mercoledì 19 dicembre 2012

19 dicembre 2012


La felicità entra nella nostra vita quando abbiamo qualcosa da fare, qualcosa da amare, e qualcosa in cui sperare.

(Joseph Addison) 


Stamattina, dopo l'ennesima notte insonne, mi sono ritrovata un libricino, un regalo di un cugino lontano.
Dopo visioni oniriche truci, di violenza di abusi, di disperazione che hanno reso impossibile il mio riposo, mi sono imbattuta tra quelle pagine. 
Strano a dirsi, forse un caso, non lo so. Parlavano di morte.
Che brutto e triste argomento, pensano i più. 
Da quando quel 21 febbraio sei scomparsa anche tu, io non penso più che la morte sia brutta. Penso che sia un fatto. Punto.
Il libretto dalla copertina rossa, inizia il suo racconto circa la morte, parlando della nascita.
Un feto, nel paradiso dorato dell'utero, quando nasce sicuramente avverte la sensazione di "morire", un venir meno della sua condizione di beatitudine e perfezione, verso un qualcosa di ignoto: la vita. Una vita dove patirà fame, freddo e dove senza le cure di una madre sufficientemente amorevole (oh, quanti ricordi sui libri di Winnicott mi vengono in mente, adesso!) non sarà facile sopravvivere.
Eppure accade: accade che un feto nasce, diventa bambino, adolescente, uomo.
Sperimenta la luce del sole, il calore dei suoi raggi, il cielo che da cobalto diventa poi indaco e poi nero nei tramonti estivi. Sperimenta la neve bianca, il profumo del mare, l'aroma le pane, la delicata bellezza di un fiore, il volo di una farfalla. Conosce l'importanza di un abbraccio, di una lacrima, di un sentimento.

Se lo spiegassero prima, tutto questo, a quel feto, dubito non proverebbe ugualmente quel terrore panico che di sicuro ciascuno di noi ha vissuto venendo al mondo. Non comprenderebbe, è ovvio: non ha alcuna percezione e conoscenza di ciò che è il mondo "lì fuori".

Si può allora affermare che la morte, così come la conosciamo noi, non è poi così brutta, così terrificante. Brutto e terrificante è il vuoto dell'abbandono, la tortura del ricordo, dei rimpianti, del bacio non dato. 
Magari, morendo, vivremo una vita nuova di cui non conosciamo nulla: un po' come un feto che nasce e diventa uomo.

Felicità quindi è amare il presente, così come esso è. Nonostante tutto. Sono circostanze fuggevoli, relative, ma senza esse il vivere non avrebbe gusto, sapore, odore, consistenza. E sperare, un po' come fa l'audace che sperimenta il salto nel vuoto.
 

mercoledì 12 dicembre 2012

12 - 12 - 12

Ogni azione ci apre davanti un bivio: la strada del male e quella del bene. La prima sembra una discesa, durante la quale non si pedala e non si fa fatica, ma con il rischio concreto di cadere. La seconda assomiglia tanto a una salita, durante la quale si suda e dietro ad ogni tornante si nasconde l'insidia di mollare. Arrivati in cima però si ha la sensazione di aver fatto un'impresa, di aver portato a termine qualcosa di grande.

(Andrea Bocelli)



Allora scegli, amico caro. Scegli. Scegli affidandoti alla sorte, all'istinto, a Dio, ad una monetina. Scegli affidandoti e fidandoti solo di te stesso: in cuor tuo, se fai silenzio, sentirai quella voce che non è un punto di partenza né un punto d'arrivo, bensì il motore di ogni tuo passo, il braccio che ti solleverà da ogni caduta, l'abbraccio che ti scalderà quando ne avrai bisogno, il sacco da prendere a pugni quando tutto sembrerà andare per il verso sbagliato.


Fa silenzio, amico mio: basta con la teatralità dei gesti, con l'emulazione delle eroine d'altri tempi. Guardale a teatro le loro vite, leggile tra le pagine dei libri o ammirale dal tuo divano, con una ciotola di pop corn sulle gambe e lo sguardo fisso ai cristalli liquidi del tuo televisone. Basta davvero: rivendica la tua unicità, il tuo essere, il tuo diritto alla felicità - per quanto inflazionato sia questo concetto di felicità, un po' come capita ai sentimenti più importanti, all'amore, all'amicizia - .


