lunedì 21 gennaio 2013

7 - 8 - 14

La vita di ognuno è un'attesa.
Il presente non basta a nessuno.
In un primo momento, pare che ci manchi qualcosa.
Più tardi ci si accorge che ci manca Qualcuno.
E lo attendiamo


Primo Mazzolari


Io, invece, aspetto di essere me: quella me che sognavo, che so di essere e che sovente dimentico.
Io, inoltre, aspetto quel giorno - anzi quei giorni -: il giorno in cui sarò fiera di me, il giorno in cui sorrideremo insieme, il giorno in cui affermerò ciò che sono, ciò che voglio, ciò che sarò.


venerdì 11 gennaio 2013

Profumi dal cuore



Il profumo del pane fatto dalla nonna, penso sia il più buono del mondo. E’ un profumo che magari – passando vicino ad una rivendita di pane – magari abbiamo sentito un po'’ tutti, ma quello è speciale. E’ speciale perché quando la nonna fa il pane è un Po’ una festa. Tutta la famiglia riunita, seppure ciascuno tra le sue faccende affaccendato. l’aroma del legno che arde e si disperde dal comignolo dei tanti forni che sono stati eretti e abbattuti nella casa in campagna.
Non so se sia un caso, ma quella che ora è la mia camera in quella casa, un tempo era il forno. quello della casa colonica per intenderci. Anzi, della riforma. credo che i coetanei dei miei nonni chiamino quelle case come la nostra così, case della riforma.
ricordo bocche di forno basse e scure, altre ondulate e simpatiche, altre dritte e squadrate. Comignoli alti, poco più bassi, ora poi decorati da quella strana giostra argentata che gira sul tetto.
La cenere, le braci. Il forno che nella sua pancia diventa sempre più bianco, ma non ho mai saputo rubare il segreto che svela quando sia pronto, alla temperatura giusta per infornare.
Quello di ora ha lo sportello di vetro e il termometro. Dovrebbe in teoria essere più facile, capire. Ora come ora,però, quando la nonna è già anziana ma con le energie di una ventenne… non ho più molta voglia di carpire alcuni sui trucchi. Mi sembra di derubarla di qualcosa. mi sembra come se dovessi perdere anche lei, rubando le sue abilità e memorie.
So che un giorno mi mancherà terribilmente tutto questo: mi mancherà quel profumo di pane che sa di legno di ulivo, di mandorlo, di lievito madre – il “cruscente” come lo chiama lei -. L’odore di ruggine della carriola dove il nonno depone le fascette di legni da ardere. il profumo del limone piantato proprio sopra la porta d’ingresso del forno.
Ci sono tanti altri odori che mi appartengono, che impastano le mie memorie, i miei ricordi, come quello del latte in polvere di mia sorella, del profumo di quello che era “l’amore immaginato” della mia prima vita adulta, il profumo di un’estate che vorrei non fosse mai finita, il profumo di vaniglia e zucchero misto a fumo di sigaretta che c’è a casa di mia sorella e che ancora permane a casa mia, nonostante sia andata via domenica. Anche oggi, mentre mi preparavo per la doccia, sono andata a sniffare il suo odore, come se la stessi abbracciando virtualmente dandole il buongiorno…
c’è l’odore di mia madre poi, che è una cosa unica. A volte è troppo forte per me, ingombrante. Altre ha tutto il calore di lei e del suo essere mamma per eccellenza. Mamma dentro, da sempre. Insomma… un profumo che è come ogni madre, tenera e pesante allo stesso tempo, ma di cui non so come poter fare a meno.
Per finire c’è l’odore delle candele: quelle del compleanno, quelle della notte di pasqua, quelle che – vuoi o non vuoi – sono legate sempre al fuoco.
L’ho sempre detto, in fondo, che il mio elemento è il sole. Sole che è fiamma che arde, che brucia, che distrugge, ma senza cui non si può vivere. Vuoi mettere l’odore di certe giornate d’estate, quando il calore non è ancora troppo invadente e altezzoso e la terra profuma di buono, di erba, di rugiada?

martedì 8 gennaio 2013

8 gennaio 2013



Non esiste vento favorevole per chi non sa dove andare, affermava Seneca.




