martedì 11 dicembre 2012

Il Natale che verrà

E' iniziato tutto più o meno intorno alla mezzanotte, quando le principesse della fiabe fuggono verso casa, prima che l'incantesimo si spezzi.
Silenzio intorno, qualche stridore di gomme sull'asfalto. Un lumicino caldo del lampione lì, nella piazzetta teatro di tante partite di pallone di generazioni di bambini. Un campo di battaglie mai domo, non c'è che dire.
L'Immacolata. I canti, la messa. La bancarella con i lupini, quelli che ho visto affondare, con gli occhi sulle pagine fitte di Verga, nella barca di Bastianazzo.
Eppure io ho un groppo in gola. "Saranno gli ormoni" - si scherza con l'amica. Canto e scappa una lacrima. Dormo, ma singulti dilaniano il riposo.

Casa mia è silenziosa e non ci sono ancora segni che facciano pensare alla festosità del periodo. Non una strenna, non un nastro rosso, né un timido accenno di una Santa Natività che è alle porte - anche quest'anno.

Ho scritto una lettera. Non a Babbo Natale, né a Gesù Bambino. Ho scritto una lettera a mia madre. Confidavo in una lacrima, in una risposta, in uno schiaffo, in una cosa qualunque. Non è cambiato niente.
Sarà che forse per me é Natale tutti i giorni, se solo sai vedere nelle piccole cose il Mistero, l'affetto, il dono, il candore...ma alla fine ci si abitua e si perde di vista la straordinarietà delle cose. O sarà che Natale, anno dopo anno, non è più lo stesso perché noi non siamo più noi e quello stesso noi, anno dopo anno, diventa sempre più ricordo pallido di un tempo perduto.

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