giovedì 8 agosto 2013

Lettera del 23 luglio 2013

Cara sorella,

Sono qui alla finestra, con il mio sguardo perso tra il fogliame fitto dei larici, circondati da una sfrontatatamente rigogliosa siepe di ginepri, considerando come, ad oggi, potrei dire di essere giunta in quel momento preciso in cui stanno per partire i titoli di coda di uno di quei film presentati in certe retrospettive di film francesi indipendenti: a tratti avvincenti, a tratti noiosi, difficili e banali insieme.

Potrei dire di aver raggiunto il climax e di trovarmi in cima ad un  monte - non uno dei miei monti, che sono alti ma non sembrano poi così a picco sul mondo - da cui si domina una valle intera, con tanto di muschi, agglomerati urbani impercettibili all'orizzonte, alberi e prati a profusione, terre selvagge e affascinanti per questo.

Potrei dire tante cose, pensarle, descriverle, sentirle... ma la verità è che mi trovo anestetizzata, forse così disabituata a respirare con il cuore e con la mente, da non capire più dove sono, chi sono e dove vado.
Continuo a ripetermi che dieci anni fa avrei vissuto tutto questo con slanci diversi. E' possibile, anzi mi piace esserne certa. E' strano ma è vero: non so più provare emozione. Quel brivido che ti solletica lungo la colonna, quell'esplosione che ti fa battere il cuore a mille e che sembra far uscire dai tuoi occhi raggi incontrastati di felicità. Occhi come fari nel buio delle nostre spesso troppo grame e routinarie quotidianità.

La verità è che oggi forse ho la piena consapevolezza di essere diventata in gran parte ciò che auspicavo essere, quell'essere metafisico e straordinario di cui bramavo l'esistenza nelle notti insonni della mia adolescenza in scale di grigio. 
Sognavo successi, responsabilità a cui far fronte a dispetto di tutto e tutti e nonostante le mie spalle da sempre troppo piccole - due ali di pollo rinsecchite che non faranno mai volare nessuno -. Una donna che ha cuore, umiltà e caparbietà, perfezionista e sufficientemente esigente, tanto da farsi odiare quando qualcosa non va per come l'aveva immaginata.
Sembra bello. Sembra bello pensare e autocompiacersi davanti alla pergamena incorniciata per la quale hai sudato per anni e trascorso notti insonni perché la perfezione non è di questo mondo ma rimarrà sempre l'obiettivo ultimo.
Sembra bello guardarsi allo specchio e non vedere più ranocchie ma finalmente farfalle: non una farfalla variopinta e vistosa, forse una cavolaria, ordinaria, neutra, ma sempre capace di incantare lo sguardo dei bambini. Peccato da piccola avessi la voglia di catturarle, per tenere tutto per me il loro luccichio delle ali. Con il tempo ho compreso che queste creature sono fatte per volare, che è un torto privare il mondo della loro effimera, fugace ma  maestosa bellezza.

E adesso che ne sarà di me? su quale obiettivo devo lavorare? quale invece archiviare definitivamente o non imboccare mai per non condannarmi da sola?
Non sento più cuore che batte, non sento più brivido, non sento più l'eco del traguardo che mi incita e m'attende. Sento solo il silenzio di chi ha forse troppa paura di inseguire nuovi sogni.
E' come se quell'adolescente che ogni notte chiudeva gli occhi sperando di risvegliarsi in un mondo nuovo, oggi fosse finalmente desta ma in un mondo di plastica, troppo reale per essere vero, troppo privo d'emozione per apparire reale.

1 commento:

  1. diciamo che dire che tu sei senza emozioni è come pensareche un auto può cappottarsi in un parcheggio.
    Ora, non so dove tu sia ubicata in questo momento ma io da sabato sono a Taormina, se sei nei dintorni batti un colpo!
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