martedì 11 settembre 2012

Non sono Maria Callas

Quando domenica mattina ho sentito la mia voce librarsi con una potenza quasi incontrollata, quando non ho avuto neppure la voglia di controllare il diaframma, quando ho sentito che prendere la nota giusta era un modo diverso di urlare, un po' mi sono impaurita, ma in fondo era ciò che mi serviva: liberarmi.

Anche ieri sera mi è partito quel tremolio strano al ginocchio, quella voce profonda da baritono transgender. Non mi è importato: dovevo proprio dirlo, non potevo stare in silenzio. Non più.

Ieri sera dovevo mettere un punto fermo: non posso più rappresentare qualcosa che non mi appartiene, che non sento e sono stanca, troppo stanca di soggiogare l'istinto per conformarmi al pensiero ipocrita di tanti.
Non ce la faccio più a circondarmi di gente che mi prospetta solo problemi, difficoltà, insofferenza, noia.
No davvero: basto io a distruggermi ogni rosea aspettativa ogni giorno.
Faccio tanto per emozionarmi ogni giorno, con poco, con un raggio di sole, con il profumo della pioggia, con l'aroma del caffè, con il riflesso dell'arcobaleno sul muro e tra i rivoli di una pozzanghera... e poi... e poi...

E poi la voce è andata, alta, bassa, modulata, emozionata, libera. Senti l'aria che ti attraveras il naso e la sentti cadere giù, nella pancia, salire su per la testa, ma la pancia... la pancia... è lì che trae forza, vigore, che risuona. Chiudi gli occhi e vedi quest'energia rossa, calda, forte, vigorosa. Forse è passato troppo tempo da quando non litigo più con altri se non con me stessa, forse è che ho dentro troppa carica, troppi stoppini che se prendessero fuoco fuori distruggerebbero tutto come io per anni e da anni faccio dentro.

Mi viene in mente il ritratto di Van Gogh, visto a Londra: quell'orecchio bendato perché è più facile far male a se stessi che ferire un altro. Meno, si fa per dire, conseguenze.


Dubito che chi avesse da capire il messaggio lo abbia davvero compreso. Sono proprio costoro che non hanno proferito parola. La rabbia è montata ancora più su, ma la rabbia, da sola, fine a se stessa, non porta lontano: un po' come una fiamma d'un pezzo di carta che brucia. Una vampata e via. Nessun bracere che possa davvero riscaldare una casa, o una stanza.

Così si progetta, si prendono nuove misure per castelli di idee e di fatti, abitati da persone viste con occhi nuovi: la prima lezione è quella di ricordare che non ha senso aspettarsi dagli altri quanto tu saresti disposta a fare per loro. La seconda, decisamente più importante, è ricordare che corri da sola, che se vuoi un aiuto lo trovi in fondo al tuo braccio, che se vuoi un incoraggiamento lo troverai nel tuo progetto, che se vuoi forza la troverai nello sguardo che si cela in fondo allo specchio.

Stamattina ho male alla gola. Parlo ininterrottamente da ore, affilo pensieri. Un altro male: pensieri e idee possono (ri)costruire il (mio) mondo, purchè io ne faccia scaturire fatti.

L'ho sempre saputo che la voce che ho può essere potente, anche se non sarò mai Maria Callas.
L'ho sempre saputo che voce, parole, colori, panoramiche che la mia mente non è più molto allenata a partorire, potrebbero portarmi lontano.

Accendo la radio, ma tengo gli occhi aperti.

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