Ricorda: abbandonarsi al fluire delle cose è esso stesso scelta. Scelta di non scegliere. Struzzo con la testa ficcata ben oltre le zolle dure della terra intorno a noi.
Il coraggio lo troverai lì dove sai: in quella pancia che duole, che si ribella. In quel cuore che strapazzi. In quegli occhi che fai piangere. In quel ricordo che accarezzi ogni giorno e ogni notte, come se il tempo non avesse inizio, fine, tregua.
Non addurre scuse: illudi te stesso e chi in un tuo geste crede e spera.
Se davvero vuoi portare a termine qualcosa di grande, cura la tua vita come se fosse una creatura partirita dal tuo ventre. Lo sai, come la penso... no? non c'è nessuno che sappia essere miglior padre, madre, amico, consigliere, giudice di noi stessi.

Scegli, non attendere ancora. Scegli e abbi fiducia: senza fiducia non c'è relazione né con altri esseri viventi né con se stessi.

martedì 11 dicembre 2012

Il Natale che verrà

E' iniziato tutto più o meno intorno alla mezzanotte, quando le principesse della fiabe fuggono verso casa, prima che l'incantesimo si spezzi.
Silenzio intorno, qualche stridore di gomme sull'asfalto. Un lumicino caldo del lampione lì, nella piazzetta teatro di tante partite di pallone di generazioni di bambini. Un campo di battaglie mai domo, non c'è che dire.
L'Immacolata. I canti, la messa. La bancarella con i lupini, quelli che ho visto affondare, con gli occhi sulle pagine fitte di Verga, nella barca di Bastianazzo.
Eppure io ho un groppo in gola. "Saranno gli ormoni" - si scherza con l'amica. Canto e scappa una lacrima. Dormo, ma singulti dilaniano il riposo.

Casa mia è silenziosa e non ci sono ancora segni che facciano pensare alla festosità del periodo. Non una strenna, non un nastro rosso, né un timido accenno di una Santa Natività che è alle porte - anche quest'anno.

Ho scritto una lettera. Non a Babbo Natale, né a Gesù Bambino. Ho scritto una lettera a mia madre. Confidavo in una lacrima, in una risposta, in uno schiaffo, in una cosa qualunque. Non è cambiato niente.
Sarà che forse per me é Natale tutti i giorni, se solo sai vedere nelle piccole cose il Mistero, l'affetto, il dono, il candore...ma alla fine ci si abitua e si perde di vista la straordinarietà delle cose. O sarà che Natale, anno dopo anno, non è più lo stesso perché noi non siamo più noi e quello stesso noi, anno dopo anno, diventa sempre più ricordo pallido di un tempo perduto.

mercoledì 5 dicembre 2012

Notte stellata

Stretta nella mia giacca rubata ad una notte stellata, sento il tuo sguardo addosso.
Mi aggiro tra la gente, sorridenti sconosciuti che probabilmente fingono di divertirsi quanto te, e ti sento seguirmi.
Alzo il calice, una, due, tre volte, e mi chiedo se mi giudicherai una friovla ubriacona, che annacqua i sogni e cicatrizza le ferite alla meno peggio.
Il tuo sguardo è accompagnato dal suo: mi sento a disagio, ma è giusto così. L'ho percepito, quando ci siamo trovate fianco a fianco al tavolo della pasta fredda.
Strano però: il mio primo pensiero è stato "Chissà se mi reputerà un'ingorda divoratrice di carboidrati... Proprio io che, oltretutto, non mangio mai la pasta"
Dopo una rapida analisi delle pietanze, sono andata altrove, verso gli altri banchi del buffet... ci vuole qualcosa in pancia quando sai che hai voglia di riempire la serata di brindisi.
Non c'è scatto dove io in abbia alzato un calice. In molti di essi ci sei anche tu, di spalle o di fianco o di sguancio... una presenza casuale. Non c'è dubbio.
Troppe volte sguardi incrociati, troppe volte seguito da uno stato di disagio per me. Io non voglio e non devo sentirmi a disagio se, per caso, ci ritroviamo nella stessa sala, nello stesso contesto. Che poi, a pensarci bene, perché dovrei?
Ecco mi viene da ridere. Mi sento liberata.
Un altro brindisi, un altro scatto, nuovi pensieri.
Ad anno nuovo, ad esempio, il mio primo impegno sarà accompagnare lei a scegliere l'abito da sposa. Ti pare poco?  A me no... la gioia di una vita che è affidata un po' anche al mio buon gusto.
Chissà se hai pensato avessi buon gusto, con quella giacca rubata al cielo stellato che una sera, la sera più bella, non c'era stato verso di ammirare attraverso il parabrezza della tua auto. C'era troppa nebbia, come sempre ce n'è stata tra di noi.