganza. Il tizio non credente è totalmente certo nel suo rifiuto della possibilità che il passaggio degli eschimesi abbia qualche cosa a che fare con la sua preghiera. Certo, ci sono un sacco di credenti che appaiono arroganti e anche alcune delle loro interpretazioni. E sono probabilmente anche peggio degli atei, almeno per molti di noi. Ma il problema del credente dogmatico è esattamente uguale a quello del non credente: una certezza cieca, una mentalità chiusa che equivale a un imprigionamento così totale che il prigioniero non si accorge nemmeno di essere rinchiuso.

Il punto che vorrei sottolineare qui è che credo che questo sia una parte di ciò che vuole realmente significare insegnarmi a pensare. A essere un po’ meno arrogante. Ad avere anche solo un po’ di coscienza critica su di me e le mie certezze. Perché una larga percentuale di cose sulle quali tendo a essere automaticamente certo risulta essere totalmente sbagliata e deludente. Ho imparato questo da solo e a mie spese, e così immagino sarà per voi una volta laureati.

Ecco un esempio della totale falsità di qualche cosa su cui tendo ad essere automaticamente sicuro: nella mia esperienza immediata, tutto tende a confermare la mia profonda convinzione che io sia il centro assoluto dell’universo, la più reale e vivida e importante persona che esista. Raramente pensiamo a questa specie di naturale, fondamentale egocentrismo, perché è qualche cosa di socialmente odioso. Ma in effetti è lo stesso per tutti noi. È la nostra configurazione di base, codificata nei nostri circuiti fin dalla nascita. Pensateci: non c’è nessuna esperienza che abbiate fatto di cui non ne siate il centro assoluto. Il mondo, così come voi lo conoscete, è lì davanti a VOI o dietro di VOI, o alla VOSTRA sinistra o alla VOSTRA destra, sulla VOSTRA TV o sul VOSTRO schermo. E così via. I pensieri e i sentimenti delle altre persone devono esservi comunicati in qualche modo, ma i vostri sono così immediati, urgenti, reali.

Adesso vi prego di non pensare che io voglia farvi una lezione sulla compassione o la sincerità o altre cosiddette “virtù”. Il problema non è la virtù. Il problema è di scegliere di fare il lavoro di adattarsi e affrancarsi dalla configurazione di base, naturale e codificata in noi, che ci fa essere profondamente e letteralmente centrati su noi stessi, e ci fa vedere e interpretare ogni cosa attraverso questa lente del sé. Le persone che riescono ad adattare la loro configurazione di base sono spesso descritti come “ben adattati”, che credo non sia un termine casuale.
Considerando la trionfale cornice accademica in cui siamo, viene spontaneo porsi il problema di quanto di questo lavoro di autoregolazione della nostra configurazione di base coinvolga conoscenze effettive e il nostro stesso intelletto. Questo problema è veramente molto complicato. Probabilmente la più pericolosa conseguenza di un’educazione accademica, almeno nel mio caso, è che ha permesso di svilupparmi verso della roba super-intellettualizzata, di perdermi in argomenti astratti dentro la mia testa e, invece di fare semplicemente attenzione a ciò che mi capita sotto al naso, fare solo attenzione a ciò che capita dentro di me.
Come saprete già da un pezzo, è molto difficile rimanere consapevoli e attenti, invece di lasciarsi ipnotizzare dal monologo costante all’interno della vostra testa (potrebbe anche stare succedendo in questo momento). Vent’anni dopo essermi laureato, sono riuscito lentamente a capire che lo stereotipo dell’educazione umanistica che vi “insegna a pensare” è in realtà solo un modo sintentico per esprimere un’idea molto piu significativa e profonda: “imparare a pensare” vuol dire in effetti imparare a esercitare un qualche controllo su come e cosa pensi. Significa anche essere abbastanza consapevoli e coscienti per scegliere a cosa prestare attenzione e come dare un senso all’esperienza. Perché, se non potrete esercitare questo tipo di scelta nella vostra vita adulta, allora sarete veramente nei guai. Pensate al vecchio luogo comune della “mente come ottimo servitore, ma pessimo padrone”. Questo, come molti luoghi comuni, così inadeguati e poco entusiasmanti in superficie, in realtà esprime una grande e terribile verità. Non a caso gli adulti che si suicidano con armi da fuoco quasi sempre si sparano alla testa. Sparano al loro pessimo padrone. E la verità è che molte di queste persone sono in effetti già morte molto prima di aver premuto il grilletto.

