lunedì 22 ottobre 2012

Looking for

Nuova settimana, stesse identiche cose da fare-dire-pensare.
La monotonia m'attanaglia, l'ammetto.
"Meno male che abbiamo i libri"  - mi ha detto ieri l'amica ritrovata - "pronti da darci ciò che vorremmo. Loro non ci deludono". Oddio... ogni tanto capita di imbattersi anche nel titolo sbagliato, nella storia sbagliata nel momento sbagliato. L'importante, tuttavia, è che qualcosa si muova.

Eppur si muove! diceva Galileo, giusto? Ecco. Se oggi dovessi fare il punto della situazione, direi che mi piacerebbe che a muoversi non fossero solo i giorni sul calendario, le lancette dell'orologio o gli scadenzari del desktop dell'ufficio. Desidero che a muoversi non siano solo le cellule che compongono l'epitelio del mio viso, del mio corpo intero, disegnando letti di fiumi invisibili lungo la mia pelle.
Desidero addormentarmi la sera pensando "Oggi mi sono avvicinata al mio obiettivo di tot. Oggi ho compiuto questo. Avrei dovuto far anche quell'altro... ma per lo meno ho fatto questo".
In realtà accuso sempre più forte il colpo di una vita che non m'appaga, che mi corrisponde sempre meno.

Qualche giorno fa una cliente mi raccontava del senso fortissimo di nostalgia che l'attanagliava, costringendola ad un pianto continuo, negli anni in cui viveva per lavoro in un'altra regione, a km di distanza.
"Sembra tutto amplificato, tutto più bello. L'amore e il calore della famiglia sembrano così indispensabili da sentirti mancare il fiato. I pranzi domenicali, un vuoto incolmabile. Nulla, neppure uno stipendio decente, sembrano poter giustificare ciò che vivi. Lo strazio che sopraffà il tuo cuore. Quando torni, però, è tutto diverso: t'accorgi che si, l'amore è importante è fondamentale è tutto, ma ti soffoca, non ti rende libera. T'accorgi che sì gli affetti sono vitali, ma certe mentalità continuano a starti strette e che, probabilmente, meglio vivere soddisfatti del proprio lavoro - anche se a km di distanza - che schiava di un tempo senza tempo".

Magari è lo stesso per me: oggi - in questi ultimi anni - ho mitizzato "altro", ciò che non ho, che avrei dovuto avere, che presuntuosamente ho preteso di avere ma non ho ottenuto, senza rendermi conto che forse è meglio l'immanente. O ancora sono io che non funziono, sono io che ho il gene della "mancanza" iper sviluppato: un affamato fagocitatore di ogni forma di soddisfazione. O ancora non ho il coraggio, perché si sa, se vuoi il cambiamento nel mondo, bisogna per prima cosa essere noi stessi quel cambiamento. Operare il cambiamento in noi per vederlo intorno a noi. Ed io in che cambio? in nulla. Neppure nelle recriminaizoni quotidiane che mi rivolgo. Torture silenziose.

Mi sento un po' quell'incarnazione dell'impiegato medio di fantozziana memoria: tutto si ripete nella assoluta monotona normalità.
Ed il mio Io ne soffre: ho sempre avuto la certezza intima di essere "qui" per altro. Cosa non lo so ancora. I'm looking for.


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