Non esiste strada per chi non trova il coraggio di partire e tutto appare più impervio se anche quelli che credevi baluastri della tua esistenza si rivelano castelli di sabbia. O meglio, nel mio caso castelli di rabbia, citando Baricco.



giovedì 3 gennaio 2013

Amore senza retorica


Non ho mai avuto occasione di gettarmi in un torrente per salvare un pericolante; spessissimo sono stato richiesto di prestare qualche cosa, di scrivere lettere, di dare modeste e facili indicazioni. 
Non ho mai incontrato un cane idrofobo per via, invece tante noiose mosche e zanzare; mai avuto persecutori che mi bastonassero, ma tante persone che mi disturbavano col parlare forte in strada, col volume della televisione troppo alzato o magari col fare rumore nel mangiare la minestra. 
Aiutare come si può, non prendersela, essere comprensivi, mantenersi calmi e sorridenti il più possibile in queste occasioni, è amare il prossimo senza retorica, ma in modo pratico.
 
(Giovanni Paolo I, Illustrissimi, Lettera indirizzata a S. Teresa di Lisieux)

Io di retorica ne ho poca, quest'oggi. Ho solo rancore e astio, alimentato da anni di sublimazioni, di "niente ci fa". Oggi voglio essere un cane rabbioso, un'insistente zanzara, un rumoroso passante. Non per dar fastidio alla gente, me ne guarderei bene, ma per sentire compassione verso me stessa e tornare ad amare un sacco svuotato - me lo auguro -  dai sassi troppo pesanti.

martedì 1 gennaio 2013

1 gennaio 2013



Via via, negli anni, mi è parso sempre più stupido osservare con trepidazione il conto alla rovescia che qualche starlette urla dal televisore acceso. La bottiglia di spumante, le lenticchie e l'uva, la musica che durante l'anno non ascolteremmo mai ad un volume così alto.


Cin cin! auguri! baci e abbracci e "ti voglio bene".


Sorrisi su sorrisi.


Eppure su un viso, su un cuore almeno, quel sorriso non è di felicità ma di malinconia, di paura, di timore: il timore che quanto di buono ci sia stato non sia stato colto, preservato, goduto, apprezzato. La paura che l'anno che verrà si porti via quanto di buono sia rimasto indenne negli anni.


Un altro anno è passato, tra una cosa e l'altra, portandosi via troppe cose importanti e non lasciando, forse, nulla di buono già seminato.

Giornate come quelle di oggi, passate tra brindisi e prosecchi, pranzi luculliani e dolci che non assaggerei mai, m'interrogo su cosa abbia fatto di buono: di cosa mi sono liberata? per quali e quanti sforzi e sofferenze è valsa la pena? quali questioni irrisolte da troppo tempo sono rimaste intonse, tali e quali?

Pochissimo tempo fa ho dato il via ad una nuova fase di vita, respiro ad un nuovo sogno. Eppure non sono felice. Anzi m'interrogo ancor di più. E' un tormento costante, quotidiano, che la notte assume proporzioni di vertigine. Semplice: non è il mio "sogno". E' un sogno, è anche un mio sogno, ma non è il mio sogno.


In fondo lo so quale sia la causa di questo labor lime, di questa recensione costante di ogni istante della mia vita: più la temo questa causa, più morbosamente non riesco a fare a meno di legarmi ad essa. Una sindrome di Stoccolma: si può uscire a testa alta da ogni cosa, ma non c'è battaglia che possa essere vinta se non affrontiamo il nemico.

Non c'è sprone, non c'è forza, non c'è alleato abbastanza valido che possa far nulla in casi come questi.


E cosa ho imparato da quest'anno andato via? Quali i progetti per l'anno che verrà? sulla carta la lista è zeppa. In cuor mio è solo un grumo di paura che non vuole sciogliersi.