E vi dico anche quale dovrebbe essere l’obiettivo reale su cui si dovrebbe fondare la vostra educazione umanistica: come evitare di passare la vostra confortevole, prosperosa, rispettabile vita adulta, come dei morti, incoscienti, schiavi delle vostre teste e della vostra solita configurazione di base per cui “in ogni momento” siete unicamente, completamente, imperiosamente soli. Questo potrebbe suonarvi come un’iperbole o un’astrazione senza senso. Cerchiamo di essere concreti. Il fatto puro e semplice è che voi laureati non avete ancora nessun’idea di cosa “in ogni momento” significhi veramente. Questo perché nessuno parla mai, in queste cerimonie delle lauree, di una grossa parte della vita adulta americana. Questa parte include la noia, la routine e la meschina frustrazione. I genitori e i più anziani tra di voi sapranno anche troppo bene di cosa sto parlando.

Tanto per fare un esempio, prendiamo una tipica giornata da adulto, e voi che vi svegliate la mattina, andate al vostro impegnativo lavoro da colletto-bianco-laureato-all’università, e lavorate duro per otto o dieci ore, fino a che, alla fine della giornata, siete stanchi e anche un po’ stressati e tutto ciò che vorreste sarebbe di tornarvene casa, godervi una bella cenetta e forse rilassarvi un po’ per un’oretta, per poi ficcarvi presto nel vostro letto perché, evidentemente, dovrete svegliarvi presto il giorno dopo per ricominciare tutto da capo. Ma, a questo punto, vi ricordate che non avete nulla da mangiare a casa. Non avete avuto tempo di fare la spesa questa settimana a causa del vostro lavoro così impegnativo, per cui, uscendo dal lavoro, dovete mettervi in macchina e guidare fino al supermercato. È l’ora di punta e il traffico è parecchio intenso. Per cui per arrivare al supermercato ci mettete moltissimo tempo, e quando finalmente arrivate, lo trovate pieno di gente, perché naturalmente è proprio il momento del giorno in cui tutti quelli che lavorano come voi cercano di sgusciare in qualche negozio di alimentari. E il supermercato è disgustosamente illuminato e riempito con della musica di sottofondo abbrutente o del pop commerciale, ed è proprio l’ultimo posto in cui vorreste essere, ma non potete entrare e uscire rapidamente, vi tocca vagare su e giù tra le corsie caotiche di questo enorme negozio super-illuminato per trovare la roba che volete e dovete manovrare con il vostro carrello scassato nel mezzo delle altre persone, anche loro stanche e di fretta come voi, con i loro carrelli (eccetera, eccetera, ci dò un taglio poiché è una cerimonia piuttosto lunga) e alla fine riuscite a raccogliere tutti gli ingredienti della vostra cena, e scoprite che non ci sono abbastanza casse aperte per pagare, anche se è l’ora-di-punta-di-fine-giornata. Cosi la fila per pagare è incredibilmente lunga, che è una cosa stupida e che vi fa arrabbiare. Ma voi non potete sfogare la vostra frustrazione sulla povera signorina tutta agitata alla cassa, che è superstressata da un lavoro la cui noia quotidiana e insensatezza supera l’immaginazione di ognuno di noi qui in questa prestigiosa Università.

Ma in ogni modo, finalmente arrivate in fondo a questa fila, pagate per il vostro cibo, e vi viene detto “buona giornata” con una voce che è proprio la voce dell’oltretomba. Quindi dovete portare quelle orrende, sottili buste di plastica del supermercato nel vostro carrello con una ruota impazzita che spinge in modo esasperante verso sinistra, di nuovo attraverso il parcheggio affollato, pieno di buche e di rifiuti, e guidare verso casa di nuovo attraverso il traffico dell’ora di punta, lento, intenso, pieno di SUV, ecc.

A tutti noi questo è capitato, certamente. Ma non è ancora diventato parte della routine della vostra vita effettiva di laureati, giorno dopo giorno, settimana dopo settimana, anno dopo anno. Ma lo sarà. E inoltre ci saranno tante altre routine apparentemente insignificanti, noiose e fastidiose. Ma non è questo il punto. Il punto è che è proprio con stronzate meschine e frustranti come questa che interviene la possibilità di scelta. Perché il traffico e le corsie affollate del supermercato e la lunga coda alla cassa mi danno il tempo di pensare, e se io non decido in modo meditato su come pensare e a cosa prestare attenzione, sarò incazzato e infelice ogni volta che andrò a fare la spesa. Perché la mia naturale configurazione di base è la certezza che situazioni come questa riguardino solo me. La MIA fame e la MIA stanchezza e il MIO desiderio di andarmene a casa, e mi sembrerà che ogni altra persona al mondo stia lì ad ostacolarmi. E chi sono poi queste persone che mi ostacolano? E guardate come molti di loro sono repellenti, e come sembrano stupidi e bovini e con gli occhi spenti e non-umani nella coda alla cassa, o anche come è fastidioso e volgare che le persone stiano tutto il tempo a urlare nei loro cellulari mentre sono nel mezzo della fila. E guardate quanto tutto ciò sia profondamente e personalmente ingiusto.

Oppure, se la mia configurazione di base è più vicina alla coscienza sociale e umanistica, posso passare un bel po’ di tempo nel traffico di fine giornata a essere disgustato da tutti quei grossi, stupidi SUV e Hummers e furgoni con motori a 12 valvole, che bloccano la strada e consumano il loro costoso, egoistico serbatoio da 40 galloni di benzina, e posso anche soffermarmi sul fatto che gli adesivi patriottici e religiosi sembrano essere sempre sui veicoli più grandi e più disgustosamente egoisti, guidati dai più brutti, più incoscienti e aggressivi dei guidatori. (Attenzione, questo è un esempio di come NON bisogna pensare…) E posso pensare che i figli dei nostri figli ci disprezzeranno per aver sprecato tutto il carburante del futuro e avere probabilmente fottuto il clima, e che noi tutti siamo viziati e stupidi ed egoisti e ripugnanti, e che la moderna civiltà dei consumi faccia proprio schifo, e così via.

Avete capito l’idea.

Se scelgo di pensare in questo modo in un supermercato o sulla superstrada, va bene. Un sacco di noi lo fanno. Tranne che il fatto di pensare in questo modo diventa nel tempo così facile e automatico che non è più nemmeno una vera scelta. Diventa la mia configurazione di base. È questa la modalità automatica in cui vivo le parti noiose, frustranti, affollate della mia vita da adulto, quando sto operando all’interno della convinzione automatica e inconscia di essere il centro del mondo, e che i miei bisogni e i miei sentimenti prossimi sono ciò che determina le priorità del mondo intero.

In realtà, naturalmente, ci sono molti modi diversi di pensare in questo tipo di situazioni. Nel traffico, con tutte queste macchine ferme e immobili davanti a me, non è impossibile che una delle persone nei SUV abbia avuto un orribile incidente d’auto nel passato, e adesso sia cosi terrorizzata dal guidare che il suo terapista le ha ordinato di prendere un grosso e pesante SUV, così che possa sentirsi abbastanza sicura quando guida. O che quell’Hummer che mi ha appena tagliato la strada sia forse guidato da un padre il cui figlio piccolo è ferito o malato nel sedile accanto a lui, e stia cercando di portarlo in ospedale, ed abbia quindi leggitimamente molto più fretta di me: in effetti sono io che blocco la SUA strada.

Oppure posso sforzarmi di considerare la possibilità che tutti gli altri nella fila alla cassa del supermercato siano stanchi e frustrati come lo sono io, e che alcune di queste persone probabilmente abbiano una vita molto più dura, noiosa e dolorosa della mia.

Di nuovo, vi prego di non pensare che vi stia dando dei consigli morali, o vi stia dicendo che dovreste pensare in questo modo, o che qualcuno si aspetta da voi che lo facciate. Perché è difficile. Richiede volontà e fatica, e se voi siete come me, in certi giorni non sarete capaci di farlo, o più semplicemente non ne avrete voglia.

Ma molte altre volte, se sarete abbastanza coscienti da darvi la possibilità di scegliere, voi potrete scegliere di guardare in un altro modo a questa grassa signora super-truccata e con gli occhi spenti che ha appena sgridato il suo bambino nella coda alla cassa. Forse non è sempre così. Forse è stata sveglia per tre notti di seguito tenendo la mano del marito che sta morendo di un cancro alle ossa. O forse questa signora è l’impiegata meno pagata della motorizzazione, che proprio ieri ha aiutato vostra moglie a risolvere un orribile e snervante problema burocratico con alcuni piccoli atti di gentilezza amministrativa.

Va bene, nessuno di questi casi è molto probabile, ma non è nemmeno completamente impossibile. Dipende da cosa volete considerare. Se siete automaticamente sicuri di sapere cos’è la realtà, e state operando sulla base della vostra configurazione di base, allora voi, come me, probabilmente non avrete voglia di considerare possibilità che non siano fastidiose e deprimenti. Ma se imparate realmente a concentrarvi, allora saprete che ci sono altre opzioni possibili. Avrete il potere di vivere una lenta, calda, affollata esperienza da inferno del consumatore, e renderla non soltanto significativa, ma anche sacra, ispirata dalle stesse forze che formano le stelle: amore, amicizia, la mistica unità di tutte le cose fuse insieme. Non che la roba mistica sia necessariamente vera. La sola cosa che è Vera con la V maiuscola è che sta a voi decidere di vederlo o meno.

Questa, credo, sia la libertà data da una vera educazione, di poter imparare ad essere “ben adattati”. Voi potrete decidere con coscienza che cosa ha significato e che cosa non lo ha. Potrete scegliere in cosa volete credere. Ed ecco un’altra cosa che può sembrare strana, ma che è vera: nella trincea quotidiana in cui si svolge l’esistenza degli adulti non c’è posto per una cosa come l’ateismo. Non è possibile non adorare qualche cosa. Tutti credono. La sola scelta che abbiamo è su che cosa adorare. E forse la più convincente ragione per scegliere qualche sorta di dio o una cosa di tipo spirituale da adorare – sia essa Gesù Cristo o Allah, sia che abbiate fede in Geova o nella Santa Madre Wicca, o nelle Quattro Nobili Verità, o in qualche inviolabile insieme di principi etici – è che praticamente qualsiasi altra cosa in cui crederete finirà per mangiarvi vivo. Se adorerete il denaro o le cose, se a queste cose affiderete il vero significato della vita, allora vi sembrerà di non averne mai abbastanza. È questa la verità. Adorate il vostro corpo e la bellezza e l’attrazione sessuale e vi sentirete sempre brutti. E quando i segni del tempo e dell’età si cominceranno a mostrare, voi morirete un milione di volte prima che abbiano ragione di voi. Ad un certo livello tutti sanno queste cose. Sono state codificate in miti, proverbi, luoghi comuni, epigrammi, parabole, sono la struttura di ogni grande racconto. Il trucco sta tutto nel tenere ben presente questa verità nella coscienza quotidiana.
Adorate il potere, e finirete per sentirvi deboli e impauriti, e avrete bisogno di avere sempre più potere sugli altri per rendervi insensibili alle vostre proprie paure. Adorate il vostro intelletto, cercate di essere considerati intelligenti, e finirete per sentirvi stupidi, degli impostori, sempre sul punto di essere scoperti. Ma la cosa insidiosa di queste forme di adorazione non è che siano cattive o peccaminose, è che sono inconsce. Sono la configurazione di base.

Sono forme di adorazione in cui scivolate lentamente, giorno dopo giorno, diventando sempre più selettivi su quello che volete vedere e su come lo valutate, senza essere mai pienamente consci di quello che state facendo.

E il cosiddetto “mondo reale” non vi scoraggerà dall’operare con la configurazione di base, poiché il cosiddetto “mondo reale” degli uomini e del denaro e del potere canticchia allegramente sul bordo di una pozza di paura e rabbia e frustrazione e desiderio e adorazione di sé. La cultura contemporanea ha imbrigliato queste forze in modo da produrre una ricchezza straordinaria e comodità e libertà personale. La libertà di essere tutti dei signori di minuscoli regni grandi come il nostro cranio, soli al centro del creato. Questo tipo di libertà ha molti lati positivi. Ma naturalmente vi sono molti altri tipi di libertà, e del tipo che è il più prezioso di tutti, voi non sentirete proprio parlare nel grande mondo esterno del volere, dell’ottenere e del mostrarsi. La libertà del tipo più importante richiede attenzione e consapevolezza e disciplina, e di essere veramente capaci di interessarsi ad altre persone e a sacrificarsi per loro più e più volte ogni giorno in una miriade di modi insignificani e poco attraenti.

Questa è la vera libertà. Questo è essere istruiti e capire come si pensa. L’alternativa è l’incoscienza, la configurazione di base, la corsa al successo, il senso costante e lancinante di aver avuto, e perso, qualcosa di infinito.

Lo so che questa roba probabilmente non vi sembrerà molto divertente o ispirata, come un discorso per questo di genere di cerimonie dovrebbe sembrare. In questo consiste però, per come la vedo io, la Verità con la V maiuscola, scrostata da un sacco di stronzate retoriche. Certamente, siete liberi di pensare quello che volete di tutto questo. Ma per favore non scartatelo come se fosse una sermone ammonitorio alla Dr. Laura. Niente di questa roba è sulla morale o la religione o il dogma o sul grande problema della vita dopo la morte. La Verità con la V maiuscola è sulla vita PRIMA della morte. È sul valore reale di una vera istruzione, che non ha quasi nulla a che spartire con la conoscenza e molto a che fare con la semplice consapevolezza, consapevolezza di cosa è reale ed essenziale, ben nascosto, ma in piena vista davanti a noi, in ogni momento, per cui non dobbiamo smettere di ricordarci più e più volte: “Questa è acqua, questa è acqua.”

È straordinariamente difficile da fare, rimanere coscienti e consapevoli nel mondo adulto, in ogni momento. Questo vuol dire che anche un altro dei grandi luoghi comuni finisce per rivelarsi vero: la vostra educazione è realmente un lavoro che dura tutta la vita. E comincia ora.

Auguro a tutti una grossa dose di fortuna.

note
Questo discorso segue la trascrizione dal video della conferenza, fatta da un appassionato lettore di Wallace, ed è fedele quindi al testo effettivamente pronunciato in quella occasione. Il testo originale inglese si può trovare qui: http://www.marginalia.org/dfw_kenyon_commencement.html. Sono stati eliminati solo un paio di commenti fatti a voce da Wallace stesso. Una versione leggermente diversa è apparsa nel 2006 nel libro “The Best American Nonrequired Reading 2006″ per poi essere parzialmente ripresa dal Wall Street Journal nell’edizione del 19 settembre 2008.

La Dr. Laura è la Dott.ssa Laura Catherine Schlessinger, autrice di alcuni libri, opinionista, spesso presente in trasmissioni radiofoniche. Nota per i suoi sermoni moralistici, risponde alle domande poste per telefono dagli ascoltatori. Nel suo blog ha avuto modo di scrivere frasi che denotano una scarsa sensibilità, dopo la scomparsa di Wallace.



martedì 11 settembre 2012

Non sono Maria Callas

Quando domenica mattina ho sentito la mia voce librarsi con una potenza quasi incontrollata, quando non ho avuto neppure la voglia di controllare il diaframma, quando ho sentito che prendere la nota giusta era un modo diverso di urlare, un po' mi sono impaurita, ma in fondo era ciò che mi serviva: liberarmi.

Anche ieri sera mi è partito quel tremolio strano al ginocchio, quella voce profonda da baritono transgender. Non mi è importato: dovevo proprio dirlo, non potevo stare in silenzio. Non più.

Ieri sera dovevo mettere un punto fermo: non posso più rappresentare qualcosa che non mi appartiene, che non sento e sono stanca, troppo stanca di soggiogare l'istinto per conformarmi al pensiero ipocrita di tanti.
Non ce la faccio più a circondarmi di gente che mi prospetta solo problemi, difficoltà, insofferenza, noia.
No davvero: basto io a distruggermi ogni rosea aspettativa ogni giorno.
Faccio tanto per emozionarmi ogni giorno, con poco, con un raggio di sole, con il profumo della pioggia, con l'aroma del caffè, con il riflesso dell'arcobaleno sul muro e tra i rivoli di una pozzanghera... e poi... e poi...

E poi la voce è andata, alta, bassa, modulata, emozionata, libera. Senti l'aria che ti attraveras il naso e la sentti cadere giù, nella pancia, salire su per la testa, ma la pancia... la pancia... è lì che trae forza, vigore, che risuona. Chiudi gli occhi e vedi quest'energia rossa, calda, forte, vigorosa. Forse è passato troppo tempo da quando non litigo più con altri se non con me stessa, forse è che ho dentro troppa carica, troppi stoppini che se prendessero fuoco fuori distruggerebbero tutto come io per anni e da anni faccio dentro.

Mi viene in mente il ritratto di Van Gogh, visto a Londra: quell'orecchio bendato perché è più facile far male a se stessi che ferire un altro. Meno, si fa per dire, conseguenze.


Dubito che chi avesse da capire il messaggio lo abbia davvero compreso. Sono proprio costoro che non hanno proferito parola. La rabbia è montata ancora più su, ma la rabbia, da sola, fine a se stessa, non porta lontano: un po' come una fiamma d'un pezzo di carta che brucia. Una vampata e via. Nessun bracere che possa davvero riscaldare una casa, o una stanza.

Così si progetta, si prendono nuove misure per castelli di idee e di fatti, abitati da persone viste con occhi nuovi: la prima lezione è quella di ricordare che non ha senso aspettarsi dagli altri quanto tu saresti disposta a fare per loro. La seconda, decisamente più importante, è ricordare che corri da sola, che se vuoi un aiuto lo trovi in fondo al tuo braccio, che se vuoi un incoraggiamento lo troverai nel tuo progetto, che se vuoi forza la troverai nello sguardo che si cela in fondo allo specchio.

Stamattina ho male alla gola. Parlo ininterrottamente da ore, affilo pensieri. Un altro male: pensieri e idee possono (ri)costruire il (mio) mondo, purchè io ne faccia scaturire fatti.

L'ho sempre saputo che la voce che ho può essere potente, anche se non sarò mai Maria Callas.
L'ho sempre saputo che voce, parole, colori, panoramiche che la mia mente non è più molto allenata a partorire, potrebbero portarmi lontano.

Accendo la radio, ma tengo gli occhi aperti.

domenica 9 settembre 2012

Pause


Ogni tanto ci vogliono delle pause.
Pause per ristorarsi, pause per pensare, pause per godersi il paesaggio man mano che si cammina.
Pause per respirare prima di tornare ad immergersi nelle proprie faccende, pause per dire stop: basta.
Pause per...
Il problema è quando le pause sembrano l'unica dimensione accettabile: un presente sospeso che non scorre più avanti, solo memorie di un passato e un orologio rotto, le cui lancette segneranno inesorabilmente sempre la stessa ora, ma due volte al dì segneranno quella giusta.

In questo mese e più di silenzio, un po' imposto e un po' scelto ho realizzato quanto la mia vita sia in pausa.
Chi ha voglia di sentire le lagne quotidiane di chi ha messo in pausa anche se stesso?!

E' una scusa, penso: è una scusa bella e buona. Assolutamente. E' più facile sentirsi schiacciati dal peso delle cose, degli eventi, delle scelte. E' più facile convincersi di avere doveri. Si cancella tutto, attraverso queste facili, semplici regole, trucchi da illusionista per chi è illuso nella vita.
Finisce che metti in pausa i sogni, la fantasia: non c'è tempo per fantasticare mondi possibili, mete raggiungibili e non ... metti in pausa la tua voglia di essere, di migliorare, di andare.

Finisce che metti in pausa la tua vita sociale: non c'è tempo, voglia, spazio per cui ti delude, per chi ci crede, per chi ha qualcosa da darti o solo voglia di prendere. Peccato che, ad ogni modo, perdi anche l'opportunità di allargarle quelle maglie della rete a cui appartieni. Un pesciolino rosso in una boccia.

Di giorno in giorno, di stagione in stagione, ti trovi con pagine ingiallite tra le mani, gli occhi lucidi di ricordi, il cuore carico di rimpianti, il respiro pesante di chi non ce la fa, il ginocchio che trema - unico sfogo di un corpo che non si concede una lacrima -, una voce tremante ma forte, intensa, che ad occhi chiusi senti rimbombare tra le navate di una chiesa che, vuota o piena, farebbe poca differenza.

Canti con ogni energia, con la voce che viene su dalla pancia e sale su in testa, come fosse l'urlo di un prigioniero torturato, e tremi e non piangi e non trovi risposte.

No, non è che la vita sia terribile, non è vero che la natura è matrigna, che tutto è uno schifo, che ci sarà solo nebbia d'ora in poi, perché si sa, qui tra questi monti c'è solo nebbia fino a maggio... è solo che funzioni tu male: hai messo in pausa la tua vita.

Spetta a te premere il tasto giusto e andare avanti.

Play.